Quando la libertà non basta a sé stessa
Diventiamo liberi assieme agli altri, quando riusciamo a trasformare la dipendenza reciproca in autentica cooperazione
9' di lettura
9' di lettura
Essere liberi significa non essere sottomessi alla volontà arbitraria di un altro, non essere costretti a vivere secondo un destino assegnato, non essere imprigionati in un ruolo né in un ordine sociale che decide al posto nostro chi possiamo essere.
L’idea di libertà, nell’età moderna nasce così, come emancipazione da vincoli imposti dall’esterno. Come possibilità di dire no. Come diritto a sottrarsi. Come spazio protetto da ogni forma di interferenza e coercizione. È una conquista immensa da cui nessuna teoria della giustizia può prescindere. Senza questo primigenio significato della libertà, senza il riconoscimento di una sfera personale indisponibile al potere, non avremmo oggi i diritti individuali, né il pluralismo, né una democrazia compiuta. La libertà, in questa forma, è innanzitutto limite posto all’interferenza degli altri. Ma è anche garanzia contro la violenza del potere politico, del potere economico, delle maggioranze, delle comunità chiuse e delle tradizioni oppressive.
Questa idea di libertà “negativa”, sia pur necessaria, può non essere sufficiente. Anzi, diventa pericolosa proprio quando pretende di bastare a sé stessa. È questa la posizione di Axel Honneth secondo cui quando la libertà viene pensata solo come assenza di coercizione, essa finisce per descrivere il soggetto come un individuo isolato, già formato prima di ogni relazione, titolare di preferenze e desideri che la società dovrebbe semplicemente lasciare indisturbati. La questione anomala – afferma Honneth - è che in questa concezione, l’altro, gli altri, finiscono per apparire soprattutto come ostacoli. La vita in comune diventa un sistema di confini, una mappa fatta di limiti e muri. La giustizia, allora, diventa l’arte di impedire invasioni reciproche, perché ciascuno apparirebbe libero solo nella misura in cui nessuno invade il suo spazio personale.
È un’immagine povera della libertà, perché nella vita reale non siamo mai soltanto individui che chiedono di essere lasciati in pace. È un’aspirazione, quella, che non esaurisce il senso delle nostre esistenze. Perché se è vero che le relazioni possono generare limiti e sofferenza è anche vero che senza gli altri saremmo sempre individui e non persone, incompleti e non pienamente riconosciuti e realizzati. Nasciamo ontologicamente relazionali. Non scopriamo i nostri fini in un vuoto sociale, ma dentro la cornice di un linguaggio, di legami, aspettative, istituzioni e pratiche condivise. La libertà, per questo, non è soltanto una proprietà del singolo. Non basta che nessuno mi impedisca di agire, devo anche trovarmi in un mondo in cui le mie capacità possano formarsi, i miei progetti possano essere compresi, le mie scelte possano trovare condizioni reali di affermarsi.
Oltre l’individuo isolato
È qui che Honneth ci aiuta a compiere un passaggio importante. Dopo aver mostrato che l’ingiustizia nasce spesso come esperienza di misconoscimento e dopo aver interpretato i conflitti sociali come lotte necessarie per rendere visibile quel misconoscimento – snodi che abbiamo analizzato nei Mind the Economy delle settimane scorse - egli sposta il fuoco della sua teoria critica sulle condizioni istituzionali della libertà. La domanda non è più soltanto relativa all’origine del sentimento dell’ingiustizia. Né soltanto riguarda il modo in cui una ferita privata si trasforma in conflitto sociale. La domanda si pone ora rispetto a quali forme sociali rendono possibile una libertà effettiva. In quali istituzioni possiamo riconoscerci reciprocamente non come ostacoli, rivali o spettatori, ma come condizioni della libertà gli uni degli altri.









