Lettera al risparmiatore

Arm amplia il business: la produzione di cassa all’esame del mercato

Tech. Il gruppo passa dal solo disegno alla realizzazione di prototipi di chip. Il titolo è salito molto e scambia a multipli elevati: investitori in standby

di Vittorio Carlini

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Nell’era dell’Intelligenza artificiale (Ia) i titoli hi tech, spesso, vengono puniti dopo la pubblicazione dei dati trimestrali. È sufficiente, a fronte delle elevatissime quotazioni, il minimo disallineamento rispetto ad attese e stime che il mercato vende. È accaduto anche ad Advanced RISC machine Holding (Arm). Il gruppo britannico, leader globale nel disegno delle architetture per i microprocessori, dopo la comunicazione dei numeri dell’ultimo quarter (primo dell’esercizio 2025 2026) ha ceduto, in una sola seduta, il 13,4%. Tra le altre cose, ha pesato l’outlook debole sul secondo trimestre. Il non GAAP diluited Eps è previsto tra 0,29 e 0,37 dollari. Una stima - che nel valore mediano - è inferiore alle aspettative degli analisti.

TRIMESTRI A CONFRONTO

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Ampliamento di perimetro

Sennonché, la vera motivazione del tonfo è - a detta di diversi esperti - un’altra. Quale? Il fatto che Arm ha annunciato un cambiamento rilevante. Il gruppo ha deciso di rompere il limite del modello di business - basato fin qui sulla sola cessione dei diritti d’uso della propria proprietà intellettuale - e ha annunciato l’ingresso nella progettazione di chip fisici. «Non stiamo diventando una società di chip nel senso classico - ha detto l’azienda - (...) ma andremo più in profondità nel silicio per accelerare l’adozione da parte dei clienti.»La svolta ha un obiettivo preciso: accorciare i tempi di sviluppo per gli utenti e aumentare la quota di valore catturata da Arm in ogni progetto.

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LICENZE E ROYALTY

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Il mercato alla finestra

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? Non proprio. Gli investitori, per l’appunto, hanno nell’immediato reagito male. Secondo CFRA Research «la nuova strategia aumenta il profilo di rischio e riduce la visibilità sui margini». Non solo. Alcuni operatori parlano di «una mossa che potrebbe mettere Arm in potenziale competizione con vari clienti». Lo stesso Barron’s ha, poi, rimarcato come «il gruppo entri in un territorio non familiare, con costi più elevati e ritorni differiti nel tempo». In un simile contesto, sono arrivate - per l’appunto - le vendite. Successivamente, però, il titolo si è un po’ ripreso. «Attualmente - spiega l’analista tecnico indipendente Silvio Bona - le azioni sono inserite in un movimento laterale». Guardando agli ultimi due mesi e mezzo, la quotazione è scesa fino al «supporto in area 130 dollari e, di lì, è rimbalzata». Evidentemente, gli operatori sono in standby e meditano (anche) sulla nuova strategia del gruppo. «Più sul lungo periodo, invece, l’impostazione di fondo rimane rialzista. Il titolo è arrivato al massimo storico- tra le chiusure- di 186 dollari il 10 luglio del 2024. Successivamente, Arm è scivolata verso il basso - supporto in area 86 dollari l’8 aprile scorso - per, poi, recuperare verso la zona di resistenza posta intorno a 165 dollari».Ciò detto, allo stato attuale il mercato è in una condizione di attesa: vuole capire se la nuova mossa strategica porterà valore aggiuntivo oppure no.

Fin qua alcune suggestioni riguardo a quotazioni e nuove impostazioni. Ma quali i focus del gruppo, dal punto di vista strategico? Per rispondere è utile, dapprima, ricordare come Arm genera i ricavi. Il modello è basato su licenze e royalty, cedendo (fino ad oggi) solo i diritti d’uso della proprietà intellettuale. Ogni contratto prevede una fee iniziale, detta up-front, pagata al momento della firma. L’importo varia in funzione dell’estensione della licenza. La somma copre l’accesso ai progetti digitali, al software di sviluppo e al supporto tecnico. Una volta ottenuta la licenza, il cliente può progettare e produrre chip che incorporano la tecnologia Arm. Quando la produzione inizia, entra in gioco la royalty. Questa è una percentuale applicata al valore unitario del chip venduto, generalmente compresa tra lo 0,5% e il 2%. Il tasso dipende dal tipo di Intellectual property, dal mercato finale e dall’anno del contratto.

