Mind the Economy /Justice 146

Guardarsi negli occhi. La libertà senza deferenza

La vera libertà richiede strutture sociali e istituzioni che prevenendo la dominazione tutelino relazioni di uguaglianza

di Vittorio Pelligra

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8' di lettura

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C’è un tratto dell’esperienza della libertà che difficilmente si trova nelle definizioni teoriche, che pure tutti riconosciamo immediatamente. Non ha a che fare con ciò che possiamo fare, ma con il modo in cui stiamo al mondo. Riguarda il “portamento”, prima ancora delle scelte. Il modo in cui si entra in una stanza, si prende la parola, si sostiene uno sguardo. Philip Pettit, riprendendo una lunga tradizione repubblicana, esprime questa idea con un’immagine semplice. Essere liberi significa poter “guardare gli altri negli occhi” senza timore né deferenza (Republicanism: A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press, 1997, p. 81-82). E questa non è una metafora. È una diagnosi. Perché il contrario della libertà, nella prospettiva di Pettit, non è soltanto la costrizione. È una forma più sottile e più diffusa: l’esposizione o, come dice il filosofo, la “dominazione”. L’essere costretti a vivere, cioè, sotto una volontà arbitraria che non controlliamo. Una volontà che magari non si manifesta in modo continuo e manifesto ma che pure è lì, e potrebbe manifestarsi da un momento all’altro.

La teoria politica contemporanea ha abituato il nostro sguardo a misurare la libertà in termini di diritti, opportunità, capacità di scelta. Tutte dimensioni importanti, naturalmente. Ma non sufficienti. Ciò che la prospettiva repubblicana riporta al centro è una categoria più antica e meno frequentata: quella di status. Essere liberi non significa soltanto poter fare certe cose. Significa occupare una posizione riconosciuta all’interno della società. Una posizione in cui non si è esposti all’arbitrio altrui. In cui non si dipende dalla benevolenza, dalla tolleranza o dall’umore di chi ha più potere.

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La libertà relazionale

La libertà come la intende Pettit è, per questo, una proprietà relazionale. Non riguarda ciò che ho, ma il modo in cui sto in rapporto agli altri. Per questo Pettit insiste su una distinzione decisiva, quella tra il non subire interferenze e il non essere vulnerabili all’interferenza arbitraria. Nel primo caso, tutto dipende dalle circostanze. Nel secondo, dalla struttura delle relazioni. Nel primo caso, la libertà dipende dalle contingenze, dall’inerzia, dalla benevolenza o semplicemente dalla convenienza di chi detiene il potere. Nel secondo caso, invece, dipende da un assetto stabile delle relazioni, da un ordine che rende quell’interferenza non arbitraria, perché sottoposta a vincoli, controlli, giustificazioni. La differenza, per dirla con Pettit, è tra chi non subisce interferenze e chi non è esposto a “un potere di interferenza su base arbitraria” (1997, p. 52).

È una differenza sottile ma decisiva. È la differenza tra sicurezza e sorte. Quando questo status viene meno, non sempre emergono forme visibili di oppressione. Più spesso si producono trasformazioni impercettibili nei comportamenti. Si impara a calibrare le parole. A evitare certe prese di posizione. A scegliere con prudenza i contesti, gli interlocutori, i tempi. Non per paura esplicita, ma per una sorta di adattamento continuo. Si impara la grammatica della deferenza. La si interiorizza volontariamente senza bisogno che qualcuno ce lo ordini. E allora non ci sarà bisogno di un comando perché una possibilità venga esclusa. Basta che diventi sconveniente o inopportuna, e in qualche caso rischiosa. Basta che si inscriva in uno spazio in cui qualcuno, in linea di principio, potrebbe intervenire. La dominazione non agisce solo dall’esterno, ma riorganizza il campo delle possibilità dall’interno. In queste condizioni, la libertà non scompare. Si trasforma. Diventa prudenza, adattamento, capacità di orientarsi in un ambiente incerto. Ma proprio per questo perde uno dei suoi tratti fondamentali: la possibilità di esporsi. Perché guardare negli occhi qualcuno significa, in fondo, esporsi al suo giudizio senza dover temere il suo arbitrio.

