Mind the Economy/Justice 150

Giustizia è il nome civile della libertà

Il 25 Aprile invita a riflettere su come la libertà democratica si realizzi solo attraverso un impegno costante per la giustizia sociale, politica ed economica

di Vittorio Pelligra

(Adobe Stock)

7' di lettura

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La festa del 25 Aprile non è solo cura e custodia della memoria della liberazione. È una domanda che ogni anno ci interroga su che cosa significhi, davvero, vivere da uomini e donne liberi. Liberi dalla dittatura e dall’occupazione, dalla paura e dalla violenza politica. Liberi da un potere che pretende di decidere chi può parlare, lavorare, esistere, dissentire. Liberi da qualcosa, dunque, ma anche liberi di essere, di costruire una vita comune, una cittadinanza più piena, una promessa di giustizia.

Libertà, se resta sola, può diventare una parola leggera. Può ridursi a spazio privato, a immunità personale, al semplice diritto ad essere lasciati in pace. Una cosa preziosa, certo. Nessuno dovrebbe dimenticare quanto sia costata, nella storia d’Italia e d’Europa, la conquista di quello spazio elementare in cui il potere non può entrare senza limite. Ma il 25 Aprile ci ricorda che la libertà democratica è qualcosa di più. Qualcosa che non nasce come privilegio dell’individuo isolato, ma come forma di liberazione collettiva. Come ricostruzione di un mondo comune dopo la sua devastazione. Come promessa che nessuno debba più vivere esposto all’arbitrio di chi comanda, alla violenza di chi esclude e all’umiliazione di chi può decidere impunemente che alcune vite valgono meno di altre.

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È qui che la Liberazione smette di essere soltanto memoria e diventa domanda di giustizia. Perché liberarsi non significa soltanto sottrarsi a un potere oppressivo. Significa chiedersi quale ordine nuovo possa nascere dopo la fine dell’oppressione. Quali rapporti debbano sostituire quelli fondati sulla paura, sulla gerarchia e sull’obbedienza. Quali istituzioni possano impedire che l’arbitrio ritorni sotto altre forme. La libertà, quando è davvero democratica, non si limita a togliere catene, ma deve impedire che se ne formino di nuove. Non lascia ciascuno solo davanti al proprio destino. Pretende un mondo comune nel quale ciascuno possa essere riconosciuto come eguale. Per questo, a un certo punto, la storia della libertà incontra necessariamente l’idea di giustizia.

Lo abbiamo visto lungo il cammino che in questi ultimi anni abbiamo provato a percorrere. Questo è il centocinquantesimo Mind the Economy dedicato alla “biografia” della idea di giustizia. Una giustizia che non nasce nei codici, nei tribunali, neanche nelle costituzioni. Prima ancora di diventare norma, procedura o diritto, scaturisce come regola di convivenza. Come risposta al dilemma più antico della vita in comune. Come possiamo cooperare senza che i più forti si prendano tutto? Come possiamo fidarci degli altri senza essere ingenui? Come possiamo punire l’arroganza senza trasformare la punizione in vendetta?

Le prime forme di giustizia sociale

Le prime comunità umane avevano sperimentato, compreso e tramandato. La giustizia era, innanzitutto, una tecnologia sociale della cooperazione. Serviva a contenere il prepotente, a scoraggiare l’opportunista, a difendere la condivisione e a custodire la fragile fiducia del gruppo. Prima della legge scritta c’erano il giudizio degli altri, la reputazione, la vergogna. C’erano le storie narrate attorno al fuoco, i riti, i canti attraverso cui si imparava chi fosse degno di ammirazione e chi, invece, meritasse biasimo. C’erano forme di punizione leggere e dure, simboliche e violente, ma sempre orientate a un fine essenziale, impedire che la coesione del gruppo fosse divorata dalla prepotenza.

