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Vini a bassa gradazione, Italia ferma mentre Francia e Spagna corrono

Secondo i dati Uiv su base Nielsen-IQ, in controtendenza rispetto al vino convenzionale i dealcolati hanno chiuso il semestre nel retail di Usa, Regno Unito e Germania con un valore complessivo di 79 milioni di euro (+16%)

di Giorgio dell'Orefice

I vini a bassa gradaiozne piacciono sempre di più ai giovani

3' di lettura

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Senza alcol ma pieni di incertezze. È la condizione dei produttori italiani di vino decisi a cimentarsi con la nuova frontiera dei vini senz’alcol o a bassa gradazione alcolica. Un segmento di mercato in grande ascesa soprattutto all’estero. Secondo i dati dell’Osservatorio Uiv su base Nielsen-IQ, in controtendenza rispetto al vino convenzionale i vini dealcolati hanno chiuso il semestre nel retail di Usa, Regno Unito e Germania con un valore complessivo di 79 milioni di euro (+16%). Con un incremento negli Usa (che rappresentano il 50% della domanda totale) del 35%.

Un segmento sul quale l’Italia gioca un ruolo residuale mentre gli altri competitors, Francia e Spagna in primis, si sono lanciati con tempestività e decisione. È notizia dei giorni scorsi che il polo del lusso francese Lvmh che detiene brand dello Champagne quali Moet Chandon, Dom Perignon, Krug e Veuve Clicquot ha siglato una partnership con French Bloom etichetta che si è affermata nella produzione di spumanti analcolici di pregio, con una produzione di mezzo milione di bottiglie vendute a prezzi anche superiori ai 100 dollari. Molto più che un segnale.

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In Italia invece tutto è in alto mare, o peggio, avvolto nelle nebbie dell’incertezza anche perché il tavolo di filiera sulla produzione di vini dealcolati annunciato dal ministro Lollobrigida nello scorso luglio a ottobre inoltrato ancora non si è riunito una volta.

Due in particolare i nodi da sciogliere: da un lato, il vincolo previsto dal Testo Unico del Vino del 2016 in base al quale una bevanda può chiamarsi “vino” se presenta un titolo alcolometrico minimo di 8,5 gradi. E quindi chi vuole realizzare un prodotto con una gradazione alcolica inferiore se non a zero alcol deve utilizzare un nome di fantasia.

In realtà, ci sarebbe la normativa comunitaria che ha autorizzato la produzione di vini con una gradazione alcolica inferiore, ma la legge italiana in contrasto con quella Ue non è stata ancora modificata e i produttori nel dubbio se venire o meno sanzionati evitano tali lavorazioni all’interno della propria azienda.

Dall’altro, il secondo elemento di incertezza: in una bozza di decreto del Masaf circolata prima dell’estate era previsto l’obbligo di effettuare le operazioni di dealcolazione esclusivamente in distillerie autorizzate. Un vincolo stringente soprattutto se confrontato con la totale libertà di manovra prevista in Francia e in Spagna. “Non possiamo andare avanti così – spiega Massimo Romani, Ceo di Argea primo gruppo privato del vino in Italia con un giro d’affari di 449,5 milioni di euro) -. Noi abbiamo lanciato una linea di 8 etichette dealcolate che dobbiamo produrre in Germania. Scontiamo troppe rigidità mentre i nostri concorrenti corrono e stanno occupando spazi su un mercato sul quale più si va avanti, più sarà difficile recuperare posizioni. Vogliamo investire su questo settore e i nostri stabilimenti sono pronti ma senza un chiarimento normativo non andremo avanti. Stiamo tutti perdendo una importante occasione”.

«Io ho trovato una mia strada – spiega Chiara Soldati titolare dell’azienda La Scolca, quasi un milione di bottiglie di vino prodotte e 60 ettari di vigneto – con un vino naturalmente low alcohol da 9,5 gradi. Quindi non subisco il vincolo del grado minimo né quello dell’elaborazione visto che seguo un procedimento naturale. Nel 2023 ho prodotto le prime 15mila bottiglie diventate 35mila quest’anno. Tutto esaurito. Probabilmente raddoppierò ancora la produzione. Ma sarebbe molto importante avere più libertà di manovra. E’ un peccato non poter competere su tutti i segmenti di mercato».

«Il ministro Lollobrigida non ha fatto mistero di non amare questa opzione – commenta Martin Foradori Hofstätter (un milione di bottiglie prodotte, 100mila di vino dealcolato da 52 ettari di proprietà più 70 circa di conferitori esterni) – ma io non punterei il dito sul ministro. Temo che in realtà ci siano resistenze all’interno della filiera. Non certo da parte dell’industria ma nel mondo agricolo come anche in altri anelli. Io credo che chi si sta opponendo non stia facendo gli interessi dei viticoltori. Troppo spesso si dimentica che non è il ministro o le associazioni di settore a spostare gli equilibri, ma il mercato. Ed è al mercato che dobbiamo guardare e adeguarci».

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