Terre rare, con la sfida Usa-Cina a rischiare è anche l’Europa
di Sissi Bellomo
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La sfida sulle terre rare tra Cina e Stati Uniti rischia di provocare gravi danni collaterali, colpendo soprattutto l’Europa, visto che il Giappone ha guadagnato una maggiore diversificazione delle forniture dopo l’embargo subito nel 2010.
Le minacce di Pechino, che potrebbe tagliare l’export dei metalli hi-tech ai clienti americani, hanno già messo Washington in competizione con il resto del mondo per soddisfare il proprio fabbisogno: uno sviluppo che sta innescando forti rincari e che potrebbe persino provocare difficoltà di approvvigionamento per le terre rare più scarse o ricercate, come il neodimio, impiegato nei supermagneti.
Non si tratta di ipotesi teoriche, ma di un processo che sembra essersi già messo in moto. Il Pentagono ieri ha rivelato di aver avviato contatti con minerarie che operano in Africa e in altre aree del mondo, con l’obiettivo di diversificare i fornitori di terre rare. «Stiamo cercando ogni possibile fonte di offerta fuori dalla Cina», ha affermato Jason Nie, della Defense Logistics Agency (Dla), che si occupa degli acquisti per il dipartimento della Difesa Usa.
La notizia alla Borsa di Londra è stata accolta con un balzo di oltre il 40% per i titoli delle due società espressamente citate dal funzionario: Mkango Resources, che prevede di sviluppare miniere in Malawi, e Rainbow Rare Earths, che già produce in Burundi ed è fornitore della tedesca ThyssenKrupp.
L’australiana Lynas, unico produttore rilevante di terre rare fuori dalla Cina, scambia ai massimi da 5 anni in Borsa dopo aver quasi raddoppiato la capitalizzazione nel giro di un mese.