Poi le società sono cresciute. I piccoli gruppi sono diventati villaggi, città, imperi. La reputazione personale non bastava più. Il canto non arrivava abbastanza lontano. Il controllo dei pari diventava instabile, esposto alla vendetta e alla spirale delle faide. È in questo momento che nascono le istituzioni impersonali. Non come ornamenti della civiltà, ma come tentativi di sottrarre la giustizia all’umore del momento, alla forza del clan o alla memoria ferita dei parenti. La tragedia greca ha raccontato questo passaggio meglio di qualunque trattato giuridico. Nell’Orestea, Eschilo ci spiega la necessità di consegnare la vendetta privata al giudizio pubblico. Le Erinni non scompaiono, ma si trasformano in Eumenidi, divinità della giustizia anziché della vendetta. La città non nega il dolore, lo sublima. Non cancella la colpa, ma le dà una forma giudicabile. È uno dei grandi gesti fondativi della civiltà politica che separa la giustizia dalla vendetta.

Ma ogni istituzione nasce incompleta, ambigua. Può proteggere la cooperazione o catturarla. Può rendere possibile la libertà o trasformarsi in dominio. Può dare voce ai senza voce o legittimare il silenzio che viene imposto dai potenti. La storia della giustizia è anche la storia di questa ambivalenza. Thomas Hobbes aveva intravisto nella paura il principio dell’ordine. Metus et spes, la paura che fonda la speranza. Gli uomini, esposti alla violenza reciproca, cedono pezzi di libertà al Leviatano per essere liberati, con la spada, dalla guerra di tutti contro tutti. Ci vorrà l’anima libera di John Locke per spostare la questione dalla paura alla fiducia, dalla spada alla limitazione del potere.

Più vicino a noi...

È un cammino accidentato, mai lineare. Ogni pensatore illumina un tratto e lascia nell’ombra qualcos’altro. Più vicino a noi John Rawls ci insegna a pensare la giustizia dal punto di vista degli ultimi, dei più svantaggiati. Robert Nozick dal canto suo sottolinea invece la forza morale dei diritti individuali. Von Hayek ci ricorda che nessuna mente può possedere tutta la conoscenza necessaria per disegnare dall’alto una società giusta. Ed è una lezione preziosa la sua, contro ogni presunzione centralista. Da qui in avanti, poi, la domanda però si complica. Che cosa dobbiamo agli altri quando è la sorte a distribuire talenti, condizioni di partenza e vulnerabilità in modo diseguale? Quali beni devono restare sottratti alla logica del mercato? E che cosa accade quando il contratto sociale funziona solo perché è qualcuno, spesso debole e invisibile, a prendersi cura delle condizioni che lo rendono possibile? È su questo terreno che la riflessione contemporanea allarga progressivamente lo sguardo. La giustizia adesso non riguarda più soltanto le regole del gioco, ma le risorse con cui entriamo in campo. Non solo il reddito e le opportunità, ma il riconoscimento, la rappresentanza, la cura, la qualità delle relazioni sociali. Fino a comprendere che una società giusta non è semplicemente quella in cui ciascuno riceve la parte che gli spetta, ma quella in cui nessuno è costretto a vivere abbassando lo sguardo, a vivere nell’umiliazione o nella deferenza.

In questo senso la Liberazione non segnò soltanto la fine di un regime. Restituì alla giustizia il suo spazio politico. E il fascismo non fu solo negazione delle libertà politiche. Fu distruzione sistematica delle condizioni del riconoscimento. Fece della gerarchia un destino, della violenza un linguaggio pubblico, dell’obbedienza una virtù, del dissenso una colpa, della diversità una minaccia. Ridusse la cittadinanza ad appartenenza disciplinata e stabilì, in radice, che non tutti avessero lo stesso diritto a essere ascoltati, protetti, rispettati, riconosciuti come membri effettivi della comunità politica.

L’ingiustizia, prima ancora di essere violazione di una norma, è l’esperienza di una ferita. Umiliazione, esclusione, svalutazione, invisibilità. Ad essere colpito non è solo un interesse materiale, ma il rapporto che una persona riesce ad avere con sé stessa. La fiducia in sé, il rispetto di sé, la stima del proprio valore. Per questo le lotte sociali non sono mai soltanto conflitti per ottenere di più. Sono lotte per vedere riconosciuta la propria dignità negata. Per poter dire che la propria sofferenza non è privata, non è immaginaria, non è colpa individuale, ma il segno di un torto inscritto nel modo in cui la società stessa è organizzata.