Se prendiamo sul serio questa connessione tra libertà e vita morale, allora il punto decisivo non riguarda più soltanto la qualità delle nostre istituzioni, ma la qualità delle nostre relazioni. Non si tratta semplicemente di garantire agli individui uno spazio di azione protetto dall’interferenza, ma di rendere possibile una forma di interazione in cui ciascuno possa impegnarsi con gli altri senza che tale impegno sia viziato dalla dipendenza.

Libertà e responsabilità

La ricostruzione proposta da Pettit in The Birth of Ethics (Oxford University Press, 2018), suggerisce che la moralità emerge quando gli individui cominciano a vincolarsi reciprocamente attraverso il linguaggio. Dire qualcosa, promettere, dichiarare, impegnarsi, significa esporsi. Significa autorizzare gli altri a fare affidamento su ciò che diciamo e, allo stesso tempo, a chiamarci a risponderne. È in questo spazio che si formano le nozioni di responsabilità, di obbligo, di giustificazione. Ma questa esposizione reciproca può funzionare solo a una condizione: che non sia strutturalmente distorta da rapporti asimmetrici di dominazione. Se uno dei due interlocutori detiene un potere arbitrario sull’altro, il linguaggio perde la sua funzione costitutiva e diventa uno strumento strategico. Le parole non vincolano più, ma servono a proteggersi, a negoziare margini, a ridurre i rischi. In questo senso, la libertà come non-dominazione non è semplicemente una condizione favorevole alla vita morale. È una condizione costitutiva. Senza di essa, la responsabilità si svuota. Non perché gli individui cessino di essere responsabili in senso formale, ma perché vengono meno le condizioni che rendono quella responsabilità significativa e riconoscibile.

La differenza è sottile ma fondamentale. Si può essere ritenuti responsabili anche in contesti di dominazione. Ma si è responsabili, in senso pieno, solo quando si è nelle condizioni di rispondere senza dover temere l’arbitrio altrui. Solo quando ciò che si dice e si fa può essere esposto al giudizio degli altri senza essere preventivamente filtrato dalla necessità di adattarsi. Da questo punto di vista, la libertà non è soltanto ciò che protegge l’azione morale. È ciò che la rende possibile. È lo spazio in cui l’individuo può riconoscersi come autore delle proprie azioni e, allo stesso tempo, essere riconosciuto dagli altri come tale.

Questo spostamento di prospettiva ha conseguenze rilevanti anche per il modo in cui pensiamo l’autonomia, che non può più essere vista solo come una proprietà interna dell’individuo, una sorta di indipendenza psicologica o decisionale. Diventa una condizione eminentemente relazionale. Dipende, cioè, dal fatto che le relazioni in cui siamo inseriti non ci costringano a vivere nella vulnerabilità sistematica. Essere autonomi, in questo senso, non significa non dipendere da nessuno. Significa non dipendere in modo arbitrario. Consente di essere in relazione senza essere subordinati. Potersi impegnare senza doversi proteggere. Poter rispondere senza dover prima calcolare.

È qui che la riflessione morale e quella politica tornano a intrecciarsi. Se la libertà come non-dominazione infatti è una condizione della vita morale, allora le istituzioni non possono limitarsi a garantire diritti formali o opportunità di scelta. Devono intervenire sulle strutture che producono dipendenza. Devono rendere possibile un contesto in cui gli individui non siano costretti a modulare continuamente il proprio comportamento in funzione di poteri opachi o incontrollabili. Non si tratta semplicemente di introdurre correttivi a un assetto istituzionale esistente, ma di ripensare il modo stesso in cui definiamo ciò che rende giusto un ordine sociale.

Pettit propone di considerare la libertà non tanto come uno tra i molti valori politici, ma come una vera e propria “moral compass”, una “bussola morale”, un criterio capace di orientare il giudizio nelle situazioni complesse della vita pubblica. Questo implica un cambiamento di prospettiva significativo per il quale le istituzioni non sono considerate giuste perché realizzano determinati esiti, ma perché contribuiscono a configurare relazioni che sottraggono gli individui all’arbitrio.

