Metalli

Oro di nuovo al record storico, insieme ad argento e rame

Il metallo giallo supera 4.400 dollari l’oncia, l’argento sfiora quota 70 dollari e il rame si avvicina ai 12mila dollari per tonnellata

di Sissi Bellomo

Aggiornato il 22 dicembre 2025 alle ore 19,10

 (Photo by DAVID GRAY / AFP)

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Il rally di fine anno è un classico, quasi come il panettone. Ma per i metalli (preziosi e non) il 2025 si sta davvero concludendo col botto. Anche l’oro è di nuovo a livelli record, dopo aver ritrovato slancio in una corsa che dura da quasi quattro anni: lunedì 22 ha superato 4.400 dollari l’oncia e si è spinto fino a un picco di 4.420,35 dollari sul mercato spot londinese, in rialzo di quasi il 70% da inizio anno e ben oltre il precedente massimo storico (4.381 dollari) che resisteva da ottobre.

In parallelo prosegue l’ascesa vertiginosa dell’argento, ormai vicino a superare anche l’asticella dei 70 dollari l’oncia, con un progresso vicino al 140% nel 2025 (la punta è stata a 69,45 dollari). Per entrambi i metalli bisogna tornare indietro nel tempo fino al 1979 per ritrovare performance paragonabili.

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Sempre nella giornata di lunedì 22 il platino ha aggiornato il massimo da 17 anni (a 2.057,15 dollari l’oncia per l’esattezza) mentre il palladio, con un balzo di oltre il 4%, si è spinto fino a 1.786,45 dollari: un prezzo che non raggiungeva da circa tre anni.

Nel frattempo anche il rame ha aggiornato il record storico, avvicinandosi a grandi falcate alla soglia psicologica di 12mila dollari per tonnellata: al London Metal Exchange (Lme) il contratto benchmark, quello a tre mesi, è arrivato a 11.996 dollari.

Per il metallo rosso l’ultimo strappo al rialzo è in parte legato all’accordo con cui la cilena Antofagasta e una fonderia cinese hanno appena fissato a zero il compenso per la lavorazione dei concentrati nel 2026: anche questo è un record storico, perché a livello contrattuale i cosiddetti Treatment and Refining Costs (TC/RC) non erano mai stati così bassi.

Sul mercato spot del resto i TC/RC sono scesi già da tempo in territorio negativo, un’aberrazione frutto dello squilibrio tra la capacità di raffinazione – che in Cina si è sviluppata in modo ipertrofico – e l’offerta mineraria, che invece è tenuta a freno da difficoltà produttive in diverse grandi miniere: le raffinerie di rame in pratica devono pagare (o lavorare gratis) per contendersi i concentrati da “trasformare” in metallo.

Al di là dei temi industriali – che pure hanno un certo peso, non solo per il rame ma anche per argento e platinoidi – a guidare il mercato oggi sono comunque soprattutto dinamiche finanziarie: le stesse che continuano ad alimentare i rialzi delle Borse, in un rally che in modo inusuale (se non anomalo) le vede correre in parallelo all’oro e che in parte vanifica le virtù del lingotto come asset per diversificare e proteggere i portafogli.

Anche i listini azionari – visti nell’insieme, attraverso l’indice MSCI World Index – continuano a macinare record. A Wall Street, lunedì 22 di nuovo guidata dai tecnologici, l’S&P 500 ha recuperato le perdite di dicembre e si avvia ad archiviare l’ottavo mese consecutivo di rialzo, una sequenza positiva che non si vedeva dal 2018. Meno brillanti nell’ultima seduta i listini europei, con Milano che ha perso l0 0,3% come Parigi, Londra in ribasso dello 0,4%% e Francoforte invariata.

Tanto per le Borse (Wall Street in primis) quanto per i metalli preziosi (oro soprattutto) il faro principale è la Federal Reserve, da cui il mercato si aspetta ulteriori tagli dei tassi d’interesse: almeno due il prossimo anno, uno ad aprile e l’altro a settembre, da 25 punti base ciascuno.

Tra gli investitori sembra ormai prevalere un approccio quasi fideistico sia nei confronti delle politiche monetarie della Fed – certamente destinate ad uscire dai canoni “classici” con il prossimo cambio al vertice – sia nei confronti dello stato di salute dell’economia Usa, anche se gli ultimi dati macro pubblicati Oltreoceano qualche perplessità l’hanno sollevata.

Il dato sull’inflazione in particolare, pubblicato giovedì 18, ha fotografato un aumento dei prezzi al consumo di appena il 2,7% a novembre – molto inferiore alle previsioni – con i prezzi “core” (al netto di cibo ed energia) più freddi dal 2021, ma l’attendibilità è dubbia visto che molte rilevazioni sono saltate a causa del lungo shutdown, la chiusura degli uffici federali Usa.

I mercati, almeno per il momento, non sembrano porsi domande scomode. E anche per l’oro un ulteriore allentamento della politica monetaria Usa è vento in poppa.

A sostenere il lingotto, che conserva attrazione come bene rifugio, ci sono inoltre le tensioni geopolitiche: negli ultimi giorni in particolare l’escalation tra Stati Uniti e Venezuela. Ci sono le banche centrali, i cui acquisti hanno perso un po’ di intensità, ma continuano ad essere robusti. E c’è un boom di investimenti in Etf (che riguarda anche l’argento): acquisti oggi così intensi da aver acceso una «competizione con le banche centrali», secondo Goldman Sachs. Quando si compete per una risorsa limitata i prezzi giocoforza tendono a salire e Goldman, come molte altre banche, prevede l’oro anche nel 2026 proseguirà il rally, guidato dagli stessi fattori odierni: «una domanda strutturalmente alta da parte delle banche centrali e un supporto ciclico dai tagli della Fed».

All’inizio del nuovo anno, avvertono diversi analisti, è comunque da mettere in conto quanto meno una fase di volatilità, causata dal ribilanciamento degli indici di materie prime: oro e argento – proprio perché si sono apprezzati tanto nel 2025 – verranno venduti (il Bloomberg Commodity Index effettuerà le operazioni per cinque sedute a partire dall’8 gennaio).

Al capitolo avvertenze c’è anche la debolezza della domanda di oro in gioielleria, che comunque rimane un settore chiave. I rincari pesano e segnali di cedimento sono sempre più visibili sul mercato fisico, soprattutto in Asia: in India i consumi sono rimasti deboli anche durante la stagione dei matrimoni e in Cina l’oro tratta con lo sconto maggiore dal 2020 rispetto ai valori internazionali (uno spread fino a 64 dollari l’oncia la settimana scorsa, riferisce Reuters).

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