14-15 maggio

Trump in Cina con i ceo Usa, c’è anche Huang di Nvidia: gli affari contano più della propaganda

Per il summit più atteso, il tycoon invita alcune delle più grandi aziende americane, da Nvidia a Boeing fino ad Apple

di Biagio Simonetta

 APN

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È innegabilmente uno dei summit più attesi degli ultimi anni. L’Air Force One americano dovrebbe atterrare a Pechino il 14 maggio prossimo.

Poi, almeno due giorni di incontri e punti vista fra Donald Trump e Xi Jinping. Un incontro in cui le carte, anche se sei un ottimo giocatore di poker, alla fine dovrai scoprirle davvero. Perché il momento storico è complesso, Hormuz sta facendo tremare ogni equilibrio. E anche se ti chiami Donald Trump, e la narrativa che ti accompagna è quella dell’uomo solo al comando, ci sono tavoli dove mostrare i muscoli non serve a niente. Quello cinese è uno di questi.

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Forse è per questo che il presidente statunitense avrebbe pensato (almeno secondo quanto sostiene Semafor) di presentarsi in Cina in compagnia dei ceo delle più grandi aziende americane.

Da Apple a Exxon Mobil, da Boeing a Nvidia, fino a Qualcomm, Blackstone, Citigroup e Visa.

Gli inviti sarebbero partiti qualche sera fa. E le adesioni sarebbero arrivate in blocco, col ceo di Nvidia, Jensen Huang, che in una intervista alla Cnbc ha dichiarato che rappresentare gli Stati Uniti «sarebbe un privilegio».

L’incontro arriva in una fase molto delicata. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, ha utilizzato una comunicazione sempre piuttosto aggressiva nei confronti della Cina.

L’ha tirata in ballo per il dramma del fentanyl, l’ha accusata a più riprese di aver approfittato degli Stati Uniti per decenni, accumulando surplus commerciali enormi e contribuendo alla deindustrializzazione americana. E ha imposto dazi a corrente alternata.

Il punto è che da Pechino, in questo anno e mezzo, hanno sempre ribattuto colpo su colpo. Rispondendo a dazi con altri dazi. E scoprendo tutta la fragilità statunitense in alcuni settori strategici, come le terre rare.

Ora l’incontro. Un incontro in cui Trump vuole al suo fianco i ceo di aziende enormi che con la Cina, in qualche modo, hanno a che fare. A partire da Apple, che dipende ancora in modo significativo dalla manifattura cinese.

Poi Qualcomm, che continua a generare una quota importante dei ricavi dal settore smartphone del Paese asiatico.

Fino a Nvidia, i cui chip sono diventati in questi ultimi anni, terreno di scontro fra i due Paesi, nella lotta alla leadership per l’intelligenza artificiale.

La presenza di Exxon, Visa, Citigroup e Blackstone mostra invece come il viaggio non riguardi soltanto tecnologia e semiconduttori, ma anche energia, finanza e investimenti.

Mentre quella di Boeing ha un valore diverso. L’azienda con sede a Arlington, in Virginia, potrebbe approfittare del supporto dell’amministrazione Trump per sbloccare un maxi ordine cinese fermo da anni.

Sul tavolo ci sarebbero circa 500 Boeing 737 MAX, oltre a decine di aerei widebody (a fusoliera larga, ndr).

Sarebbe il primo grande ordine cinese per Boeing dal 2017, se Pechino cederà. Per il gruppo aerospaziale americano si tratterebbe di un risultato importante dopo anni complessi segnati sia dalla crisi del 737 MAX sia dal deterioramento dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Trump, insomma, veste i suoi panni migliori: quelli da uomo d’affari, più che da politico. E questa mossa ha già disegnato un nuovo perimetro narrativo. Perché per la Cina è la conferma di una certezza. E cioè che il Paese, nonostante la competizione strategica e le tensioni sui chip, rimane centrale per le grandi aziende americane.

Difficile capire cosa succederà a Pechino, ma il governo cinese potrebbe usare il viaggio per mostrare apertura economica e allo stesso tempo dimostrare che il sistema industriale statunitense resta fortemente interconnesso con l’economia cinese. Mentre Trump, cercherà di portare a casa più risultati possibili per recuperare fiducia nell’elettorato americano, vestendo i panni del gran negoziatore.

Allo stesso tempo però il viaggio evidenzia anche un elemento che negli ultimi anni è emerso con sempre maggiore chiarezza. E cioè che gli Stati Uniti, pur cercando di ridurre la dipendenza strategica dalla Cina, non sono ancora in grado di separarsi dal mercato cinese.

La presenza di aziende simbolo dell’intelligenza artificiale, della manifattura avanzata e della finanza globale mostra come il legame economico tra le due superpotenze resti profondo.

Ma anche un ritorno alla realtà dei fatti. Quella per la quale gli affari e l’economia, vengono sempre prima della propaganda.

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