Axel Honneth: perché la giustizia parte dalle ferite
Dalle ferite dell’anima alla grammatica dei conflitti: perché il bisogno di essere riconosciuti dagli altri è la vera base su cui poggia l’intera architettura della società
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Che cosa ci fa dire che qualcosa è ingiusto? La tradizione filosofica moderna ha spesso risposto a questa domanda muovendo dai principi e partendo dall’alto dell’astrazione. Come la geometria euclidea muove dagli assiomi per ricavare i teoremi ed avvicinarsi progressivamente alla realtà del mondo, così le teorie della giustizia, in genere, partono dall’enunciazione di diritti e regole e da questi derivano i criteri di equità. La giustizia, in questa prospettiva, è qualcosa che si stabilisce prima e che poi si prova ad applicare, sperabilmente, alla realtà. Non così per Axel Honneth, filosofo tedesco, allievo di Habermas ed esponente di spicco della storica Scuola di Francoforte. Egli, infatti, propone una prospettiva diversa, un vero e proprio rovesciamento di questo schema. Non si parte dai principi, ma dalle esperienze. Non da ciò che dovrebbe essere, ma da ciò che viviamo nel concreto. Per capire cosa vuol dire giustizia dobbiamo, innanzitutto, partire da ciò che viviamo come intollerabile.
La teoria critica, nella sua versione honnethiana, nasce così, non come costruzione normativa, ma come articolazione concettuale di un vissuto diffuso, doloroso ma spesso invisibile. È ciò che Honneth chiama l’esperienza del “misconoscimento”.
Le ingiustizie non si manifestano innanzitutto come violazioni di norme, ma come ferite dell’anima e delle relazioni. Prima ancora di essere formulate in termini giuridici o politici, esse vengono sentite nella carne viva. Si presentano sotto forma di umiliazione, esclusione, svalutazione. Non sono, almeno in prima istanza, problemi di distribuzione delle risorse, ma di relazioni malate.
È da questo punto che prende avvio la svolta di Honneth rispetto a una parte rilevante della filosofia politica contemporanea. La normatività non è esterna alla vita sociale, ma immanente ad essa. Non è un criterio che giudica dall’esterno, ma qualcosa che emerge dall’interno delle pratiche sociali, quando queste vengono meno alle aspettative di riconoscimento che esse stesse hanno contribuito a generare. “La possibilità di un rapporto positivo con sé stessi – sottolinea infatti il filosofo - dipende dalla possibilità di essere riconosciuti da altri” (p. 114). Questa tesi, ereditata da Hegel e rielabora con grande originalità, ha conseguenze filosofiche e politiche radicali. L’identità individuale, per esempio, non può più essere pensata come un dato originario, ma come il risultato di processi intersoggettivi – un dato confermato dalle neuroscienze sociali. Noi diventiamo ciò che siamo solo attraverso relazioni significative con gli altri. Per questo il “misconoscimento” non rappresenta una semplicemente una mancanza, ma una vera e propria lesione, una alterazione menomante, di questa relazione fondamentale. Non essere riconosciuti significa non poter sviluppare pienamente sé stessi. In questo senso la teoria del riconoscimento honnethiana è, quindi, innanzitutto una teoria della vulnerabilità costitutiva dell’essere umano, della nostra socialità, della vita in cumune.
Le ferite del misconoscimento
Possiamo distinguere tre forme fondamentali di “misconoscimento”, che corrispondono ad altrettante dimensioni dell’identità personale: la violenza fisica, la privazione dei diritti e la svalutazione sociale. In ciascun caso, ciò che viene intaccato non è solo una condizione esterna, ma una dimensione interna della soggettività. Questa articolazione è decisiva, perché mostra come le ingiustizie non colpiscano tutte allo stesso modo, ma incidano su livelli differenti della nostra relazione con noi stessi.









