Energia

Petrolio Brent sotto 60 dollari, ai minimi dal 2021

I mercati energetici accelerano i ribassi, influenzati dall’ottimismo sulle trattative di pace tra Russia e Ucraina. Anche il gas è tornato su livelli vicini a quelli di prima della guerra, benché le lancette dell’orologio non possano tornare indietro, riportando Mosca al ruolo di un tempo

di Sissi Bellomo

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Per i mercati energetici è come se la guerra in Ucraina fosse già finita, se non addirittura mai cominciata: sia il petrolio che il gas scambiano intorno agli stessi livelli di prima dell’invasione russa. La discesa dei prezzi, incoraggiata da segnali di un crescente eccesso d’offerta, ha accelerato grazie al crescente ottimismo sulla possibilità di un accordo di pace a breve tra Mosca e Kiev.

Anche se ci sono tuttora nodi importanti da sciogliere nelle trattative, il Brent martedì 16 è scivolato sotto la soglia psicologica di 60 dollari al barile: lo aveva già fatto brevemente a maggio, ma le quotazioni – scese di oltre il 2,5% fino a 58,99 dollari – hanno ora toccato il minimo da febbraio 2021. Quelle del greggio Wti lo avevano già fatto lunedì 15 e nella seduta successiva sono scivolate ulteriormente, fino a 55,16 dollari al barile. Entrambi i riferimenti accusano un ribasso superiore al 20% da inizio anno.

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Il prezzo del gas è invece diminuito di circa il 40% quest’anno sui mercati europei: martedì 11 al Ttf scambiava sotto 27 euro per Megawattora, di nuovo intorno ai minimi dalla primavera 2024 e molto vicino ai livelli di quattro anni fa. Una discesa notevole, se si considera il ruolo che la Russia aveva ancora a quell’epoca come fornitore del Vecchio continente. La quota di importazioni da Mosca oggi è crollata intorno al 10%, “coperta” soprattutto con carichi di Gnl e in parte con flussi attraverso il gasdotto TurkStream, diretti verso il Centro Europa.

Sul fronte dell’energia le lancette dell’orologio non torneranno indietro con la fine della guerra, nemmeno se si dovesse firmare il migliore degli accordi possibili, equo e soddisfacente per tutti: ipotesi che appare decisamente remota. I Paesi europei hanno cambiato fonti di approvvigionamento, affidandosi molto più di un tempo al gas liquefatto (che per oltre metà ci arriva dagli Usa). E in seno alla Ue si è giunti da poco ad un’intesa di massima per eliminare entro il 2027 anche le importazioni residue di gas russo.

Quanto al petrolio, a gennaio – mettendo fine a un’ipocrisia durata fin troppo a lungo – scatterà anche il divieto di importare carburanti prodotti con greggio russo, che nell’Unione europea sono finora arrivati in volumi rilevanti soprattutto da India e Turchia.

Nonostante tutto, un accordo di pace Russia-Ucraina potrebbe non essere privo di conseguenze sui mercati energetici. Un alleggerimento, se non un ritiro, delle sanzioni è probabile: almeno da parte degli Stati Uniti, in prima battuta, e in seguito verosimilmente anche da parte della Ue.

Nel caso del petrolio Morgan Stanley ipotizza un impatto immediato sulle catene di rifornimento, oggi “intasate” da forniture russe che – se non hanno mai smesso di circolare nel mondo – sono comunque sempre di più costrette a compiere giri tortuosi per raggiungere gli acquirenti. «C’è una grande quantità di petrolio bloccato nelle supply chain», afferma Martijn Rats, global commodities strategist della banca Usa – Un eventuale ritorno ai modelli commerciali storici sarebbe equivalente a un rilascio di scorte: sicuramente decine di milioni di barili, e forse qualche centinaio di milioni, potrebbero essere resi disponibili perché non sono più bloccati in questi lunghi percorsi».

Ue, intesa su divieto graduale importazione gas russo

Il riferimento è all’ormai noto “oil-on-water”, che viene spesso (per quanto forse impropriamente) additato come un evidente segnale di eccesso d’offerta: le forniture petrolifere che si trovano a bordo di navi – in transito su rotte più lunghe di un tempo, oppure stoccate in depositi galleggianti nell’attesa di trovare un acquirente – ammontano ormai ad oltre 2 miliardi di barili tra greggio e prodotti derivati. Sono cresciute in fretta dell’estate scorsa, incoraggiando le vendite sui mercati dei futures.

Per la Cina è invece tornato il momento di comprare: i prezzi bassi (e quelli ancora più ridotti praticati dalla Russia, ormai in gravi difficoltà) sembrano aver rimesso in moto il processo di accumulazione di scorte strategiche, a livelli che potrebbero finire col frenare l’ondata di vendite sui mercati. Le importazioni cinesi di greggio sono salite ai massimi da 27 mesi a novembre(a 12,43 milioni di barili al giorno, +8,7% rispetto a ottobre): acquisti che messi a confronto con i consumi interni portano a stimare un incremento delle scorte di 1,88 mbg, il massimo da aprile, secondo Clyde Russell, analista di Reuters.

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