Geopolitica industriale

Trump: «Intel ha detto sì». Il governo Usa entra nel capitale con il 10%

I sussidi a fondo perduto dell’era Biden lasciano spazio a quote senza diritti di voto, ma con un evidente significato politico. E la Casa Bianca non intende fermarsi qui

di Alberto Annicchiarico

Il logo Intel  è posizionato su una scheda madre di un computer. REUTERS/Dado Ruvic

3' di lettura

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Intel è il primo gigante tech americano a vedere l’ingresso diretto del governo nel proprio capitale. Donald Trump ha annunciato nella serata di venerdì che la trattativa con la società è andata in porto («Intel said yes to 10% stake», ha dichiarato il presidente). Il governo degli Stati Uniti acquisirà una quota del 10% del gruppo californiano, trasformando circa 10 miliardi di dollari del Chips and Science Act (eredità dell’Amministrazione Biden) in azioni del colosso dei semiconduttori di Santa Clara. Una scelta che segna un deciso cambio di passo rispetto al passato: «Non regaliamo più miliardi a fondo perduto – ha spiegato la Casa Bianca – ma li convertiamo in azioni, affinché i contribuenti abbiano un ritorno».

Non è la prima volta in assoluto che Washington entra nel capitale di un grande gruppo privato: durante la crisi del 2008-2009 il Tesoro salvò banche come Citigroup e case automobilistiche come GM, diventandone azionista temporaneo. Ma questa volta lo scenario è diverso: si tratta soprattutto di una mossa di geopolitica industriale, con la tecnologia in prima linea nella sfida geopolitica, soprattutto con la Cina.

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Il mercato ha dato la sua lettura dei fatti: il titolo Intel ha guadagnato fin oltre il 7% (chiusura a +5,60%), portando a +19,8% il bilancio dell’ultimo mese. L’operazione arriva a pochi giorni dall’ingresso della holding giapponese SoftBank, che ha investito 2 miliardi di dollari, per circa il 2% del capitale (sesto azionista). Il numero uno (presidente e ceo), Masayoshi Son, ha parlato di investimento strategico, legato alla centralità dei chip nell’intelligenza artificiale. Per Intel, che nel 2024 ha perso 18,8 miliardi di dollari – il primo rosso dal 1986 – e ha chiuso il secondo trimestre di quest’anno con altri 2,9 miliardi di perdite, si tratta di una doppia boccata d’ossigeno.

Il ceo di origini malesi Lip-Bu Tan - venture capitalist di lungo corso e nel board di SoftBank Group fino a giugno 2022 - chiamato a guidare l’azienda cinque mesi fa, dopo l’uscita di Pat Gelsinger, ha varato un piano di ristrutturazione drastico: riduzione dell’organico da 109mila a 75mila unità entro quest’anno, stop ai progetti di nuove fabbriche in Germania e Polonia, razionalizzazione delle linee produttive. Il cantiere più delicato resta la megafabbrica in Ohio, simbolo del rilancio industriale americano ma ancora in ritardo.

Con l’ingresso dello Stato nell’azionariato, il paradigma cambia. I sussidi a fondo perduto dell’era Biden lasciano spazio a quote di capitale (lo Stato diventa primo azionista), ma senza diritti di voto, ma con un evidente significato politico. E la Casa Bianca non si fermerà qui: intese analoghe sono allo studio per i minerali critici e l’intelligenza artificiale. Lo scorso luglio il Pentagono è diventato il primo azionista di MP Materials, l’unico produttore Usa di terre rare.

La scommessa, ora, è capire se l’“azionariato patriottico” sarà uno stimolo o un vincolo. Perché mentre il colosso taiwanese dei chip TSMC - prima fonderia mondiale di semiconduttori: detiene la leadership sia per volumi che per quota di mercato - e Samsung (anche con un recente patto da 16 miliardi di dollari con Tesla) avanzano negli Stati Uniti e Nvidia consolida la sua leadership nell’intelligenza artificiale, Intel resta l’unico campione (anche se in difficoltà) pienamente americano con capacità integrate di progettazione e produzione. La sfida, però, non ammette altri passi falsi.

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