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Universal Music Group, tonfo in Borsa dopo i conti del semestre

Pesa il calo dei ricavi da streaming e lo stop dell’accordo con Meta. Trascinati in rosso anche i titoli Vivendi e Gruppo Bolloré

di Andrea Biondi

US singer-songwriter Taylor Swift performs on stage during her concert, as part of her 'The Eras Tour', at the San Siro stadium in Milan, Italy, 13 July 2024. ANSA/MATTEO BAZZI

3' di lettura

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Mai così dalla sua Ipo nel 2021. Ad andare in fumo per Universal Music Group sono stati oltre 10 miliardi di euro di capitalizzazione, scesa a circa 39,7 miliardi dopo che le azioni del colosso mondiale dell’industria musicale, che rappresenta artisti che vanno da Taylor Swift a Drake, sono crollate del 23,54 per cento.

Un crollo, ma poteva andare anche peggio considerando che il titolo è arrivato a perdere il 30% in mattinata alla Borsa di Amsterdam, trascinando in rosso anche i titoli di Vivendi (la ex casa madre che ha mantenuto il 10% della major musicale ha perso il 6%) e del gruppo Bolloré (che possiede il 18% di Umg e il 29,9% di Vivendi e ha perso il 5,5%).

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Eppure l’etichetta leader mondiale nell’intrattenimento ha messo agli atti ricavi superiori alle stime e ha comunque superato le aspettative in termini di redditività, generando un utile netto di 914 milioni (rispetto ai 625 milioni di un anno prima) tra gennaio e fine giugno.

Ma il rallentamento nei segmenti degli abbonamenti e dello streaming, oltre alla fine dell’accordo con Meta, hanno avuto un impatto forte. «Per quanto riguarda le piattaforme, abbiamo modificato il nostro accordo di licenza con Meta. La quale in precedenza offriva video musicali premium su Facebook. Questa offerta è stata meno popolare tra gli utenti di Facebook rispetto ad altri prodotti musicali e, di conseguenza, Meta non ci concederà più la licenza di video musicali premium da maggio di quest’anno», ha detto il direttore finanziario del gruppo, Boyd Muir, durante la conference con gli analisti.

Nel dettaglio Umg, proprietaria dei celebri studios Abbey Road - nei quali hanno lavorato i Beatles, Lady Gaga, Kanye West, Amy Winehouse - ha messo a segno un giro d’affari del secondo trimestre a 2,93 miliardi (+9,6% a valuta costante), sorpassando i 2,89 miliardi attesi dagli analisti secondo il consenso di Visible Alpha. Dall’altra parte però i ricavi da abbonamenti e streaming (che valgono la metà del giro d’affari) sono cresciuti di un +4,1% che, pur evidenziando un miglioramento, rappresenta pur sempre un rallentamento rispetto al +7% del 2023 e al +19% del 2022.

In questo quadro però i ricavi da abbonamento sono stati pari a 1,137 miliardi di euro: meno degli 1,179 miliardi del consensus. Ma soprattutto il neo è risultato visibile nei ricavi dello streaming: in calo e inferiori alle attese fra aprile e giugno. Si parla di 343 milioni contro i 387 attesi. La caduta in questo caso è stata del 3,9 % a valori costanti a causa di «un rallentamento della crescita di piattaforme partner chiave come di mancanze da parte di altre piattaforme in merito alle tempistiche di rinnovo degli accordi». Tutto questo mentre Spotify è andato oltre le sue previsioni in materia di abbonati premium, registrando una crescita del 12%.

Certo, nonostante il calo il gruppo vale ancora in Borsa 23,6 volte l’utile atteso e oltre 13 volte il patrimonio netto. Anche per questo di «reazione eccessiva» ha parlato anche il ceo Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, durante la presentazione dei conti della media company francese che in occasione della quotazione dell’etichetta discografica ha distribuito il 60% del capitale ai suoi azionisti mantenendo, come detto, una partecipazione del 10%. Vivendi ha realizzato nel primo semestre dell’anno ricavi per 9,052 miliardi (+5,8% organico dovuto in particolare alle performance di Lagardere e Canal+). L’utile netto adjusted è risultato pari a 329 milioni rispetto ai 324 milioni del primo semestre del 2023.

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