Mind the Economy/Justice 149

Axel Honneth e la grammatica morale del conflitto

di Vitorio Pelligra

 (Adobe Stock)

8' di lettura

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Non si lotta perché si vuole di più. Si lotta perché sentiamo che qualcosa di essenziale ci è stato negato. Questa distinzione, apparentemente sottile, sta al cuore della teoria sociale del filosofo tedesco Axel Honneth. Una distinzione che cambia radicalmente il modo in cui leggiamo i conflitti che attraversano le nostre società. Il contributo più originale di Honneth non sta solo nell’aver mappato le forme del “misconoscimento”, come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, ma soprattutto nell’aver mostrato come e sotto quali condizioni, da quelle ferite si genera il conflitto. Non un conflitto qualsiasi, ma una lotta che porta già inscritta in sé una pretesa di giustizia.

Se si resta dentro l’orizzonte tradizionale della teoria sociale moderna, il conflitto appare come il risultato di una scarsità di beni, di una collisione di interessi, di una distribuzione ineguale di risorse e opportunità. In questa prospettiva la società è innanzitutto un campo di competizione e il conflitto non è altro che l’espressione di esigenze incompatibili. Honneth non nega l’importanza di questi fattori, ma sostiene che, così formulata, la teoria del conflitto resta cieca rispetto al suo nucleo propriamente morale. Iil motore dei conflitti sociali – ci dice - non va rintracciato, in prima istanza, nella scarsità materiale, ma nell’esperienza del misconoscimento e del disprezzo. È quando i soggetti si sentono lesi in una legittima aspettativa di riconoscimento che nasce quella energia affettiva e normativa capace di trasformare una sofferenza privata in opposizione pubblica.

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Il punto decisivo è che il misconoscimento non viene pensato come un semplice difetto esterno, come un ostacolo accidentale che si frappone tra l’individuo e i suoi obiettivi. Esso è, più radicalmente, una lesione dell’integrità della persona. “Con il concetto di misconoscimento – scrive Honneth - viene indicato il nesso interno (…) tra individuazione e riconoscimento, da cui deriva una particolare vulnerabilità degli esseri umani: poiché l’immagine normativa di sé di ogni uomo, il suo Me (…) è legata alla possibilità della continua conferma da parte dell’altro, l’esperienza del misconoscimento si accompagna al pericolo di una lesione che con misconoscimento o offesa può riferirsi a diversi gradi di profondità della lesione psichica di un soggetto: per esempio, tra la degradazione tangibile legata alla negazione dei diritti fondamentali elementari e la sottile mortificazione prodotta da un’allusione pubblica può devastare l’identità dell’intera persona”. Ma perché l’esperienza del misconoscimento è così ancorata al vissuto affettivo dei soggetti umani, continua Honneth da costituire “la spinta motivazionale all’opposizione e al conflitto sociale, cioè a una lotta per il riconoscimento? (Lotta per il Riconoscimento, 2002, pp. 158-159).

Il conflitto, dunque, non nasce perché gli individui vogliono semplicemente di più. Nasce perché la loro immagine di sé è stata ferita dalla negazione di una aspettativa di riconoscimento. Un elemento senza il quale il soggetto non può mantenere un rapporto positivo con sé stesso.

Il nucleo morale del conflitto

È per questo che il conflitto, nella prospettiva di Honneth, possiede una struttura normativa interna. Esso non è normativo perché invoca esplicitamente principi morali universali. Lo è perché prende forma a partire da una lesione, da una esperienza di torto che rinvia a criteri di validità già impliciti nelle relazioni sociali. In altri termini, i soggetti non lottano solo per ottenere qualcosa, ma per vedersi confermati come titolari legittimi di una esigenza fondamentale. È questo che distingue un mero scontro di interessi da un conflitto sociale propriamente detto. Honneth formula il nesso in questo modo: “I sentimenti di misconoscimento (…) costituiscono il nucleo di esperienze morali che sono implicate nella struttura delle: interazioni sociali, poiché i soggetti umani si rapportano l’uno all’altro con aspettative di riconoscimento da cui dipendono le condizioni della loro integrità psichica. Queste sensazioni di torto subìto - continua il filosofo - possono portare ad azioni collettive se vengono esperite da un’intera cerchia di soggetti come tipiche della loro situazione sociale. Agli interessi collettivi fanno riferimento quei modelli di conflitto che riconducono la nascita e lo svolgimento delle lotte sociali al tentativo dei diversi gruppi di conservare il loro potere di disporre di determinate opportunità di riproduzione (…) Alla sensazione collettiva di torto subìto si collega invece un modello di conflitto che riconduce la nascita e lo svolgimento delle lotte alle esperienze morali compiute dai gruppi sociali di fronte alla negazione del riconoscimento giuridico o sociale. Là oggetto dell’integrità è una concorrenza per beni limitati, mentre qui viene analizzata una lotta per le condizioni intersoggettive dell’identità personale” (pp. 193-194).

