Axel Honneth e la grammatica morale del conflitto
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Non si lotta perché si vuole di più. Si lotta perché sentiamo che qualcosa di essenziale ci è stato negato. Questa distinzione, apparentemente sottile, sta al cuore della teoria sociale del filosofo tedesco Axel Honneth. Una distinzione che cambia radicalmente il modo in cui leggiamo i conflitti che attraversano le nostre società. Il contributo più originale di Honneth non sta solo nell’aver mappato le forme del “misconoscimento”, come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, ma soprattutto nell’aver mostrato come e sotto quali condizioni, da quelle ferite si genera il conflitto. Non un conflitto qualsiasi, ma una lotta che porta già inscritta in sé una pretesa di giustizia.
Se si resta dentro l’orizzonte tradizionale della teoria sociale moderna, il conflitto appare come il risultato di una scarsità di beni, di una collisione di interessi, di una distribuzione ineguale di risorse e opportunità. In questa prospettiva la società è innanzitutto un campo di competizione e il conflitto non è altro che l’espressione di esigenze incompatibili. Honneth non nega l’importanza di questi fattori, ma sostiene che, così formulata, la teoria del conflitto resta cieca rispetto al suo nucleo propriamente morale. Iil motore dei conflitti sociali – ci dice - non va rintracciato, in prima istanza, nella scarsità materiale, ma nell’esperienza del misconoscimento e del disprezzo. È quando i soggetti si sentono lesi in una legittima aspettativa di riconoscimento che nasce quella energia affettiva e normativa capace di trasformare una sofferenza privata in opposizione pubblica.
Il punto decisivo è che il misconoscimento non viene pensato come un semplice difetto esterno, come un ostacolo accidentale che si frappone tra l’individuo e i suoi obiettivi. Esso è, più radicalmente, una lesione dell’integrità della persona. “Con il concetto di misconoscimento – scrive Honneth - viene indicato il nesso interno (…) tra individuazione e riconoscimento, da cui deriva una particolare vulnerabilità degli esseri umani: poiché l’immagine normativa di sé di ogni uomo, il suo Me (…) è legata alla possibilità della continua conferma da parte dell’altro, l’esperienza del misconoscimento si accompagna al pericolo di una lesione che con misconoscimento o offesa può riferirsi a diversi gradi di profondità della lesione psichica di un soggetto: per esempio, tra la degradazione tangibile legata alla negazione dei diritti fondamentali elementari e la sottile mortificazione prodotta da un’allusione pubblica può devastare l’identità dell’intera persona”. Ma perché l’esperienza del misconoscimento è così ancorata al vissuto affettivo dei soggetti umani, continua Honneth da costituire “la spinta motivazionale all’opposizione e al conflitto sociale, cioè a una lotta per il riconoscimento? (Lotta per il Riconoscimento, 2002, pp. 158-159).
Il conflitto, dunque, non nasce perché gli individui vogliono semplicemente di più. Nasce perché la loro immagine di sé è stata ferita dalla negazione di una aspettativa di riconoscimento. Un elemento senza il quale il soggetto non può mantenere un rapporto positivo con sé stesso.
Il nucleo morale del conflitto
È per questo che il conflitto, nella prospettiva di Honneth, possiede una struttura normativa interna. Esso non è normativo perché invoca esplicitamente principi morali universali. Lo è perché prende forma a partire da una lesione, da una esperienza di torto che rinvia a criteri di validità già impliciti nelle relazioni sociali. In altri termini, i soggetti non lottano solo per ottenere qualcosa, ma per vedersi confermati come titolari legittimi di una esigenza fondamentale. È questo che distingue un mero scontro di interessi da un conflitto sociale propriamente detto. Honneth formula il nesso in questo modo: “I sentimenti di misconoscimento (…) costituiscono il nucleo di esperienze morali che sono implicate nella struttura delle: interazioni sociali, poiché i soggetti umani si rapportano l’uno all’altro con aspettative di riconoscimento da cui dipendono le condizioni della loro integrità psichica. Queste sensazioni di torto subìto - continua il filosofo - possono portare ad azioni collettive se vengono esperite da un’intera cerchia di soggetti come tipiche della loro situazione sociale. Agli interessi collettivi fanno riferimento quei modelli di conflitto che riconducono la nascita e lo svolgimento delle lotte sociali al tentativo dei diversi gruppi di conservare il loro potere di disporre di determinate opportunità di riproduzione (…) Alla sensazione collettiva di torto subìto si collega invece un modello di conflitto che riconduce la nascita e lo svolgimento delle lotte alle esperienze morali compiute dai gruppi sociali di fronte alla negazione del riconoscimento giuridico o sociale. Là oggetto dell’integrità è una concorrenza per beni limitati, mentre qui viene analizzata una lotta per le condizioni intersoggettive dell’identità personale” (pp. 193-194).








