Il muro e la volta. David Hume e la virtù artificiale della giustizia
Giustizia e proprietà indissolubilmente legate, anzi l’una origine dell’altra
di Vittorio Pelligra
9' di lettura
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“Se gli uomini non sanno quale sia il loro dovere, cosa mai potrà costringerli ad obbedire alle leggi? Un esercito, mi direte. Ma chi costringerà l’esercito?” Scrive così Thomas Hobbes nel suo Behemoth (Laterza, 1979, p. 68) pubblicato postumo nel 1681, trent’anni dopo il più famoso Leviatano, di cui avrebbe dovuto costituire l’ideale seguito. Questa domanda pone un problema cruciale per tutti i pensatori del tempo e cioè quello dell’origine della cogenza delle norme.
Perché ci sentiamo obbligati – e riteniamo sia giusto esserlo – verso certi comportamenti e non verso altri? Perché riteniamo sia giusto non fare del male ad un altro essere umano, ma non abbiamo problemi a uccidere un animale? Perché riteniamo sia giusto non tradire la fiducia ricevuta ma non ci sentiamo obbligati nel caso in cui qualcuno si aspetti da noi un comportamento iniquo? E perché è giusto guidare sulla destra ma solo in alcuni Stati mentre in altri è giusto guidare a sinistra?
Un denominatore comune
Sono questioni solo apparentemente lontane tra di loro ma che in realtà sono accomunate da una stessa questione: una vita sociale ordinata può aver luogo solamente se i membri di una comunità condividono regole di condotta che riconoscono reciprocamente come eque e vincolanti. Cosa rende, dunque, una certa azione giusta ed un’altra sbagliata? E cosa rende le regole che riteniamo giuste, anche vincolanti? Comprendere questo punto ci aiuta a comprendere l’origine dei diritti e dei doveri, delle pratiche ammesse e di quelle vietate e la natura stessa delle istituzioni che altro non sono che l’insieme di tali regole codificate in maniera formale.
Hobbes non fornisce una risposta articolata a tali domande. Per lui la giustizia equivaleva al rispetto dei patti necessari a farci uscire dallo stato di natura e dalla guerra di tutti contro tutti. Un altro filosofo affronterà con maggior impegno la questione fino ad elaborare una teoria della giustizia come “virtù artificiale”. Si tratta del filosofo scozzese David Hume. Figlio di una nobile famiglia, giovane insoddisfatto del mondo culturale scozzese, insofferente della tradizione e ateo convinto. Ebbe vita irregolare e non riuscì mai a farsi accettare dai circoli accademici. Diventò bibliotecario all’Università di Edimburgo e poi segretario dell’ambasciatore d’Inghilterra a Parigi, dove conobbe e divenne amico di Jean-Jacques Rousseau.
Le indagini morali e politiche di Hume, esposte principalmente nel Trattato sulla natura umana nella Ricerca sull’intelletto umano e nella Ricerca sui principi della morale, oltre che in innumerevoli saggi politici e filosofici, comprendono tre ambiti di indagine principali, legati ma indipendenti: la teoria dei sentimenti morali, la teoria del governo e la teoria della proprietà e della giustizia. Ci concentreremo principalmente su quest’ultima.