La Resistenza come lotta per il riconoscimento

Come non leggere, allora, anche la Resistenza come una grande lotta per il riconoscimento? Non fu soltanto conflitto armato, scelta politica e insurrezione nazionale. Fu anche il momento in cui uomini e donne, spesso giovanissimi, rifiutarono il posto che il regime aveva assegnato loro. Sudditi, ingranaggi, spettatori obbedienti della violenza. Non solo con le armi, ma anche con la stampa clandestina, gli scioperi, la disobbedienza, la protezione offerta ai perseguitati, affermarono che la dignità non è una concessione del potere. Testimoniarono che la libertà non è un premio per chi obbedisce.

Proprio per ricordare il loro contributo non possiamo ridurre il 25 Aprile a culto del coraggio passato. Perché una memoria che non interroga il presente rischia di diventare celebrazione vuota e silente. Occorre continuare a chiedersi: che cosa resta oggi di quella promessa? Dove si nascondono, nelle nostre democrazie formali, le nuove forme di oppressione e misconoscimento? Dov’è che il potere continua ad essere arbitrio? Dov’è che la libertà proclamata viene, al contempo, tradita? Quando il mercato pretende di misurare il valore delle persone e il lavoro resta uno spazio di subordinazione accettata, una zona franca della democrazia? E la povertà trasformata in colpa, la cura in comoda vocazione naturale e la marginalità in destino ineludibile?

Una democrazia può morire anche senza essere formalmente abolita. Può svuotarsi dall’interno. Può mantenere elezioni, regole, istituzioni, e tuttavia perdere la capacità di far sentire i cittadini parte di un mondo comune. Può diventare un ammasso di spettatori risentiti, di individui soli, di gruppi segregati, di lavoratori senza voce, di giovani senza fiducia, di poveri senza rappresentanza, di cittadini che votano ma non si sentono ascoltati. E quando la voce non trova istituzioni capaci di accoglierla, la ferita diventa rabbia, rancore, nostalgia dell’uomo forte, desiderio di rivalsa e di vendetta. È qui che le democrazie si espongono di nuovo alla loro tentazione più antica, quella di barattare la giustizia con l’ordine, la libertà con la protezione e il conflitto con il silenzio.

Non c’è giustizia senza libertà, non c’è libertà senza giustizia

La festa del 25 Aprile ci dice l’opposto, ricordandoci che non c’è ordine giusto senza libertà e che, al contempo, non c’è libertà vera senza giustizia. Celebrare insieme questa festa significa ricordare anche che la libertà non è mai definitivamente acquisita perché la giustizia non è mai definitivamente compiuta. Ogni generazione eredita istituzioni che altri hanno costruito, ma deve decidere se custodirle, svuotarle o rinnovarle. La Costituzione nata dalla Liberazione non è un monumento alla fine della storia. È una promessa ancora incompiuta di giustizia sociale, politica, economica e civile. È la strada che occorre percorrere affinché la libertà non resti privilegio di chi una voce già ce l’ha e la può fa sentire, e ha un reddito, un’istruzione, reti sociali, e sicurezza. La Liberazione è l’impegno a costruire una società nella quale nessuno sia costretto a chiedere il permesso per sentirsi uguale agli altri.

Per questo il 25 Aprile non può essere solo celebrazione del passato. È ricordo del lavoro che ci resta ancora da fare. E’ Liberazione ogni volta che una persona umiliata ritrova voce, ogni volta che un diritto formale diventa possibilità sostanziale, ogni volta che un’istituzione sceglie di non schiacciare ma di includere, ogni volta che la memoria impedisce alla violenza di travestirsi da normalità, ogni volta che qualcuno rifiuta di voltarsi dall’altra parte davanti all’ingiustizia.

La giustizia è il nome civile della libertà. E la libertà, quando prende sul serio la giustizia, smette di essere soltanto il diritto di starsene in pace da soli. Diventa la possibilità di vivere insieme senza dominio, senza umiliazione, senza paura. Questa, forse, è la promessa più esigente della Liberazione. Non soltanto essere liberi dalla turpe occupazione nazi-fascista, ma la possibilità di restare vigili contro tutte le forme, vecchie e nuove, di dominio attraverso cui la dignità umana può ancora essere negata.

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