­Mind the Economy/Justice 98

Difendere la comunità, senza mai dimenticare il volto dell’altro

di Vittorio Pelligra*

Michael Walzer (GettyImages)

6' di lettura

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“L’assunzione di fondo di quasi tutti i filosofi che, da Platone in poi, si sono occupati di giustizia – scrive Michael Walzer nelle prima pagine del suo Spheres of Justice - è che esiste uno ed un solo sistema distributivo che, a ragione, la filosofia può accettare. Oggi tale sistema è solitamente definito come quello che ideali e individui razionali sceglierebbero se fossero costretti ad una scelta imparziale, nulla sapendo della propria situazione personale ed essendo escluse le richieste particolaristiche (…) Ma quanto vale questa conclusione? C’è senz’altro da dubitare – continua il filosofo - che quegli stessi individui ripeterebbero quella scelta ipotetica o addirittura la riconoscerebbero come propria, una volta diventati gente comune, con un forte senso della propria identità, in possesso dei propri beni e alle prese con i problemi quotidiani. Il problema più importante – scrive Walzer - non è il particolarismo degli interessi (…) Il problema più rilevante è il particolarismo della storia, della cultura e dell’appartenenza (…) La giustizia è una costruzione umana – conclude – e non è detto che ci sia solo un modo di realizzarla” (p. 5). Ecco il punto. La giustizia è una costruzione umana e non può essere pienamente compresa solo attraverso l’astrazione della ragione o la finzione del contratto sociale. I protagonisti di queste visioni astratte – i membri della società liberale – “non condividono tradizioni politiche o religiose; possono raccontare solo una storia su sé stessi ed è la storia della creazione, che inizia nello stato di natura o nella posizione originaria. Ogni individuo si immagina assolutamente libero, senza vincoli e per conto proprio, ed entra nella società, accettandone gli obblighi, solo per ridurre al minimo i rischi. Il suo obiettivo è la sicurezza e la sicurezza è, come ha scritto Marx, “la garanzia del suo egoismo”. E come immagina sé stesso, così è in realtà, cioè un individuo separato dalla comunità, ritirato in sé stesso, completamente preoccupato del suo interesse privato e che agisce secondo il suo capriccio privato (…). L’unico legame tra gli uomini è costituito dalla necessità naturale, dal bisogno e dal privato” (“The Communitarian Critique of Liberalism”. Political Theory 18, pp. 6-23, 1990). L’individuo protagonista del liberalismo classico è pensato come un soggetto autonomo e disincarnato, in grado di scegliere razionalmente i propri fini. Ma per Walzer, questa immagine è incompleta, se non ingannevole. Perché ogni essere umano nasce in realtà in un intreccio di relazioni, avvolto da un tessuto di significati che precede ogni atto della volontà. L’identità è radicata. È storia. È eredità. Le persone reali sono persone “situate” in uno spazio comune fatto di linguaggio, memoria e valori condivisi. È in questo spazio che nascono anche le nostre idee di giustizia che sono, quindi, per loro stessa natura intrinsecamente locali. Non c’è una definizione universale da applicare ovunque: c’è solo l’interpretazione che ogni comunità sa dare, attraverso le sue storie e le sue voci. E’ questa la radice di quell’approccio ai problemi etici e politici che Walzer ha sviluppato assieme ad altri pensatori come Alasdair MacIntyre, Charles Taylor e Michael Sandel che va sotto il nome di “comunitarismo”. Ma diversamente da questi ultimi autori, Walzer non intende il comunitarismo come una prospettiva alternativa al liberalismo. Nel suo recente The Struggle for a Decent Politics (Yale University Press, 2023) discute tra le alter forme di liberalismo anche quella dei “comunitari liberali”. Egli semplicemente parte dalla distinzione tra un liberalismo “thin” (sottile), basato su principi universali e astratti da un liberalismo “thick” (denso), radicato nelle pratiche e nei valori delle comunità concrete. In questo senso il suo approccio può essere definito come una forma di realismo morale. Una sorta di grammatica della vita sociale che fonda l’idea di giustizia su ciò che le persone effettivamente credono giusto nel contesto della loro cultura sapendo che queste credenze sono costruzioni sociali, talvolta anche contraddittorie e soprattutto mai generali. Walzer si muove dentro questo mondo, non al di sopra di esso. Nella sua visione, l’individuo non è mai un punto astratto: è sempre figlio di un luogo, di un lessico, di una tradizione perché noi siamo quello che siamo in virtù delle comunità in cui viviamo e delle tradizioni che ereditiamo.

