Giustizia è il nome civile della libertà
Il 25 Aprile invita a riflettere su come la libertà democratica si realizzi solo attraverso un impegno costante per la giustizia sociale, politica ed economica
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La festa del 25 Aprile non è solo cura e custodia della memoria della liberazione. È una domanda che ogni anno ci interroga su che cosa significhi, davvero, vivere da uomini e donne liberi. Liberi dalla dittatura e dall’occupazione, dalla paura e dalla violenza politica. Liberi da un potere che pretende di decidere chi può parlare, lavorare, esistere, dissentire. Liberi da qualcosa, dunque, ma anche liberi di essere, di costruire una vita comune, una cittadinanza più piena, una promessa di giustizia.
Libertà, se resta sola, può diventare una parola leggera. Può ridursi a spazio privato, a immunità personale, al semplice diritto ad essere lasciati in pace. Una cosa preziosa, certo. Nessuno dovrebbe dimenticare quanto sia costata, nella storia d’Italia e d’Europa, la conquista di quello spazio elementare in cui il potere non può entrare senza limite. Ma il 25 Aprile ci ricorda che la libertà democratica è qualcosa di più. Qualcosa che non nasce come privilegio dell’individuo isolato, ma come forma di liberazione collettiva. Come ricostruzione di un mondo comune dopo la sua devastazione. Come promessa che nessuno debba più vivere esposto all’arbitrio di chi comanda, alla violenza di chi esclude e all’umiliazione di chi può decidere impunemente che alcune vite valgono meno di altre.
È qui che la Liberazione smette di essere soltanto memoria e diventa domanda di giustizia. Perché liberarsi non significa soltanto sottrarsi a un potere oppressivo. Significa chiedersi quale ordine nuovo possa nascere dopo la fine dell’oppressione. Quali rapporti debbano sostituire quelli fondati sulla paura, sulla gerarchia e sull’obbedienza. Quali istituzioni possano impedire che l’arbitrio ritorni sotto altre forme. La libertà, quando è davvero democratica, non si limita a togliere catene, ma deve impedire che se ne formino di nuove. Non lascia ciascuno solo davanti al proprio destino. Pretende un mondo comune nel quale ciascuno possa essere riconosciuto come eguale. Per questo, a un certo punto, la storia della libertà incontra necessariamente l’idea di giustizia.
Lo abbiamo visto lungo il cammino che in questi ultimi anni abbiamo provato a percorrere. Questo è il centocinquantesimo Mind the Economy dedicato alla “biografia” della idea di giustizia. Una giustizia che non nasce nei codici, nei tribunali, neanche nelle costituzioni. Prima ancora di diventare norma, procedura o diritto, scaturisce come regola di convivenza. Come risposta al dilemma più antico della vita in comune. Come possiamo cooperare senza che i più forti si prendano tutto? Come possiamo fidarci degli altri senza essere ingenui? Come possiamo punire l’arroganza senza trasformare la punizione in vendetta?
Le prime forme di giustizia sociale
Le prime comunità umane avevano sperimentato, compreso e tramandato. La giustizia era, innanzitutto, una tecnologia sociale della cooperazione. Serviva a contenere il prepotente, a scoraggiare l’opportunista, a difendere la condivisione e a custodire la fragile fiducia del gruppo. Prima della legge scritta c’erano il giudizio degli altri, la reputazione, la vergogna. C’erano le storie narrate attorno al fuoco, i riti, i canti attraverso cui si imparava chi fosse degno di ammirazione e chi, invece, meritasse biasimo. C’erano forme di punizione leggere e dure, simboliche e violente, ma sempre orientate a un fine essenziale, impedire che la coesione del gruppo fosse divorata dalla prepotenza.









