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Trivers e la teoria dell’autoinganno

L'autoinganno non è solo difensivo, ma strategico e offensivo per migliorare la nostra efficacia sociale

di Vittorio Pelligra

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Che cosa significa, davvero, conoscere sé stessi? La tradizione filosofica occidentale, da Socrate in poi, ha risposto a questa domanda con un invito alla trasparenza, a vedere lucidamente, a distinguere il vero dal falso e liberarsi dalle illusioni, dalle ombre della caverna platonica. Proviamo a pensare però in una differente prospettiva. Se fosse proprio questa immagine, di trasparenza, verità, affidabilità, ad essere nient’altro che un’illusione?

È Robert Trivers, uno dei più originali biologi evoluzionisti del Novecento, a rovesciare la questione. La mente umana, ci dice Trivers, non si è evoluta per vedere la realtà con chiarezza, ma per gestire in modo strategico il rapporto tra verità e interesse. L’inganno e l’auto-inganno non è malfunzionamento della nostra razionalità, ma talvolta una sua conseguenza necessaria.

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L’intuizione alla base della teoria di Trivers nasce da un paradosso. I nostri sistemi percettivi sono straordinariamente sofisticati. Siamo capaci di vedere, ascoltare e di riconoscere modelli e regolarità con grande precisione. Eppure, una volta che l’informazione arriva pulita e affidabile, siamo noi stessi che spesso la distorciamo. Dimentichiamo ciò che ci mette in difficoltà, reinterpretiamo il passato in modo favorevole, costruiamo narrazioni che ci assolvono. Perché?

Ci inganniamo, ci dice Trivers, per ingannare meglio gli altri. Una risposta chiara e netta. Perché l’autoinganno diviene in questo modo una strategia adattativa. Se credo davvero alla mia versione dei fatti, sarò più convincente con gli altri. La menzogna, anche quando non è cosciente, costa meno fatica, non ci mette in discussione, lascia meno tracce, meno esitazioni, meno contraddizioni, minori costi cognitivi, colpe e rimorsi. In un mondo fatto di relazioni ripetute, reputazione e competizione, la capacità di sfruttare in modo ottimale l’autoinganno può fare la differenza.

Non si tratta, quindi, soltanto di un difetto della mente umana. Si tratta di un sistema complesso ed evoluto nel quale inganno e rilevazione dell’inganno coevolvono. Mentire agli altri produce un costo cognitivo elevato. Per questo occorre sopprimere la verità, costruire una versione alternativa coerente, ricordarla, controllare i segnali corporei che potrebbero tradirci. Per minimizzare il costo della menzogna.

Eliminando parti della verità dall’alveo della coscienza, o distorcendole prima che diventino pienamente accessibili, siamo capaci di rendere l’inganno più fluido, meno faticoso e, in definitiva, più credibile. L’autoinganno è, in questo senso, una tecnologia mentale che abbassa il costo dell’inganno.

Questo implica anche un rovesciamento importante. L’autoinganno non è principalmente difensivo, ma spesso offensivo. Non serve solo a proteggerci da verità dolorose, ma a migliorare la nostra efficacia nelle interazioni sociali. Serve a convincere, a sedurre, a esercitare influenza. È uno strumento di persuasione, non solo un rifugio psicologico. E’ un’arma di offesa, non tanto un meccanismo di difesa.

Gli esempi sono ovunque. Nella vita quotidiana, pensiamo al modo in cui raccontiamo i nostri successi e i nostri fallimenti: i primi diventano prova del nostro merito, i secondi frutto delle circostanze. Nei contesti organizzativi, chi si percepisce come più competente tende a esporsi di più, a convincere, a guidare, anche quando le sue competenze reali sono limitate. Nei mercati finanziari, l’eccesso di fiducia nelle proprie capacità alimenta bolle e comportamenti imitativi. In politica le narrazioni identitarie funzionano proprio perché, a un certo punto, smettono di apparire come costruzioni e diventano convinzioni vissute.

Pensiamo a quelle relazioni interpersonali nelle quali emerge il bisogno di preservare un’immagine coerente di sé. Una relazione, per esempio, in cui una persona adotta comportamenti di controllo, decide per gli altri, limita gli spazi di autonomia, ma finisce per raccontarsi una storia diversa. Una storia nella quale è lei a sacrificarsi, a lottare per tenere insieme la relazione. In questa narrazione, le proprie azioni non appaiono invasive, ma necessarie. L’altro appare progressivamente inaffidabile, mentre ci si costruisce un’immagine di sé come parte lesa.

