parla marco bertottI

«Per capire dove vanno le monete non basta guardare i fondamentali»

Il segretario generale di Assiom Forex: «I cambi valutari? Sono diventati molto complessi. Basarsi solo sui tradizionali fondamentali non è sufficiente. Senza studio approfondito ed esperienza approfondita il rischio è di farsi male»

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

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«I cambi valutari? Sono diventati molto complessi. Basarsi solo sui tradizionali fondamentali non è sufficiente. Bisogna possedere competenze diversificate, che non sono semplici da acquisire in capo ad una singola persona. Soprattutto se si tratta di un investitore fai-da-te».

Il messaggio arriva da Marco Bertotti, segretario generale di Assiom Forex. Sia chiaro: i meccanismi tradizionali non sono mandati in soffitta. Tutt’altro! «Così, ad esempio, per comprende le dinamiche tra due monete – spiega Bertotti – deve, seppure i tassi siano in molti mercati “rasoterra”, monitorarsi la differenza del costo del denaro».

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Vale a dire?

Si tratta del tasso d’interesse cui l’istituto centrale presta la moneta alle banche commerciali. La divisa del Paese dove questo è maggiore, in teoria, ha più forza rispetto a quella con il costo minore.

Ci sono, poi, altri fattori...

Ovvio. È necessario, ad esempio, considerare le politiche fiscali e il loro impatto sull’economia; inoltre vanno valutati i differenziali di crescita tra gli Stati e le diverse bilance commerciali degli stessi.

E poi?

È rilevante far riferimento anche alla dinamica dell’inflazione. Pensiamo, in tal senso, al cambio tra due Paesi: lo Stato A e lo Stato B. Ipotizziamo che nello Stato A ci sia un fenomeno inflattivo, cioè aumentano i prezzi. Ebbene: gli operatori, trovando più convenienti i beni dello Stato B dove non c’è rialzo dei prezzi dei beni di consumo, aumenteranno la domanda degli asset di quest’ultimo. In un simile contesto si concretizza un andamento che può contribuire a rafforzare la moneta dello stato B a scapito di quella dello stato A.

Ciò detto, e al di là delle manovre sui tassi, le banche centrali recitano un ruolo essenziale...

Certamente. Queste sono molto importanti rispetto alle dinamiche valutarie. In alcuni casi sono arrivati a guidare direttamente la loro moneta domestica.

Ad esempio?

Basta pensare alla Banca nazionale svizzera che, nel 2011, ha definito la soglia minima del Franco rispetto all’euro: la quota era di 1,20. Al di là della correttezza, o meno, della strategia è un caso lampante di gestione del cambio da parte dell’istituto centrale

Le politiche monetarie, soprattutto a partire dalla crisi post Lehman, hanno comunque sempre più inciso sui cambi valutari. In particolare attraverso i programmi ultra espansivi di quantitative easing...

Vero! Seppure, proprio i diversi Qe, costituiscono l’esempio di come sia diventato complesso valutare la dinamica dei cambi. Pensiamo all’euro-dollaro. In generale la realizzazione di un simile programma da parte della Bce, aumentando la base monetaria dell’eurozona, ha un effetto deflattivo sulla moneta unica. Sennonché la stessa Fed mette in campo strategie simili. Quindi abbiamo due forze uguali, ma con direzioni opposte, che si fronteggiano. Capire quale, e quando, una prevale sull’altra è difficile. Non solo. Sempre di più, su di un altro livello, sono diventate imprescindibili le dichiarazioni degli stessi banchieri centrali. Basta ricordare il “whatever it takes” di Mario Draghi.

In generale, comunque, i fattori non “tradizionali” da tenere sotto controllo sono anche altri...

È così. C’è il mondo dei movimenti strettamente finanziari. Questi hanno logiche non sempre banali e razionali. In alcuni casi i flussi sono determinati, ad esempio rispetto a valute come il dollaro, dalla ricerca di asset sicuri. In altri si tratta di operatività di brevissimo periodo dettata da investitori algoritmici. Per non parlare, infine, della rilevanza delle soglie, di resistenza o supporto, conseguenti all’uso dell’analisi tecnica. Insomma: è chiaro che l’operatività sui cambi è molto complessa. Senza studio approfondito ed esperienza approfondita il rischio è di farsi male.

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