Carenza di metalli

Auto, la stretta cinese sulle terre rare ferma le prime fabbriche in Europa

La carenza di metalli strategici e magneti - provocata dal braccio di ferro tra Washington e Pechino - ha costretto allo stop «diversi» stabilimenti. Industria in allarme anche negli Usa

di Sissi Bellomo

4' di lettura

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Da un lato i dazi di Trump, dall’altro la stretta cinese sulle terre rare, che sembrava diretta a colpire soprattutto gli Stati Uniti e che invece sta facendo chiudere fabbriche anche in Europa. La mancanza di questi minerali critici e dei supermagneti che li contengono (anch’essi “made in China” e sottoposti a restrizioni all’export) ha già costretto a fermarsi «diversi» stabilimenti e linee di produzione di componenti per auto nel Vecchio continente, mentre altri potrebbero interrompere l’attività «nelle prossime 3-4 settimane», ha avvertito la Clepa, associazione europea dei fornitori del settore automotive, confermando la gravità di un allarme che circola già da qualche tempo anche in altre aree del mondo.

Ford Motor ha ammesso che per gli stessi motivi a maggio ha dovuto sospendere per una settimana la produzione del suv Explorer in uno stabilimento di Chicago, riferisce il Wall Street Journal. In parallelo si sono moltiplicati gli appelli a trovare una rapida soluzione politica per sbloccare i rifornimenti di terre rare, oggi ridotti al lumicino a causa della lentezza con cui Pechino sta rinnovando le licenze di esportazione.

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Proprio questa lentezza ha scatenato l’ira di Donald Trump, spingendolo la settimana scorsa ad accusare la Cina di aver tradito gli accordi di Ginevra, con cui i due Paesi hanno abbassato i dazi reciproci per 90 giorni.

Ora si spera nella diplomazia per risolvere l’impasse, ma le imprese non hanno tempo. E dall’industria automobilistica – già in difficoltà – arrivano sollecitazioni pressanti, non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Asia.

«Se la situazione non cambia in fretta, non si possono più escludere ritardi e anche interruzioni nella produzione di auto», ha dichiarato martedì 3 alla Reuters Hildegard Müller, presidente della VDA, l’associazione di settore tedesca.

La Society of Indian Automobile Manufacturers (Siam) ha chiesto al Governo di Narendra Modi di mediare con Pechino, avvertendo che la produzione di auto del Paese fin da giugno rischia «un brusco arresto».

Prima ancora si era mobilitata l’industria statunitense, con una lettera all’amministrazione Trump datata 9 maggio, firmata da due associazioni (Alliance for Automotive Innovation e MEMA) che insieme rappresentano tutta la filiera, dai produttori di veicoli con stabilimenti negli Usa – tra cui Stellantis – ai fornitori di componenti di ogni genere, compresi batterie e semiconduttori.

«Senza un accesso affidabile a questi elementi (le terre rare, Ndr) e ai magneti – si legge nel testo, filtrato alla Reuters – i fornitori del settore automobilistico non saranno in grado di produrre componenti fondamentali, tra cui cambi automatici, corpi farfallati, alternatori, motor ausiliari, sensori, cinture di sicurezza, altoparlanti, luci, motori, servosterzi e telecamere».

Tra i primi a segnalare il rischio di carenze di terre rare c’era stato anche Mp Materials, uno dei pochi produttori non cinesi, nonché l’unico attivo negli Usa, che aveva previsto l’emergere di difficoltà proprio a partire da giugno: «Non mi sorprenderebbe vedere dal prossimo mese fabbriche che chiudono, che sia nell’aerospaziale, nell’auto o nei prodotti di largo consumo», aveva dichiarato il 9 maggio il ceo e cofondatore Jim Lutinski in una call con gli analisti, di cui Il Sole 24 Ore aveva dato conto.

I nodi ora stanno venendo al pettine, segnando un’ulteriore escalation nelle guerre commerciali che minacciano l’economia globale. Proprio mercoledì 4 è entrato in vigore il raddoppio al 50% dei dazi Usa su alluminio e acciaio: un «aggiustamento» – così lo definisce l’ordine esecutivo della Casa Bianca – da cui Trump ha esentato in extremis soltanto la Gran Bretagna, che rischia di esacerbare gli animi, oltre che un infliggere l’ennesimo durissimo colpo all’industria metallurgica europea.

La partita delle terre rare si intreccia in modo stretto con quella dei dazi. Pechino il 4 aprile – a due giorni dalla raffica di dazi annunciati da Trump nel cosiddetto Liberation Day – ha imposto rigidi controlli sull’export anche per sette di questi metalli critici (la categoria ne comprende in tutto diciassette): materie prime indispensabili in molte applicazioni, non solo nell’automotive ma anche ad esempio nell’industria della difesa, di cui la Cina è di gran lunga il fornitore dominante, controllando all’incirca il 70% delle estrazioni minerarie e il 90% della capacità di lavorazione nel mondo.

Lo schema è lo stesso già applicato dalla Repubblica popolare con altri metalli critici: le licenze di esportazione vengono revocate e poi rinnovate caso per caso, con una procedura opaca e farraginosa, che in genere richiede parecchie settimane e che in nome della sicurezza nazionale consente al Governo cinese di negare il permesso di rifornire determinati clienti.

Le aziende europee della componentistica auto, ha riferito mercoledì 4 il Clepa, hanno depositato centinaia di domande per nuove licenze, ma finora Pechino ne ha accolte appena un quarto. Qualcuna è stata respinta «per motivi largamente procedurali», molte altre sono ancora al vaglio delle autorità. «Le procedure sembrano cambiare da una provincia all’altra e in diversi casi sono state richieste informazioni relative a diritti di proprietà intellettuale», ha aggiunto l’associazione, avvertendo che se non ci sarà un’accelerazione dell’iter molte altre fabbriche in Europa dovranno chiudere entro 3-4 settimane perché avranno esaurito le scorte.

La Camera di commercio Ue in Cina si è attivata e ha già ottenuto «diversi incontri» al ministero del Commercio, scrive il South China Morning Post, riportando dichiarazioni di Adam Dunnett, segretario generale dell’organismo nonché vice presidente dell’Ebo (European Business Organisation), secondo cui le lungaggini – almeno nei confronti di importatori europei – sono soprattutto di ordine burocratico.

«Migliaia di domande devono essere esaminate e le risorse del ministero sono limitate – ha detto Dunnett – Nell’ultima settimana abbiamo visto spuntare qualche approvazione, ma ci sono aziende che hanno depositato dozzine di domande e alcune hanno dovuto fermare la produzione». Un altro ostacolo, secondo Dunnett, è la frequente richiesta da parte delle autorità cinesi di «informazioni sensibili, che potrebbero compromettere la proprietà intellettuale e che (le società) sono quindi riluttanti a concedere».

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