La prima conseguenza riguarda, dunque, la natura della giustizia sociale. Se la libertà è non-dominazione, allora condizioni come la povertà, la precarietà estrema, la dipendenza economica non sono semplicemente problemi distributivi, ma forme strutturali di vulnerabilità. Non sono ingiuste soltanto perché producono diseguaglianze, ma perché espongono gli individui al potere discrezionale di altri. In questo senso, ciò che è in gioco non è tanto il livello delle risorse disponibili, quanto il grado di indipendenza strutturale che esse rendono possibile.

La seconda implicazione riguarda la giustizia politica. Il potere pubblico, in una prospettiva repubblicana, non è semplicemente un potere autorizzato, ma un potere continuamente controllabile. La legittimità non si esaurisce nell’origine democratica delle decisioni, ma si misura nella possibilità permanente di sottoporle a scrutinio, revisione, contestazione. È questo che distingue un potere non arbitrario da un potere meramente legittimato.

Le istituzioni della non-dominazione

Da queste considerazioni discende un modello istituzionale esigente, che non si limita alla rappresentanza elettorale ma include una pluralità di dispositivi di controllo e bilanciamento, come la separazione dei poteri, le garanzie giurisdizionali, le autorità indipendenti, procedure di accountability e, soprattutto, ampi spazi di contestazione pubblica. Non si tratta di semplici correttivi, ma di condizioni strutturali della libertà.

Ma forse è sul piano meno visibile delle relazioni sociali che le implicazioni diventano ancora più interessanti. Accanto ai meccanismi del mercato - la “mano invisibile” - e a quelli della regolazione pubblica - la “mano visibile” - esiste una terza forma di coordinamento sociale, quella cioè fondata sulla distribuzione della stima e del discredito. In The Economy of Esteem (Oxford University Press, 2004), Philip Pettit e Geoffrey Brennan la chiamano “intangible hand” (la mano intangibile). Le società non funzionano soltanto attraverso incentivi economici o sanzioni legali, ma anche attraverso sistemi di riconoscimento che orientano i comportamenti. Questo elemento è cruciale perché introduce una dimensione ulteriore nella teoria della libertà. La dimensione di quegli equilibri culturali che coevolvono con le istituzioni formali rendendo certe forme di potere più o meno socialmente accettabili.

In una società in cui la deferenza è normalizzata, la dominazione può persistere anche in presenza di garanzie formali. Al contrario, in una società in cui certe forme di arbitrio sono pubblicamente disapprovate, la pressione dell’intangible hand può contribuire a limitarle in modo efficace. Questo implica che la libertà repubblicana non è soltanto un progetto istituzionale, ma anche un progetto culturale. Richiede la formazione di aspettative condivise, di standard pubblici, di criteri di giudizio che rendano visibili e contestabili le relazioni di dominazione.

A questo punto emerge una terza implicazione, che riguarda il modo in cui concepiamo l’azione politica stessa. Perché se la libertà è una proprietà relazionale, allora non può essere garantita una volta per tutte attraverso un disegno istituzionale. Deve essere continuamente riprodotta attraverso pratiche di vigilanza, di contestazione, di revisione. Le istituzioni possono stabilizzare certe condizioni, ma non possono eliminare la possibilità che nuove forme di dominazione emergano.

Questo vale in modo particolare nelle società contemporanee, in cui il potere assume forme sempre più diffuse, impersonali, spesso difficili da localizzare. Il rischio non è soltanto quello di un potere concentrato, ma di un potere che si esercita attraverso procedure, standard, algoritmi, norme tecniche che sfuggono alla percezione immediata.

In questi contesti, la sfida della non-dominazione diventa più complessa. Non basta identificare chi detiene il potere. Occorre comprendere come esso si distribuisce, come si esercita, quali margini di contestazione lascia aperti.

Ne deriva una concezione della libertà profondamente esigente. Non come semplice assenza di vincoli, ma come qualità delle relazioni di potere. Non come spazio individuale, ma come proprietà emergente di un ordine sociale. Ed è forse proprio questo il punto più importante.

La libertà, in questa prospettiva, non è ciò che resta quando il potere si ritrae. È ciò che emerge quando il potere è organizzato in modo tale da non essere arbitrario. Non è il contrario dell’ordine. È la sua forma più esigente. E, proprio per questo, non è mai definitivamente acquisita. Rappresenta sempre, in qualche misura, una conquista costitutivamente fragile.

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