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Vino sotto attacco, ma si fa male anche da solo: le guerre ideologiche tra produttori non aiutano

Se fanno così male anche le piccole dosi di alcol, l’umanità si sarebbe già dovuta estinguere da un bel pezzo. E poi ci sono i dazi e i giovani che si allontanano: colpa anche di un linguaggio vecchio e autoreferenziale

di Cristiana Lauro

Attacchi al vino, ecco perché i produttori devono restare uniti

3' di lettura

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C’è una profonda crisi di consumi del vino e non riguarda solo l’Italia; questa volta non siamo messi bene neanche con le esportazioni. Le recenti notizie intorno al sempre più probabile aumento dei dazi Usa non inducono alcun pensiero incoraggiante, così come l’importante giro di vite sulle sanzioni applicabili a chi guida con tasso alcolemico superiore a 0,5 mg.

Se aggiungiamo alla recente avversione generale nei confronti dell’alcol (meno salutista di quanto si voglia far credere), la minaccia dell’Ue di dover apporre etichette shock alle bottiglie, non c’è dubbio che il vino sia sotto attacco (e da più fronti contemporaneamente).

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Occorre quindi fermarsi a riflettere sull’opportunità di organizzare gli Stati Generali del vino; quelli seri stavolta, ovvero rappresentati da chi lavora nel comparto ad ogni livello e non dai politici, dalle istituzioni che se la cantano e suonano fra di loro. Bando alle tattiche, occorre fare strategia e presentare delle proposte che raggiungano - in tempi successivi ma senza prendersela troppo comoda - i tavoli istituzionali.
Senza farsi condizionare, senza mollare il colpo perché la situazione è preoccupante per l’Europa e per l’Italia, giacché siamo i primi produttori di vino al mondo. Il tema è purtroppo di attualità - non son di certo l’unica a parlarne - è bene però non nascondersi dietro a un dito e provare ad analizzare i tanti aspetti della questione, al fine di esaminare possibili soluzioni alternative alla resa (non intesa per ettaro, stavolta, ma come vera e propria capitolazione, pena la consegna delle armi).

Probabilmente non avevamo messo in conto alcune difficoltà come quelle che si stanno attualmente verificando. Persi nell’annosa diatriba fra produttori artigianali, industriali, biologici, biodinamici, vinnaturisti e inutili fondamentalismi sul tema, non ci siamo accorti dell’incedere di segnali importanti intorno a una crisi contro la quale occorre fare fronte comune. Mollate quindi gli oltranzismi che fin qui hanno prodotto niente di buono (ma non è solo colpa vostra) e iniziamo a remare tutti quanti nella stessa direzione perché la situazione non è bella, dati alla mano accessibili a tutti.

Oltre alla questione dei dazi - che vedremo quale epilogo avrà, ma si prevede incomodo per tutti - le origini di questa crisi sono diverse e le ha ben descritte DoctorWine.it nei tre ultimi editoriali firmati da Daniele Cernilli. È in atto una vera e propria demonizzazione del vino da parte dell’Oms, la quale sostiene che pure piccolissime dosi di alcol siano nocive per la salute. Secondo questo ragionamento, a rigor di logica, io dico che l’umanità si sarebbe già dovuta estinguere da un bel pezzo. Quindi andiamoci cauti con gli allarmismi!

Un altro elemento da non sottovalutare è quello economico che allontana i giovani dal consumo di vino, ma credo che anche la comunicazione non sia andata incontro alle nuove generazioni dato che i più giovani preferiscono sempre e comunque bere birra e sodati alcolici (pieni di chimica, altro che “vinnaturismo”). D’altra parte, se chi comunica il vino pensa di farlo col linguaggio stanco e autoreferenziale che continuo a leggere un po’ ovunque, c’è poco da sguazzare.
Il vino non è un prodotto intellettuale, non deve rivolgersi a una nicchia, è un alimento e sarà bene che torni sulle nostre tavole.

Sull’onda della criminalizzazione in atto nei confronti dell’alcol consumato anche in quantità moderate, il noto produttore Angelo Gaja ci esorta a prestare attenzione alla confusione generata dalla mancata distinzione fra tre le tipologie di alcol: di fermentazione (quello del vino che è frutto di un processo naturale, bio), di distillazione e di addizione. La mancata distinzione fra le tre versioni fa si che il vino venga equiparato ai superalcolici e agli aperitivi solo a causa della componente alcolica che hanno in comune, ma si tratta di alcol totalmente differenti. Anche su questo tema occorre fare chiarezza ed è bene che noi comunicatori ci prendiamo la briga di «spiegare lo spessore culturale del vino…», come dice Angelo Gaja «…che affonda le radici nell’umanità, nella storia, nella cultura, paesaggio, tradizione e religione».

Prestiamo dunque attenzione alle parole di chi sa bene cosa sta dicendo, Angelo Gaja, il produttore di vino italiano noto in tutto il mondo e visionario da sempre.

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