Vinitaly

Nuove rotte per l’export e radici in Europa: ecco l’antidoto anti dazi per il vino italiano

Esportazioni in calo del 3,7% spinte dal calo degli Usa. Le intese con l’India, l’Australia e l’area Mercosur produrranno risultati nel tempo mentre nel Vecchio continente il valore delle vendite è cresciuto del 31% in sei anni

di Giorgio dell'Orefice

Vino dealcolato, crescita stimata 8%: le attese dei produttori

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Per un settore export oriented come il vino italiano (una bottiglia su due è venduta fuori dei confini nazionali) la priorità per i prossimi mesi non può che essere la ricerca di contromisure ai dazi Usa e, in particolare, di sbocchi alternativi. Un compito non facile perché gli Usa oltre a rappresentare il primo mercato al mondo per consumi totali di vino è anche uno sbocco maturo in grado di valorizzare i prodotti di qualità. Quindi se può essere alla portata individuare nuove chance per ricollocare parte dell’invenduto negli Usa più difficile è garantire il medesimo fatturato. Ma, finché i dazi saranno confermati, questa è la strada da percorrere.

Le possibili contromisure alle tariffe Usa e, soprattutto, la ricerca di nuovi sbocchi di mercato al netto degli annunci sulle etichette allarmistiche sulla salute che periodicamente riemergono, saranno i temi al centro della 58esima edizione di Vinitaly da oggi e fino al 15 aprile a Veronafiere.

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I danni dei dazi

Dopo le tariffe introdotte dal presidente Trump, il vino made in Italy ha chiuso l’anno, negli Usa, con una flessione del 9,2% (e una perdita in valore di 178 milioni di euro) trascinando al ribasso l’intero export italiano di vino (che ha chiuso il 2025 a 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7%). Male in genere le vendite nei paesi extra-Ue che, con la sola eccezione del Brasile (+3,8%), hanno invece perso terreno in Regno Unito (-3,9%), Canada (-5,9%), Svizzera (-4,2%) e Russia (-16 per cento).

Meglio è andata invece sui mercati comunitari, dove tiene la Germania (+0,6%, a 1,1 miliardi di euro) e crescono ancora la Francia (+3,6%) e i Paesi Bassi (+5,6 per cento). Tra le regioni, segno negativo per le tre capofila: il Veneto a -1,2% (2,9 miliardi di euro), la Toscana (-2%) e il Piemonte (-2,2%). Sul fronte delle tipologie di prodotto, a valore, limitano i danni gli spumanti (-2,5%, 2,3 miliardi di euro), va peggio per vini fermi e frizzanti (-4,3%, a 5 miliardi di euro).

Gli accordi internazionali

Questo il quadro delle esportazioni nel 2025. Tuttavia, con l’inizio del 2026 vanno registrati anche gli importanti accordi internazionali stretti dall’Unione europea rispettivamente con l’America latina (Mercosur), con l’India e, da ultimo, con l’Australia. Accordi che prevedono un sensibile taglio dei dazi su quei mercati e, in prospettiva, possono far crescere le spedizioni di vino made in Italy.

«Intese che offrono prospettive diverse – spiega il presidente di Federvini, Giacomo Ponti –. Nei paesi del Mercosur, abbiamo un terreno più favorevole. Ci sono cittadini di origine italiana, chef italiani e un generale apprezzamento per i nostri prodotti. Già c’è un flusso di esportazioni verso il Sudamerica che però finora è stato penalizzato dai dazi elevati. Credo che rispetto al numero degli abitanti e alle nostre reali potenzialità siamo oggi ancora indietro. Occorreranno di certo investimenti ma credo che il percorso sia più agile».

Completamente diverso è invece il caso dell’India «che ha un consumo di spirits, whisky e gin – continua Ponti – ma dove nostre esportazioni sono molto limitate. Le aziende italiane dovranno investire e puntare sulla crescita della classe media indiana. Occorre lavorare sull’educazione e creare forme di pairing tra i vini italiani e i piatti della cucina locale». Altro discorso ancora è quello dell’Australia che, lo ricordiamo, è un paese produttore di vino. «Siamo soddisfatti per l’intesa stretta da Bruxelles con Camberra dal punto di vista commerciale – dice Ponti –meno sotto il profilo della tutela, perché viene accordata agli australiani la possibilità di utilizzare per dieci anni i nomi Grappa e Prosecco. Tuttavia, sono convinto che anche in Australia ci siano potenzialità per il vino italiano anche grazie alla forte presenza di immigrati italiani in particolare in città come Melbourne».

Europa «porto sicuro»

In attesa quindi che gli accordi internazionali vengano implementati da più parti si sta rafforzando l’idea di rilanciare la scommessa sui mercati comunitari. Secondo un’analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly l’Unione europea si conferma un “porto sicuro” per il vino italiano con un progresso nel 2025 (+0,7%) in grado di mitigare le flessioni sui mercati extra-Ue. Tuttavia, i mercati europei non sono solo un contraltare, ma molto di più. Secondo l’analisi dell’Osservatorio l’incremento del valore del vino italiano nel blocco dei 26 Paesi nel periodo (2019-2025) è stato infatti quasi doppio (+31%) rispetto alla domanda extra-Ue. Un’area quindi tutt’altro che satura e sempre meno germano-centrica.

A sostenere le vendite made in Italy in Europa sono gli spumanti che nello stesso periodo hanno messo a segno una crescita del 72% (per un fatturato di 822 milioni), grazie a impennate in tripla cifra in tredici Paesi su 26.

 La Francia (+121%), in questa classifica, ha sorpassato la Germania ed è oggi il principale cliente europeo di bollicine tricolore, Prosecco in primis. Un vero e proprio “miracolo sparkling” nella terra dello Champagne. Nel periodo 2019-2025 sono andate molto bene anche le vendite in Belgio e Paesi Bassi (attorno al +60%) e Austria (+41 per cento). Ottime performance infine nel quadrante Est: +74% le vendite in Polonia, +113% la Repubblica Ceca.

«Dobbiamo ripartire dall’Europa – commenta il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi – che offrirebbe enormi margini di crescita se si superasse la babele legislativa che impone un dazio interno al 45% sui beni manifatturieri. La sveglia generata dai dazi ci impone di fare ordine in casa nostra e allo stesso tempo di allargare l’orizzonte dei mercati terzi, con attivismo commerciale, approccio manageriale e condivisione strategica con le istituzioni».

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