L’identità, in questo senso, non è mai una conquista individuale, ma piuttosto una faccenda collettiva. È quindi nelle comunità che impariamo cosa vuol dire essere giusti, coraggiosi, liberi. Ci sono comunità alle quali scegliamo volontariamente di aderire - come i partiti politici e i movimenti - e altre comunità nelle quali semplicemente nasciamo. “Io non ho mai scelto di essere americano o ebreo – scrive Walzer in The Struggle for a Decent Politics - di certo non come ho scelto di essere membro del Partito democratico, dell’Associazione americana di scienze politiche o della Società per l’eliminazione della pessima filosofia”. La comunità, quindi, non è soltanto uno spazio scelto razionalmente, ma una dimensione costitutiva dell’esistenza stessa. Non è una costruzione teorica, ma un desiderio umano, un bisogno affettivo. È il luogo della familiarità, della memoria condivisa, della solidarietà non contrattuale. Tuttavia, le comunità possono anche essere luoghi di sopraffazione e di dolore e Walzer è troppo lucido per non riconoscere come possano diventare oppressive e persino aggressive. Sa bene che le comunità possono ferire, escludere, dominare, schiacciare, annientare le individualità. Sono associazioni “avide”, quelle “che avanzano pretese radicali ed esclusive sulla partecipazione emotiva dei membri e sui loro impegni quotidiani. La setta politica o religiosa ne è l’esempio migliore (…) Io sono un comunitario – scrive Walzer - nella misura in cui apprezzo il legame e la reciprocità della vita comunitaria”. Per questo il suo comunitarismo non è mai identitario o nazionalista, ma profondamente critico. Certamente non gli piacerebbe vivere senza identificarsi con una o più comunità, ma sempre con la consapevolezza che non possiamo essere semplicemente quello che siamo: abbiamo il diritto di essere anche altro rispetto a quello che siamo. Possiamo criticare, obiettare e persino disertare dalle nostre comunità che devono essere luoghi di riconoscimento ma che devono sempre lasciare spazio al dissenso, all’individualità, al movimento tra appartenenze. Walzer non idolatra il “noi”: lo abita, lo interroga, lo mette in tensione. È comunitarista, ma con riserva. Lui stesso racconta la propria biografia come intreccio di fedeltà e critica: ebreo, americano, socialista, ma mai schiavo di una sola etichetta. Questo sguardo plurale lo porta a difendere un’idea di appartenenza non esclusiva, ma dialogica, capace di costruire ponti tra culture senza cancellarne la specificità.

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Ciò che distingue in modo radicale Walzer è il suo metodo: l’interpretazione interna. Lungi dal cercare criteri esterni e astratti per valutare le istituzioni, egli propone di leggere la giustizia a partire dai significati condivisi da una comunità. Dobbiamo comprendere il significato della giustizia nel contesto dei valori e delle pratiche della nostra comunità. È per questo che non può esserci una sola idea giustizia. Non un solo bene, ma molti beni, ciascuno legato a un ambito della nostra vita in comune. È per questo che, come abbiamo visto nei Mind the Economy delle settimane, scorse, non possiamo applicare la logica del mercato alla scuola, né quella della religione alla politica. Ogni “sfera” deve essere indipendente dalle altre, con i suoi specifici criteri interni di distribuzione, e la giustizia consiste nel rispettare l’autonomia e l’integrità di ogni ambito d’azione. Il comunitarismo di Michael Walzer è una filosofia che guarda al mondo da dentro il mondo. Non costruisce sistemi ideali, non promette soluzioni definitive, non impone verità. Invita piuttosto ad ascoltare, a interpretare, a restare fedeli alle nostre storie senza, purtuttavia, diventare prigionieri di esse. È una filosofia della prossimità, del radicamento, del pluralismo vissuto. Essere giusti, in questo contesto, significa riconoscere i volti, ascoltare le lingue, abitare i luoghi e difendere, ogni volta, la dignità del particolare.

La teoria delle sfere di giustizia è certamente una delle più originali del Novecento. Rompe con l’universalismo e con il relativismo, proponendo una via intermedia che valorizza le diversità culturali senza per questo abbandonare la prospettiva del giudizio morale. Possiamo e dobbiamo giudicare le comunità, ma dobbiamo farlo nei loro termini, attraverso un processo di interpretazione profonda, senza dimenticare mai che nelle comunità si trova il nutrimento, ma possiamo anche incontrare il pericolo. Possono essere radice o diventare catene. E così Walzer ci consegna una visione del comunitarismo che non è ideologica ma esistenziale. Un comunitarismo che non impone, ma invita. Non fissa confini, ma li rende porosi. Che ci ricorda che siamo tutti, inevitabilmente, “figli di una storia, di una lingua, di un luogo”, ma che abbiamo anche il diritto di cambiare strada, di disertare, di inventarci altrove. Nel mondo così frammentato di oggi il suo invito è si quello di difendere la comunità, ma senza esimerci mai dalla responsabilità profonda per il volto dell’altro.

(*) Professor of Economics (13/A2), Department of Economics and Business, Università degli Studi di Cagliari

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