Industria

Auto elettriche, boom cinese in settembre. In Europa fabbriche a rischio

L’export di veicoli elettrici made in China raddoppia. Intanto nell’Ue è allarme: gli impianti lavorano al 55% della capacità, con pesanti ricadute sulla redditività

di Alberto Annicchiarico

Logo BYD in una concessionaria spagnola, vicino Barcellona. Il produttore di Shenzhen guarda alla Spagna come possibile sede della terza fabbrica europea. REUTERS/ Albert Gea

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La Cina raddoppia le esportazioni di auto elettriche e ibride plug-in a settembre, mentre Byd, il colosso di Shenzhen ormai leader del settore, guarda al Regno Unito come suo primo mercato al di fuori dei confini nazionali. In parallelo, l’azienda intensifica i contatti con Madrid, che si conferma la destinazione più probabile per la sua terza fabbrica europea. La Spagna, forte di una rete industriale competitiva, costi di produzione contenuti ed energia a basso prezzo, è oggi il Paese più attrattivo per gli investimenti nell’automotive elettrico.

Secondo i dati diffusi dalla China Association of Automobile Manufacturers (Caam), le esportazioni di Nev, New energy vehicles (categoria che comprende auto a batteria e ibride plug-in), sono cresciute del 100% a settembre rispetto allo stesso mese del 2024, raggiungendo quota 222mila unità. Un volume solo lievemente inferiore ai 224mila veicoli esportati ad agosto. Nel complesso, le vendite domestiche di auto passeggeri in Cina sono aumentate dell’11,2% su base annua, confermando un mercato interno vivace, sebbene rallentato rispetto al +15% registrato il mese precedente. Molti acquirenti hanno approfittato di bonus in scadenza per la permuta e il passaggio a un veicolo elettrificato.

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Regno Unito primo mercato di Byd al di fuori della Cina

A trainare la corsa all’estero è soprattutto Byd, oggi primo costruttore globale di veicoli elettrici. Il gigante fondato nel 1995 dal presidente e ceo Wang Chuanfu ha conquistato una posizione dominante anche nei mercati internazionali, benché poco più di un mese fa abbia dovuto rivedere le stime delle vendite per l’anno. Le vendite nel Regno Unito sono salite dell’880% su base annua a settembre, facendo di Londra il principale sbocco commerciale del gruppo al di fuori della Cina. In Europa, nei primi otto mesi del 2025, Byd ha incrementato le immatricolazioni del 280% rispetto allo stesso periodo del 2024, grazie a una gamma che combina modelli full electric e ibridi plug-in, posizionati con una politica di prezzo aggressiva rispetto ai concorrenti occidentali.

Byd, nuovi rumor (smentiti) sulla Spagna. Ecco perché Madrid attrae

La strategia del gruppo appare chiara: produrre entro tre anni tutti i veicoli destinati al mercato europeo direttamente nel continente, in modo da aggirare dazi e misure protezionistiche. Dopo la fabbrica in costruzione in Ungheria e il nuovo impianto pianificato in Turchia, atteso per il 2026, si ripropongono periodicamente i rumor sul fatto che Byd consideri la Spagna la candidata principale per il suo terzo polo produttivo europeo. Il gruppo cinese, però, replica parlando di «notizie prive di fondamento». In questa fase, secondo le fonti interne, «sono tutti concentrati a partire con i primi due impianti europei, in Ungheria e in Turchia (considerata tale in quanto vige un accordo di Unione doganale UE-Turchia, operativo dal 1995), il resto è tutta speculazione.

Vero è che i progetti spagnoli, nell’automotive, partono in vantaggio, grazie al mix tra bassi costi energetici, infrastrutture moderne e un contesto politico-industriale favorevole. Madrid ha messo in campo un piano da 5 miliardi di euro finanziato con fondi europei per attrarre investimenti nel settore delle batterie e dei veicoli elettrici, attirando giganti come Volkswagen, Stellantis (con la cinese Leapmotor), Chery e il numero uno mondiale delle batterie, Catl (in partnership con la stessa Stellantis).

Una eventuale decisione finale confermerebbe la progressiva proiezione globale di Byd, che nel 2024 ha investito all’estero più che sul mercato domestico. Un fenomeno che non si registrava dal 2014. A spingere in questa direzione contribuiscono anche la progressiva saturazione del mercato interno e la guerra dei prezzi che ha eroso i margini di profitto dei produttori cinesi, costringendoli a cercare crescita oltreconfine.

In Europa si produce troppo poco. Quali rischi?

E se la Cina raddoppia l’export a settembre, l’Europa affronta una crisi di capacità produttiva a fronte di una domanda di fatto piatta. Secondo la società di consulenza globale AlixPartners gli impianti europei lavorano oggi al 50-55% della loro capacità (35% in Italia), con pesanti ricadute sulla redditività. In Europa si produce il 20-24% in meno rispetto al periodo pre-Covid. In Italia siamo addirittura a -50%. Livelli insostenibili per l’industria, abituata a operare con tassi di saturazione intorno al 70-75%. La concorrenza di marchi come Byd e MG (gruppo Saic) potrebbe costare ai costruttori del Vecchio Continente fino a due milioni di veicoli in meno nei prossimi anni, portando la quota cinese al 5% del mercato europeo già nel 2025 e potenzialmente al 10% entro il 2030.

I rumor sull’ipotesi di chiusure di stabilimenti per ora si infrange contro un tabù politico e sociale. In Germania, dove i rappresentanti dei lavoratori siedono nei consigli di sorveglianza, i tentativi di ridurre la capacità produttiva incontrano forti resistenze. Tuttavia a queste condizioni, secondo gli esperti di AlixPartners, è inevitabile aspettarsi ridimensionamenti, chiusure di stabilimenti, disinvestimenti o riconversioni industriali.

In questo contesto, l’avanzata cinese, sostenuta da costi più bassi e una filiera domestica integrata, rappresenta una sfida strutturale per l’industria automobilistica europea, impegnata nella contrastata transizione verso l’elettrico. La Spagna, con il suo mix di incentivi, stabilità e capacità produttiva, sembra oggi il terreno ideale per attrarre nuovi investimenti.

Se Byd confermerà la scelta di costruire il suo terzo impianto europeo nella penisola iberica, sarà un segnale forte: l’epicentro dell’automotive elettrico globale si sta spostando, e la Cina, più che un fornitore di volumi, si candida a diventare protagonista industriale nel cuore dell’Europa.

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