Eccellenze e innovazione

Piero Antinori: «Il vino senza alcol non è da condannare a priori»

Il celebre produttore: «Non è una opzione per le nostre vigne, ma una possibilità per chi cerca consumatori e contro la sovrapproduzione»

di Giorgio dell'Orefice

La famiglia Antinori

3' di lettura

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«I vini senz’alcol? Perché no». Non si può definire un endorsment, tuttavia, la sola apertura ai vini dealcolati (o dealcolizzati) da parte del Marchese Piero Antinori, forse il più celebre produttore di vino italiano, vero alfiere della qualità made in Italy all’estero, è probabilmente il primo grande risultato ottenuto da questa nuova frontiera della produzione enologica, a cui nelle scorse settimane ha aperto anche il ministro Lollobrigida.

«Chiariamo subito – spiega Antinori – non la vedo certo un’opzione per la nostra azienda e per le nostre produzioni, ma per il vino italiano sì. È una fetta di mercato in forte crescita all’estero. Se non risponderemo noi italiani a questa domanda lo faranno gli altri ma, soprattutto, i vini senz’alcol o a basso contenuto alcolico possono rappresentare una chance di sostenibilità per il vigneto Italia».

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Qualcuno si stupirà di questa sua posizione...In realtà, io avrei preferito che questi prodotti non si chiamassero “vino”. Ma si è deciso di consentire che lo facciano e allora chiedo che almeno venga prevista una chiara definizione in etichetta: che si chiamino vini dealcolati o dealcolizzati con caratteri e dimensioni da garantire un’informazione al consumatore senza equivoci.

Al di là dello zero alcol non ritiene il low alcohol una strada interessante?Più semplice da realizzare e capace di intercettare nuove fette di consumatori. È vero. Finora i vini con basso contenuto alcolico non sono stati presi in sufficiente considerazione e invece possono rispondere alle esigenze salutistiche da un lato (meno alcol e calorie) e a quelle organolettiche dall’altro. L’alcol, infatti, non è solo una componente del vino ma ne è la spina dorsale, una sorta di veicolo in grado di trasportare gli aromi. Per questo non è facile realizzare vini zero alcol. La ricerca di certo troverà delle soluzioni adeguate ma, intanto, la categoria dei vini a ridotto contenuto alcolico può offrire, in tempi più brevi, una risposta. Penso che queste tipologie di prodotto possano incontrare nuove fette di consumatori e rappresentare un primo passo nel percorso di avvicinamento al vino vero. Non vanno demonizzati, quindi, ma considerati un’ulteriore freccia all’arco del vino italiano.

E se fosse solo una moda passeggera?
Certo, è probabile. Il vino è un settore soggetto alle mode. Qualcuno ricorda i wine cooler? Sembrava dovessero prendere piede e invece è stata una fiammata. Per alcuni anni ha avuto ampio spazio il vino “novello”, che adesso pochi producono e ancora meno acquistano. Francamente spero che i vini “NoLo”, no alcohol e low alcohol, non siano una moda momentanea e che ci si possa contare come strategia a lungo termine.

Tornando alla redditività del vigneto, spesso si dice che la grande finanza si tiene lontana dal vino per l’eccessivo peso delle immobilizzazioni legate alle superfici vitate. Antinori invece ha tanti ettari di vigneto e al tempo stesso è ai vertici per la redditività. Qual è il segreto?Bisogna distinguere tra vini correnti e vini di alta qualità. Per fare qualità è indispensabile disporre di vigneti in aree vocate. D’altro canto, i vini Premium vantano una marginalità in grado di sostenere gli investimenti fissi.

Quanto è difficile produrre un vino di qualità?
In primo luogo, occorrono terreni idonei e l’Italia, da Nord a Sud, offre grandi possibilità. Questo è uno dei motivi per cui resto ottimista sul futuro del vino e di quello italiano in particolare. Non esistono al mondo così tante zone per produrre vini di qualità, mentre ci sono ancora grandi fette di consumatori che ancora non conoscono il vino e che sarà possibile conquistare. Poi sono necessarie competenze agronomiche ed enologiche e, soprattutto, molta pazienza.

Pazienza?
Le viti hanno bisogno di raggiungere una certa età per offrire materie prime idonee a produrre vini d’eccellenza. I vini Premium a loro volta hanno bisogno di tempo per invecchiare. Per un’azienda viticola improntata alla qualità il primo cash flow positivo richiede almeno dieci anni e non tutti sono disponibili e preparati ad aspettare. Ho incontrato tanti imprenditori di successo in altri settori che si sono lanciati con entusiasmo nel vino ma poi sono rimasti scottati dalla variabile tempo. Senza dimenticare la promozione e la valorizzazione del prodotto che non richiedono anni ma decenni di lavoro. Per questo occorre molta pazienza ma, posso assicurare, nel tempo gli investimenti effettuati pagano. In questo lungo processo, poi, avere qualche secolo di storia non è indispensabile, ma aiuta.

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