Dalla ferita alla pretesa

Qui si tocca uno degli snodi teorici più importanti dell’intero impianto honnethiano. Una esperienza di misconoscimento non genera conflitto di per sé. Perché ciò avvenga, essa deve subire una trasformazione ulteriore, deve, cioè, cessare di essere solamente una esperienza individuale e cominciare a essere interpretata come una condizione sociale condivisa. In altri termini, il passaggio dal dolore alla lotta non è automatico. Esso è mediato da un processo di interpretazione e coscientizzazione collettiva. Solo a questa condizione allora il sentimento di offesa perde il carattere di semplice affetto privato e acquista la forma di una pretesa pubblicamente articolabile.

È qui che il conflitto smette di essere un semplice fenomeno sociologico e diventa un problema di filosofia sociale. Per Honneth, infatti, la società non è soltanto un sistema di distribuzione di funzioni e risorse; è anche, e più profondamente, un ordine di riconoscimento. Ciò significa che le istituzioni, i ruoli, le pratiche e le norme incorporano sempre una promessa implicita su come i soggetti debbano essere trattati, su quale dignità venga loro riconosciuta, su quale valore sia attribuito al loro contributo. Quando questa promessa viene tradita, non si produce soltanto uno squilibrio funzionale. Si produce una contraddizione normativa interna all’ordine sociale stesso e il conflitto è la forma in cui tale contraddizione emerge.

In questo senso, dunque, il conflitto non è il contrario dell’integrazione sociale, ma una sua modalità critica. Esso segnala, cioè, che l’ordine esistente non riesce più a mantenere ciò che, almeno implicitamente, aveva promesso. È per questo che Honneth non lo considera come una patologia sociale, ma come una dinamica che può avere una funzione moralmente positiva. I conflitti rendono visibile ciò che nella società resta normalmente invisibile, vale a dire la dipendenza dell’integrazione sociale da relazioni di riconoscimento che non possono essere violate indefinitamente senza produrre resistenza.

Il conflitto come ricostruzione del sé

Ma se il conflitto nasce dal misconoscimento, esso non è soltanto il mezzo per correggere una situazione esterna. Rappresenta anche un’esperienza attraverso cui i soggetti ricostruiscono sé stessi. Lottare non significa solo opporsi. Significa uscire dalla paralisi della vergogna e della mortificazione. Significa sottrarre la ferita alla passività e trasformarla in azione. Questo è possibile perché, come osserva Honneth “gli individui si costituiscono come persone solo apprendendo a rapportarsi a sé stessi dalla prospettiva di un altro che li approva o li incoraggia, come esseri positivamente caratterizzati da determinate qualità e capacità” (p. 203). Se la relazione con sé stessi è sempre mediata dal riconoscimento altrui, allora anche la sua ricostruzione passa necessariamente attraverso relazioni sociali attive. La lotta, in questo senso, non è dunque soltanto una reazione a un torto, ma uno spazio in cui i soggetti riattivano, in forma ancora incompiuta, quelle condizioni di riconoscimento da cui dipende la possibilità stessa di un rapporto positivo con sé stessi. Il conflitto non va inteso quindi solo come una reazione a un torto, ma principalmente come una pratica di riappropriazione di sé. Il soggetto misconosciuto, nel momento in cui entra nella lotta, anticipa in qualche misura quel riconoscimento che ancora non gli viene dato istituzionalmente. Lo anticipa nella solidarietà del gruppo, nel linguaggio condiviso della protesta, nella possibilità di vedersi confermato dagli altri come qualcuno la cui ferita non è immaginaria, non è privata, non è colpa individuale. Il conflitto, allora, assume una dimensione performativa perché non si limita a domandare riconoscimento, ma ne produce già forme parziali e provvisorie. È questo spiega perché Honneth veda nelle lotte sociali non semplicemente uno scontro, ma un momento di crescita morale.