CONTRATTI ANNUALIZZATI

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Le priorità

Ebbene: il linea di massima il target è fare aumentare il ricavo medio legato ad ogni microprocessore. Un obiettivo che viene perseguito - principalmente - attraverso quattro vie. La prima è spingere i clienti a migrare verso architetture più avanzate. Armv9, successore di Armv8, è già la piattaforma di riferimento per smartphone, data center e automotive. Ogni salto tecnologico aumenta la complessità, le prestazioni e anche il tasso di royalty. Le nuove generazioni valgono di più e costano di più. Per i produttori è un investimento necessario: prestazioni migliori e consumi ridotti, ma anche accesso a un ecosistema software in continua espansione.

La seconda leva, invece, è l’aumento del contenuto Arm dentro ogni chip (cosiddetta “Arm density”). Non solamente la CPU, ma anche GPU per la grafica, NPU per l’intelligenza artificiale, e componenti di sistema per sicurezza e memoria. Ogni blocco in più disegnato da Arm amplia la base su cui si calcola la royalty. È un gioco di mix: più è la tecnologia Arm integrata, più è il valore trattenuto dal gruppo nella catena del silicio. Terzo asse, poi, è la piattaforma completa. Con i Compute Subsystems (Css), Arm offre ai clienti un kit quasi pronto per l’uso delle sue stesse soluzioni. Il cliente risparmia mesi di progettazione e accede a un design già ottimizzato sull’intelligenza artificiale (Ia). Per Arm è un salto di margine: i Css generano royalty doppie rispetto a un core tradizionale. Non solo. Ogni piattaforma installata consolida la dipendenza tecnologica dell’utente e spinge verso nuovi aggiornamenti. Insomma: è un modello “a matrioska” dove ogni livello di integrazione aumenta la quota Arm sul valore finale del chip. Infine, il quarto focus: la selezione dei mercati finali. Non tutti i microchip pesano allo stesso modo. Un processore per smartphone entry level vale pochi centesimi di royalty; un chip per data center o per veicoli autonomi può valerne dollari. In tal senso, la società concentra lo sviluppo su quattro aree ad alto rendimento: cloud Ia, automotive, smartphone premium ed edge computing.

Di fronte a simili presupposti, l’azienda è stata in grado di concretizzarne qualcuno? La risposta è articolata. Nel primo quarter dell’esercizio fiscale 2025 2026 le royalty sono cresciute del 25% su base annua. Il trend è stato spinto - dice l’azienda - anche dalla maggiore adozione dell’architettura Armv9. Cioè: del chip più avanzato di Arm stessa. Di più. Sempre la società rimarca come le piattaforme Compute Subsystem abbiano contribuito non poco al risultato. Il cfo Jason Child ha sottolineato che «le nuove generazioni di Css portano il doppio della royalty rispetto ai core Armv9». Anche sul fronte della “densità Arm” - vale a dire la presenza di CPU, GPU e NPU nello stesso chip - il gruppo ha segnalato «il miglioramento del mix di prodotti, con tassi di royalty più elevati per chip». L’Acv (annualized contract value) è salito del 28%, prova che i clienti stanno firmando licenze più ampie e con valore maggiore.

FLUSSI DI CASSA

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Rischi e perplessità

Ciononostante, le criticità non mancano. Così: da una parte, Arm ha chiuso il trimestre con un flusso di cassa netto operativo in rialzo; ma dall’altra, il dato è in parte distorto da incassi anticipati di licenze firmate a fine esercizio scorso. Tanto che l’azienda ha precisato come «i benefici di timing si invertiranno nel secondo trimestre». Inoltre, alcuni esperti sottolineano come gli investimenti anche, e soprattutto, in R&D siano previsti in rialzo (ad esempio per sostenere il piano di “ingresso” nel silicio). Il che - giocoforza - schiaccerà redditività e cash flow medesimi. Ancora: la società spostando, per l’appunto, il mix da licenze immediate (che generano subito cash) a royalty e Css (i quali portano cassa nel tempo), si indirizza verso un meccanismo in cui il periodo d’incasso viene allungati. In un simile scenario, non stupisce quindi che mercato ed analisti siano attualmente improntati alla prudenza.

Già, la prudenza. Ma quali i multipli del gruppo in Borsa? Secondo Seeking Alpha, il rapporto tra prezzo ed utile non GAAP su 2025-2026 è di 98,6 volte. Da un lato, poi, il PEG non GAAP forward è di 4,5; e, dall’altro, il Price to cash flow ratio forward è di 119,5 volte. Il mix di indicatori «segnala - dice Seeking Alpha -che il titolo è molto sopravvalutato rispetto ai suoi concorrenti». Lo stesso Momentun poi, spiega sempre Seeking Alpha, «è debole». Con riferimento, invece, alla crescita l’azienda mostra «una dinamica positiva, significativamente maggiore del comparto di riferimento». Così come la stessa profittabilità è «buona» anche rispetto «al settore di confronto». In un simile scenario il risparmiatore deve, evidentemente, usare molta, molta cautela e considerare - all’interno di un approccio diversificato - la sua propensione al rischio.

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