È qui che la teoria di Trivers diventa illuminante. Questa auto-rappresentazione non serve solo a proteggersi, ma a risultare più credibili agli occhi degli altri, degli amici della coppia, delle famiglie. Se credo davvero alla mia versione dei fatti, la difenderò con maggiore convinzione, riducendo esitazioni e contraddizioni. L’autoinganno rende la narrazione più persuasiva e più difficile da mettere in discussione.

In questa prospettiva, alcune distorsioni cognitive smettono di essere semplici errori. La memoria selettiva, la razionalizzazione, l’illusione di controllo, la sopravvalutazione di sé, possono avere costi enormi perché ci allontanano dalla realtà. Eppure, anche benefici, perché aumentano la nostra efficacia nelle interazioni sociali. Errore e strategia, dunque, non sono opposti, ma sottilmente intrecciati.

Qui il pensiero di Trivers incontra, in modo inatteso, la psicopatologia. Molti disturbi psichici possono essere letti come versioni estreme, o disfunzionali, di meccanismi altrimenti diffusi. Nel disturbo narcisistico, per esempio, l’autoesaltazione diventa rigida e impermeabile alla realtà; nella paranoia, la distorsione delle intenzioni altrui si radicalizza; nelle depressioni, al contrario, si osserva talvolta una riduzione di quei bias auto-protettivi che normalmente ci aiutano a “stare al mondo”. Come se la salute mentale non coincidesse con la piena aderenza al vero, ma con un equilibrio instabile tra verità e finzione.

L’autoinganno è probabilmente più antico del linguaggio stesso. Non richiede necessariamente una coscienza riflessiva. Può operare ogni volta che un organismo trae vantaggio dal presentarsi come più forte, più sicuro o più desiderabile di quanto sia. Come ci spiega la teoria della segnalazione e il “principio dell’handicap”, nei conflitti e nel corteggiamento, una manifesta fiducia di sé gonfiata artificialmente funziona perché appare autentica. Chi crede davvero nel proprio bluff è, semplicemente, più credibile di chi buffa e basta.

La biografia, per alcuni versi tragica, di Trivers rende queste intuizioni ancora più dense. La sua vita è stata segnata da una grave sindrome bipolare, da fasi di instabilità e da un rapporto mai del tutto pacificato con la propria esperienza. Non è difficile intravedere, in questo percorso, una sensibilità particolare per le fratture della mente, per quella zona in cui ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere smettono di coincidere.

E tuttavia, ridurre il suo lavoro a una forma di introspezione sarebbe un errore. Il punto decisivo della sua teoria è evolutivo. L’autoinganno persiste perché, in determinate condizioni, “funziona”. Non perché renda più felici o più autentici, ma perché può aumentare le probabilità di successo nelle interazioni sociali. La verità, in questo quadro, non è un fine naturale, ma un esito contingente, fragile, sempre esposto alla pressione dell’interesse.

Questo spiega anche perché l’autoinganno sia così pervasivo nelle istituzioni. Le organizzazioni tendono a costruire narrazioni che giustificano le proprie scelte. Le comunità reinterpretano il passato per preservare un’immagine positiva di sé. Gli scienziati stessi non sono immuni da forme di autoassoluzione. La ricerca di Trivers, come quella di mosti altri luminari, ha ricevuto finanziamenti dal famigerato Jeffrey Epstein. Alla luce delle evidenze che emergevano sul caso Trivers ha preso le distanze in modo netto. In diverse interviste e dichiarazioni ha espresso shock e disgusto per quanto emerso. Allo stesso tempo, però, il caso ha sollevato interrogativi più ampi sul rapporto tra scienza, finanziamenti e potere. Non era l’unico accademico ad aver accettato fondi o a essere entrato in contatto con Epstein. Se letta alla luce della sua teoria dell’autoinganno, questa vicenda appare come un esempio concreto, e scomodo, di ciò che Trivers aveva individuato come la tendenza umana a costruire narrazioni che rendono accettabile ciò che, visto con maggiore distanza, risulterebbe difficilmente giustificabile.

Robert Trivers è scomparso il 12 marzo del 2026. Ci lascia un’eredità che va ben oltre la biologia evoluzionistica. Ci ha insegnato a guardare con maggiore lucidità, e forse con maggiore cautela, alle nostre convinzioni, anche quelle più radicate. Perché ciò che chiamiamo “conoscenza di sé” spesso è, in realtà, un equilibrio precario tra ciò che è vero e ciò che è ci utile credere. E soprattutto ci ha lasciati con una domanda davvero difficile eludere. Se l’autoinganno è funzionale alla vita sociale, fino a che punto siamo disposti, o capaci, di rinunciarvi? Perché forse la verità più scomoda non è tanto il fatto che ci inganniamo, ma che di tale auto-inganno abbiamo un profondo bisogno.

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