Quando dall’egoismo (ben temperato) nasce la giustizia
La forza della cooperazione, la divisione del lavoro, l’evoluzione culturale più di quella naturale ci ha resi capaci di fare le cose insieme, di unire sistematicamente le nostre forze e, in questo modo, di superare i limiti individuali che la natura ci ha imposto
di Vittorio Pelligra
7' di lettura
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«A prima vista sembra che la natura si sia mostrata più crudele con l’uomo che con tutti gli animali che popolano questo pianeta - scrive David Hume nel suo Trattato sulla natura umana - in quanto lo ha sovraccaricato di innumerevoli bisogni e necessità, mentre gli fornisce solo dei mezzi esigui per soddisfare queste necessità».
Se confrontiamo il leone dai grandi appetiti e dalle grandi abilità venatorie con la pecora incapace di cacciare ma dalle esigenze alimentari proporzionate ai suoi limiti, la specie umana appare del tutto incongrua con i suoi bisogni smisurati rapportati alle limitatissime capacità predatorie.
L’ambizione e la delusione
Eppure, noi esseri umani, forse proprio per l’incongruità delle nostre aspirazioni, a differenza dei leoni e delle pecore, abbiamo inventato la società civile perché da questa società civile siamo in grado di trarre gran parte del nostro sostentamento, di colmare, cioè, la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che potremmo procurarci da soli. Grazie a questa “invenzione” possiamo, quindi, gestire una tale “innaturale congiunzione di debolezza e di bisogno”, come la definisce Hume stesso.
È la forza della cooperazione, la divisione del lavoro, è l’evoluzione culturale più di quella naturale che ci ha resi capaci di fare le cose insieme, di unire sistematicamente le nostre forze e, in questo modo, di superare i limiti individuali che la natura ci ha imposto.
«La società compensa tutte le nostre debolezze; e sebbene in questa situazione si moltiplichino continuamente i nostri bisogni, pur tuttavia le capacità aumentano in misura ancora maggiore, e ci lasciano, da tutti i punti di vista, più soddisfatti e felici di quanto sia mai possibile divenire in una condizione solitaria e selvaggia». Una società civile, la vita in comune, che trova il suo stesso fondamento nel fatto che “con l’aiuto reciproco siamo meno esposti al caso e alle disgrazie” scrive Hume nel Trattato. Ed è proprio questa la ragione, il “supplemento di forza, capacità e sicurezza” che giustifica la nascita della società e ne rende stabile l’esistenza. Una stabilità che, tuttavia, può continuamente essere messa a rischio - continua Hume - dalla crescita dimensionale dei gruppi umani.
Mentre per le prime società, infatti, la benevolenza reciproca tra i membri della propria famiglia – la “selezione di parentela” diremmo oggi noi in termini moderni - poteva essere sufficiente ad imbrigliare l’azione di vizi ed avarizia, al crescere del numero dei membri delle comunità, tale forza risulta via via insufficiente. A causa, dunque, della benevolenza limitata e del rischio che questa renda precaria la nostra condizione di vita, si assiste alla generazione “artificiale” della virtù della giustizia. Uno dei temi più interessanti, anche se non tra i più originali, del pensiero di Hume, a questo riguardo, si collega alla relazione esistente tra l’idea di giustizia e quella di proprietà privata.









