Non possiamo essere qualcuno senza essere parte di qualcosa. Il comunitarismo di Charles Taylor
Taylor suggerisce la via di una modernità “radicata”, che non rinuncia all’autonomia individuale, ma riconosce il fatto che essa fiorisce solo in un terreno culturale condiviso
8' di lettura
8' di lettura
La pretesa di fondare una società giusta sull’idea di un soggetto morale e politico astratto - un “sé disincarnato” – è il bersaglio principale della critica comunitarista all’individualismo liberale, erede di Locke, Kant, fino a Rawls. La caricatura di un sé che sceglie i propri fini in maniera razionale ma totalmente indipendente dal contesto di vita nel quale egli si muove e dalle relazioni umane che lo hanno plasmato. Anche la costruzione del filosofo canadese Charles Taylor, così come abbiamo visto per Michael Walzer e Alasdair MacIntyre, origina da questa critica ad un “sé senza profondità morale”, un sé incapace di generare senso e valore.
Taylor parte da questa critica e ribalta la prospettiva elaborando una visione nella quale l’identità personale ha, invece, natura dialogica: l’io si costituisce solo nel rapporto con gli altri significativi. “La nostra identità – scrive ne Il disagio della modernità - è forgiata nel dialogo continuo con l’altro” (1994, p. 51).
Il percorso
Ma come siamo arrivati, dunque, all’individualismo moderno e alla sua pretesa di autonomia? Attraverso un lungo processo storico che Taylor identifica in Le Radici dell’Io (1993) e che ha avuto come tappe decisive il pensiero agostiniano, l’umanesimo rinascimentale, la riforma protestante e l’Illuminismo. La ricostruzione di questa genealogia è la premessa necessaria a mettere in discussione la nostra “autocomprensione”: l’operazione grazie alla quale possiamo definirci da soli, in isolamento dagli altri, senza riferimento a un quadro di sfondo condiviso. Per Taylor, al contrario, l’identità è sempre narrativa, relazionale e dialogica. Ci costruiamo nel confronto con altri significati, altri valori, altri esseri umani.
È questo “orizzonte di significato” il contesto morale entro cui le nostre scelte acquistano senso. Non possiamo scegliere ciò che conta per noi, ciò che è giusto o sbagliato, buono o malvagio, senza riferirci a una cornice collettiva, senza essere situati in uno spazio di valutazione. L’individuo che si presume indipendente dalla comunità, come vorrebbe il liberalismo più astratto, non è altro che illusione. Un’illusione che, secondo il filosofo canadese, sta alla base del “disagio della modernità”, la crisi esistenziale del nostro tempo. Se è vero, per un verso, che viviamo in una cultura che esalta l’autonomia individuale e la “libertà di scelta”, è anche vero che questa stessa cultura ci lascia spesso orfani di un orientamento profondo. La modernità ha reciso i legami forti tra individui e tradizioni condivise, promuovendo un ideale di autenticità che rischia di diventare nient’altro che narcisismo.
La vera autenticità
La posizione di Taylor non è critica tanto dell’idea stessa di autenticità, ma della sua degenerazione. L’autenticità vera – dice Taylor - non è fare tutto ciò che “sentiamo” senza vincoli. È piuttosto rispondere a un appello interiore che ci connette a un bene più grande. È in questa tensione tra il sé e ciò che lo trascende che nasce la vera libertà.









