Banche

UniCredit, parte l’offerta su BancoBpm: al bivio fra rilancio e marcia indietro

Al via lunedì l’Ops, per gli azionisti di Piazza Meda tempo fino al 23 giugno per aderire. Ma Orcel si tiene le mani libere: anche a operazione conclusa può decidere di sfilarsi. Il peso del no Bce al Danish Compromise e del Golden Power del Governo

di Luca Davi

Il palazzo Hall Unicredit in piazza Gae Aulenti. (ANSA / Matteo Bazzi)

4' di lettura

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Dopo mesi di attesa, scontri, esposti (e controesposti), l’offerta pubblica di scambio di UniCredit su BancoBpm sbarca sul mercato. A partire da domani gli azionisti di BancoBpm potranno scambiare un’azione di Bpm con 0,175 azioni ordinarie di UniCredit di nuova emissione, che diventeranno 0,166 dopo lo stacco del dividendo da parte di entrambe le banche. Per aderire ci sarà tempo fino al 23 giugno, a meno di ulteriori estensioni al 30 giugno (per motivi eccezionali). Poi si faranno i conti. E si vedrà se le adesioni, come fissato da UniCredit, avranno raggiunto il 66% del capitale di BancoBpm. O, nel caso estremo, anche il 50% più un’azione, se piazza Gae Aulenti lo riterrà sufficiente, rendendo così efficace l’Ops e l’unione tra le due banche. Diversamente, l’Ops decadrà e le due banche continueranno ad avere destini separati.

L’aspetto anomalo di una delle Ops più tormentate della storia borsistica italiana è che fino all’ultimo minuto (e oltre) la banca di piazza Gae Aulenti si terrà mani libere per ogni ipotesi: sia per fare ipotetici rilanci (e in quel caso il termine ultimo è il 21 giugno), sia per ritirarsi. E in quest’ultimo caso, ogni mossa è possibile anche a Ops conclusa, ovvero fino al 30 giugno (salvo proroghe), il giorno prima della data di pagamento fissata per il primo luglio.

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Se l’Ops si prospetta così incerta, è anche per l’avveramento di alcune condizioni che consentono a UniCredit di tirarsi indietro, a partire dal rialzo del prezzo (da 6,2 a 7 euro) dell’Opa che BancoBpm aveva lanciato per conquistare il 100% del capitale di Anima Sgr.

Se la si guarda dal lato del mercato, ad oggi il prezzo di Bpm rimane al di sopra dell’Ops, e ciò rende non conveniente per gli azionisti aderire. Resta però da capire quale sarà l’andamento dei due titoli nelle prossime settimane. Un bivio importante per immaginare il prosieguo dell’Ops è rappresentato dalla presentazione dei conti del primo trimestre dei due gruppi e dalla relativa risposta del mercato: entrambe le banche hanno calendarizzato i conti per il 7 maggio, e in quella sede gli investitori analizzeranno i risultati e le rispettive guidance (e la loro credibilità) anche in uno scenario che si prospetta complicato, vista la congiuntura in atto.

La “preda” BancoBpm

Da parte sua, BancoBpm il suo giudizio sull’Ops l’ha già dato. Ed è, ovviamente, una bocciatura senza appello. «L’offerta di UniCredit non è congrua, è totalmente inadeguata e non corretta» perché «sottovaluta la nostra banca», ha detto nei giorni l’istituto nel quadro del giudizio sull’Ops in corso. Per piazza Meda sono diversi i motivi che spingono a consigliare agli azionisti di non cedere a Unicredit. Si va dall’«assenza» di un premio per il controllo - visto che l’offerta prevede un premio dello 0,5% rispetto al prezzo dell’azione Bpm alla vigilia dell’annuncio — alla «penalizzazione finanziaria e trasferimento di valore» a danno degli azionisti Bpm. Piazza Meda ha evidenziato come, in caso di fusione, ai propri azionisti spetterebbe il 14% degli utili netti dell’entità combinata, pur contribuendo Bpm per il 18% dell’entità combinata. Al 2027, mancherebbero 0,45 miliardi in termini di utili netti, che invece sarebbero previsti nel piano industriale da Bpm in uno scenario stand-alone. E così pure, sul fronte delle sinergie, in caso di fusione ci sarebbero benefici netti da riequilibrare, dice Bpm, perchè giudicati a vantaggio degli azionisti di UniCredit.

La visione di UniCredit

Realistico che da parte sua UniCredit risponda a Bpm più avanti, con tempi e modi che saranno giudicati opportuni. In parte però le ragioni dell’offerente sono note. «Offriamo un prezzo che incorpora un premio di almeno il 15% rispetto al prezzo delle azioni di Bpm prima dell’annuncio dell’offerta su Anima», aveva detto il ceo Andrea Orcel nel corso dell’assemblea dei soci di marzo. E dopo il “no” della Bce all’applicazione del Danish Compromise su Anima, l’operazione è diventata molto più onerosa sotto il profilo del consumo di capitale. Secondo UniCredit, Piazza Meda post Anima vedrà ridurre il proprio Cet1 di 286 punti base (e un miliardo in meno in termini di distribuzione di valore agli azionisti), e ciò quindi riduce la probabilità di eventuali rilanci sul prezzo. A uno scenario tutt’altro che facile si è aggiunta nei giorni scorsi l’incognita dei paletti imposti dal Governo con la procedura Golden Power. Condizioni bollate dalla banca «illegittime e ingiuste», che hanno reso più impervia l’intera operazione. Il dialogo con il Governo è avviato e si vedrà quali saranno gli esiti. Non è escluso che nelle prossime settimane il provvedimento venga impugnato davanti al Tar, ma ciò segnalerebbe un’escalation nelle tensioni con il Governo. E non sarebbe di buon auspicio per l’esito dell’istruttoria Antitrust, l’ultima prova (assieme alla DgComp, attesa per il 4 giugno) che ancora manca all’appello. Ecco perché restano vive le parole pronunciate di recente da Andrea Orcel: «L’operazione deve avere senso dal punto di vista della creazione di valore, altrimenti non la faremo».


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