Le regole di Pechino

Stretta cinese sulle Ipo tech. L’obiettivo di Xi? Governare lo sviluppo dell’economia

Pechino è disposta a innescare quella che si potrebbe definire distruzione finanziaria creativa: non importa quanti miliardi vanno in fumo, purché la lezione sia chiara per tutti

di Rita Fatiguso

(AP)

2' di lettura

2' di lettura

C’è del metodo in questa follia tutta cinese di guastare la festa alle Big e alle matricole tecnologiche. Prima Alibaba, che ha visto sfumare otto mesi fa l’Ipo da 35 miliardi di dollari a Shanghai e Hong Kong della sua piattaforma di pagamenti, Ant Group. Ora il colpo basso all’approdo di Didi Global, la Uber cinese, a Wall Street: è bastata la notizia che la Cyberspace administration of China l’accusava di non aver rispettato le nuove leggi in tema di protezione dati per scatenare l’inferno. Il contagio si è diffuso tra i listini affondando i titoli cinesi.

Didi, bloccata dalla Cybersecurity, ha subìto un tracollo miliardario, un quinto della sua capitalizzazione. Davanti a questo bagno di sangue ha piegato la testa promettendo di ottemperare alle direttive cinesi. Non solo, Tencent, che ha una quota del 6,8% in Didi, si è vista anche bocciare la fusione tra i primi due siti di videogiochi in streaming cinesi di sua proprietà: per l’Antitrust il matrimonio non s’ha da fare.

Loading...

Strada senza ritorno

La strada imboccata da Pechino, infatti, è senza ritorno. Il Governo ha deciso di rafforzare l’Antitrust e la protezione dati, di regolamentare le piattaforme di pagamento non bancarie e monitorare quelle che trasmettono in streaming. Dulcis in fundo, c’è anche la previsione di tassare i giganti dell’hi-tech, che da soli fatturano un terzo del Pil.

Perché tanto accanimento? Per trovare un barlume di logica bisogna rifarsi alle strategie cinesi di lungo periodo.

Sviluppo ordinato

L’obiettivo finale del socialismo con caratteristiche cinesi per la Nuova Era, codificato nel 14esimo Piano quinquennale, per il periodo 2021-25, è quello di governare lo sviluppo ordinato dell’economia. In nome di questo la Cina è disposta a innescare quella che si potrebbe definire distruzione finanziaria creativa: non importa quanti miliardi vanno in fumo, purché la lezione sia chiara per tutti. E la legge cinese viene prima di tutto.

A poche ore dalla quotazione di Ant Financial, lo scorso novembre, le massime autorità finanziarie non esitarono a convocare Jack Ma, il fondatore di Alibaba, rinfacciandogli di aver usato due banche locali per veicolare prodotti finanziari sulle sue piattaforme e-commerce.

Paradisi fiscali e Big tech

L’Antitrust, d’ora in poi, non si fermerà più alle porte dei paradisi fiscali dove i big dell’hi-tech hanno creato società parallele, vere titolari degli utili e delle ricchezze accumulate, perché ha deciso di prendere atto di queste realtà a circuito chiuso che prima ignorava.

La Global tax al 15% fornirà un’arma in più a Pechino per recuperare gettito, dal momento che le filiali dei grandi gruppi tecnologici hanno sedi in Paesi con aliquote più basse del 25% previsto dal fisco cinese.

Certo, gran parte del valore aggiunto delle grandi società tecnologiche è stato alimentato dalla deregulation. Ma la festa è finita e la Cina di oggi punta al controllo delle realtà innovative, a qualsiasi costo.

Per approfondire

Cosa succede se la Cina bussa alle porte dei paradisi fiscali delle Big Tech

Leggi lo scenario

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti