John Locke, la proprietà privata e il ruolo trasformativo del lavoro
Nel 1690 John Locke pubblica, in forma anonima, la sua opera politica più compiuta: Due trattati sul governo. Con questo lavoro indaga la natura del dovere di ubbidienza dovuta dai sudditi al monarca e riflette sull’origine della proprietà privata
di Vittorio Pelligra
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Nel 1690 John Locke pubblica, in forma anonima la sua opera politica più compiuta i Due trattati sul governo. Il lungo sottotitolo del libro è di per sé piuttosto illuminante: “Nel primo, i falsi princìpi e fondamenti di Sir Robert Filmer e dei suoi seguaci sono rivelati e confutati. Il secondo è un saggio concernente la vera origine, l'estensione e il fine del governo civile”.
Robert Filmer era un esponente dell'assolutismo monarchico che aveva pubblicato dieci anni prima un'opera, Patriarca o il potere naturale dei re, con la quale difendeva l'origine divina e per questo illimitata e illimitabile, del potere del re.
Locke, come abbiamo visto la settimana scorsa, critica in maniera precisa e articolata questa posizione muovendosi lungamente sullo stesso terreno dell'esegesi biblica praticato da Filmer. Nel primo dei Due Trattati Locke introduce una netta distinzione tra la natura del dovere di ubbidienza dovuta dai sudditi al monarca e quella del potere di cui questi gode a comandare. Tale dovere e tale potere stanno tra loro in una relazione di equilibrio riflessivo, nel senso che, accettata la diffusa necessità che i cittadini obbediscano alle leggi per preservare la pacifica convivenza, il dovere al comando da parte dei governanti, invece, può essere esercitato solamente quando le leggi e i comandi emanati abbiano ragione di essere seguiti.
Leggi giuste e ingiuste
L'obbligo all'obbedienza delle leggi deriva, dunque, dalla ragionevolezza e dalla qualità delle leggi stesse. Quando queste venissero ritenute ingiusti, in quanto lesive della pace e dell'ordine civile, allora i cittadini avrebbero un legittimo diritto alla ribellione. È la natura stessa del potere politico, secondo Locke, che, trovando la sua legittimità nel consenso dei cittadini, determina il diritto alla ribellione nel momento il consenso dei cittadini dovesse venire a mancare.
«In quanto fine e misura di questo potere – scrive Locke - è la preservazione di tutta la società (…) esso non può avere altro fine e altra misura, quando si trova nelle mani del governante, che la conservazione dei membri di quella società nella loro vita, libertà e proprietà, e, dunque, non può essere un potere assoluto e arbitrario sulla loro vita e sulla loro proprietà, che devono essere conservate nella misura del possibile (…) Questo potere ha origine solo dal contratto, dall'accordo e dal mutuo consenso di coloro che formano la comunità.» (Locke, J., Due trattati sul governo. Edizioni PLUS, 2007, p. 292).