Quando la ferita non trova voce

Nel Mind the Economy della settimana scorsa ci siamo soffermati sull’origine e sulle tassonomie del “misconoscimento”. Il passo ulteriore è quello che ci porta ad analizzare il divenire politico della ferita. Non interessa più solo classificare le forme della lesione. Interessa capire come una lesione si possa trasformare in forza storica. Honneth non ci sta dicendo solo che gli esseri umani soffrono quando non vengono riconosciuti. Ci sta dicendo che le società imparano qualcosa su di sé attraverso i conflitti che quelle ferite producono. La lotta è il momento in cui una società viene costretta a esplicitare i propri presupposti normativi, a misurare la distanza tra ciò che dichiara di valere e ciò che effettivamente rende possibile.

Naturalmente, nulla garantisce che ogni esperienza di misconoscimento si traduca in lotta. Ed è qui che la teoria si fa ancora più interessante, perché si apre al problema opposto, analizzando non solo perché i conflitti nascano, ma anche perché talvolta non riescono a venire alla luce. La possibilità di una mancata reazione al misconoscimento è un problema reale, che la letteratura su Honneth ha messo bene in evidenza. Eleonora Piromalli lo formula con chiarezza quando osserva che “La possibilità di una mancata reazione al misconoscimento per effetto del misconoscimento stesso (o di forme di riconoscimento illusorie, parziali e dimidiate), è effettivamente un problema rilevante per una teoria che trova uno dei suoi punti cardine nell’idea che l’esperienza dell’oppressione sia il presupposto, attraverso il conflitto normativo da essa risultante, per l’evoluzione morale della società, e che mira a mettere in primo piano l’esperienza del soggetto partecipante.” (Axel Honneth. Giustizia sociale come riconoscimento. Mimesis, 2012, p. 145). Questo rilievo è cruciale perché sottolinea che la trasformazione del torto in protesta non è affatto un processo automatico. Tra l’esperienza della ferita e la sua trasformazione in lotta passano mediazioni sociali, culturali, linguistiche e istituzionali. E ci sono anche forme di autocolpevolizzazione, di interiorizzazione della sconfitta, di accettazione passiva dell’ordine esistente che paralizzano e impediscono al dolore del misconoscimento di divenire generativo.

Ne facciamo esperienza a partire dalla crescente individualizzazione delle ferite sociali tipica del nostro presente. Il misconoscimento non scompare, cambia forma. Si privatizza. Ciò che ha origine in assetti sociali viene vissuto come insufficienza personale. La precarietà come incapacità individuale, la subordinazione come mancanza di talento, l’assenza di riconoscimento come difetto di sé. In questo passaggio il conflitto si indebolisce non perché le ingiustizie si riducano, ma perché diventa più difficile nominarle come tali. È un punto che Honneth, in lavori più recenti come Il lavoratore sovrano (2025) o Il diritto della libertà (2015), riprende da un’altra angolatura, mostrando quanto il mondo del lavoro possa produrre non solo subordinazione, ma anche incapacità di pensarsi come soggetti della sfera pubblica.

Si capisce allora perché la sua teoria del conflitto fondata sul riconoscimento sia così esigente. Essa non chiede soltanto di osservare dove si producono proteste, ma anche dove esse vengono impedite, bloccate, rese impensabili. Chiede di guardare non solo ai conflitti visibili, ma anche alle ferite che non riescono ad emettere parola. E qui il concetto stesso di giustizia cambia statuto. Perché non basta ridurre il numero dei conflitti per considerare una società come giusta. Occorre anche che tale società renda possibile l’emergere delle esperienze di misconoscimento come domande pubblicamente intelligibili. Una società che non costringa i soggetti a vivere il torto come colpa privata. Una società che non paralizza, ma rende dicibile la sofferenza collettiva.

Da questo punto di vista, il conflitto non va considerato come un fallimento della convivenza. È, semmai, il luogo in cui la convivenza viene sottoposta alla prova della verità. Non tutti i conflitti sono giusti, ma quelli che nascono dal misconoscimento mostrano che la società contiene in sé promesse che non riesce ancora a mantenere. E proprio per questo essa non può essere compresa soltanto dal punto di vista dell’ordine, ma anche dal punto di vista delle sue crepe. Non basta guardare alle regole. Bisogna guardare ai punti in cui la vita vissuta resiste alle regole perché sente di meritare altro. È lì che il conflitto può smettere di apparire rumore per rivelarsi invece segnale che l’ordine sociale non è ancora all’altezza delle sue promesse.

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