Guardarsi negli occhi. La libertà senza deferenza
La vera libertà richiede strutture sociali e istituzioni che prevenendo la dominazione tutelino relazioni di uguaglianza
8' di lettura
8' di lettura
C’è un tratto dell’esperienza della libertà che difficilmente si trova nelle definizioni teoriche, che pure tutti riconosciamo immediatamente. Non ha a che fare con ciò che possiamo fare, ma con il modo in cui stiamo al mondo. Riguarda il “portamento”, prima ancora delle scelte. Il modo in cui si entra in una stanza, si prende la parola, si sostiene uno sguardo. Philip Pettit, riprendendo una lunga tradizione repubblicana, esprime questa idea con un’immagine semplice. Essere liberi significa poter “guardare gli altri negli occhi” senza timore né deferenza (Republicanism: A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press, 1997, p. 81-82). E questa non è una metafora. È una diagnosi. Perché il contrario della libertà, nella prospettiva di Pettit, non è soltanto la costrizione. È una forma più sottile e più diffusa: l’esposizione o, come dice il filosofo, la “dominazione”. L’essere costretti a vivere, cioè, sotto una volontà arbitraria che non controlliamo. Una volontà che magari non si manifesta in modo continuo e manifesto ma che pure è lì, e potrebbe manifestarsi da un momento all’altro.
La teoria politica contemporanea ha abituato il nostro sguardo a misurare la libertà in termini di diritti, opportunità, capacità di scelta. Tutte dimensioni importanti, naturalmente. Ma non sufficienti. Ciò che la prospettiva repubblicana riporta al centro è una categoria più antica e meno frequentata: quella di status. Essere liberi non significa soltanto poter fare certe cose. Significa occupare una posizione riconosciuta all’interno della società. Una posizione in cui non si è esposti all’arbitrio altrui. In cui non si dipende dalla benevolenza, dalla tolleranza o dall’umore di chi ha più potere.
La libertà relazionale
La libertà come la intende Pettit è, per questo, una proprietà relazionale. Non riguarda ciò che ho, ma il modo in cui sto in rapporto agli altri. Per questo Pettit insiste su una distinzione decisiva, quella tra il non subire interferenze e il non essere vulnerabili all’interferenza arbitraria. Nel primo caso, tutto dipende dalle circostanze. Nel secondo, dalla struttura delle relazioni. Nel primo caso, la libertà dipende dalle contingenze, dall’inerzia, dalla benevolenza o semplicemente dalla convenienza di chi detiene il potere. Nel secondo caso, invece, dipende da un assetto stabile delle relazioni, da un ordine che rende quell’interferenza non arbitraria, perché sottoposta a vincoli, controlli, giustificazioni. La differenza, per dirla con Pettit, è tra chi non subisce interferenze e chi non è esposto a “un potere di interferenza su base arbitraria” (1997, p. 52).
È una differenza sottile ma decisiva. È la differenza tra sicurezza e sorte. Quando questo status viene meno, non sempre emergono forme visibili di oppressione. Più spesso si producono trasformazioni impercettibili nei comportamenti. Si impara a calibrare le parole. A evitare certe prese di posizione. A scegliere con prudenza i contesti, gli interlocutori, i tempi. Non per paura esplicita, ma per una sorta di adattamento continuo. Si impara la grammatica della deferenza. La si interiorizza volontariamente senza bisogno che qualcuno ce lo ordini. E allora non ci sarà bisogno di un comando perché una possibilità venga esclusa. Basta che diventi sconveniente o inopportuna, e in qualche caso rischiosa. Basta che si inscriva in uno spazio in cui qualcuno, in linea di principio, potrebbe intervenire. La dominazione non agisce solo dall’esterno, ma riorganizza il campo delle possibilità dall’interno. In queste condizioni, la libertà non scompare. Si trasforma. Diventa prudenza, adattamento, capacità di orientarsi in un ambiente incerto. Ma proprio per questo perde uno dei suoi tratti fondamentali: la possibilità di esporsi. Perché guardare negli occhi qualcuno significa, in fondo, esporsi al suo giudizio senza dover temere il suo arbitrio.









