Alasdair MacIntyre e le radici del comunitarismo moderno
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Nel panorama del pensiero etico e politico contemporaneo, pochi libri hanno avuto l’impatto filosofico e la forza narrativa di Dopo la virtù, l’opera principale del filosofo scozzese Alasdair MacIntyre. Pubblicato nel 1981, questo saggio si è imposto come una critica profonda sia all’utilitarismo che al neo-contrattualismo e come uno dei testi fondativi del movimento dei comunitaristi. La dimensione critica esplorata nel libro si dipana attorno a un dilemma generato dalla contrapposizione di differenti prospettive – “fazioni”, le definisce il filosofo – che coesistono nell’ambito della riflessione morale. “Per un verso – scrive MacIntyre - si dà per scontato il riferimento a criteri condivisi impersonali in forza dei quali si assume che una delle parti in causa alla fine otterrà ragione. D’altro canto, pare proprio che un siffatto criterio non esista nella realtà (…). La mia spiegazione di questo fenomeno era e rimane la seguente: i cosiddetti princìpi morali erano originariamente inseriti in un contesto di credenze pratiche e di modalità consolidate di pensare, sentire e agire, che li rendevano comprensibili; tale contesto, ove i giudizi morali trovavano il loro senso in riferimento a criteri impersonali giustificati da una concezione condivisa del bene umano, è andato perduto. Venuti meno il contesto e la giustificazione, a seguito di complessi processi di trasformazione sociale e morale occorsi alla fine del Medioevo e alle soglie della modernità, bisognava individuare nuove strade per poter spiegare le regole e i precetti morali, e di conseguenza attribuire loro un nuovo statuto, autorità e giustificazione”. Quello della costruzione di un nuovo orientamento morale adatto alle mutate condizioni storiche è il compito che si è assunto fin dal secolo XVIII l’illuminismo europeo. Con poco successo – è convinto MacIntyre – visto che tale progetto ha portato alla “moltiplicazione di teorie rivali, le une incompatibili con le altre, gli utilitaristi in conflitto con i kantiani, gli uni e gli altri opposti ai contrattualisti, in modo tale che i giudizi morali, come oggi li si intende, si riducono essenzialmente a regole che esprimono il comportamento e il sentire di chi le ha formulate, e ciò nonostante si continua a presentarle assumendo che ci sia un criterio impersonale in base al quale i conflitti morali potrebbero essere risolti razionalmente”. Questa situazione di fatto rappresenta un’impasse dalla quale la filosofia morale contemporanea e con essa la politica non riusciranno ad uscire a meno che, come afferma il filosofo, non si provi a “comprendere la genesi e la situazione di stallo della modernità morale (…) a partire dal punto di vista di una tradizione differente, di cui Aristotele ha raccolto e analizzato credenze e presupposti, elaborandoli teoricamente nella sua ben nota teoria classica”. Non si intende affermare la superiorità dell’aristotelismo e del tomismo, il suo principale sviluppo medievale, sulle altre prospettive filosofiche. Su questo l’autore di Dopo la Virtù è molto chiaro. Il tentativo è quello piuttosto di fondare sulla metafisica tomista e neo-aristotelica una spiegazione del “bene sociale” che non faccia ricorso a presunti principi universali di razionalità ma si incentri su una teoria della società articolata nei termini delle pratiche, delle tradizioni e dell’unità narrativa delle vite concrete degli uomini e delle donne che abitano questo mondo. Il luogo nel quale tali pratiche e tradizioni si sviluppano, vengono conservate e tramandate è, per MacIntyre, la comunità. In questo senso è possibile accostare il pensiero del filosofo scozzese, così come quello di Michael Walzer che abbiamo visto la settimana scorsa, al filone del comunitarismo. Al centro del lavoro di entrambi c’è la comune critica al pensiero liberale moderno, intriso di individualismo disincarnato dalla storia. Tuttavia, MacIntyre è un comunitarista atipico. “Personalmente, non riconosco alcun valore alle comunità – scrive. Molte di queste sono brutalmente oppressive; inoltre, i valori della comunità, come sono intesi dagli esponenti americani del comunitarismo (…) sono perfettamente compatibili con i valori del liberalismo che io rifiuto, anzi contribuiscono a sostenerli”. La critica al liberalismo che pervade la riflessione in Dopo la Virtù, si basa sulla convinzione, argomentata, che “la vita migliore per l’uomo, quella in cui la tradizione delle virtù si esprime nel modo migliore, è vissuta da quanti sono impegnati a costruire e sostenere forme di comunità volte a ottenere insieme i beni condivisi che rendono possibile ottenere il bene ultimo per l’uomo. Le società politiche liberali – invece – s’impegnano per definizione a negare qualsiasi spazio per una concezione sostantiva del bene nel dibattito pubblico, e ancor meno possono accettare che la vita in comune possa essere fondata su una concezione determinata del bene. Secondo la visione liberale dominante, il governo deve sempre essere neutrale riguardo alle concezioni rivali del bene, anche se poi lo stesso liberalismo promuove, di fatto, un ordine istituzionale sostantivo che è ostile alla costruzione e al sostentamento delle relazioni solidali necessarie allo sviluppo di una vita felice. Il comunitarismo sui generis dello scozzese nasce, quindi, come reazione alla crisi del liberalismo contemporaneo e alla sua pretesa fortemente individualistica e si inserisce in una critica trasversale che a partire dagli anni ’70 del secolo scorso prende di mira la visione antropologica che vede l’individuo come un essere astratto, autonomo, disincarnato, privo di appartenenze sociali. Questa visione è centrale in Kant così come nei neo-contrattualisti a la Rawls: l’uomo viene concepito come un agente morale capace di scegliere razionalmente principi di giustizia, indipendentemente dalle sue inclinazioni, credenze o appartenenze. In Rawls tale indipendenza assume la forma del “velo d’ignoranza” capace di garantire l’imparzialità delle singole prospettive e dietro il quale i principi di giustizia devono essere scelti. I comunitaristi come Walzer e MacIntyre, ma anche Michael Sandel e Charles Taylor, di cui ci occuperemo più avanti, mettono in discussione questa premessa, sostenendo la problematicità di un pensiero morale e politico che faccia astrazione dell’identità personale, che è costituita da relazioni, tradizioni, linguaggi e storie collettive. Il soggetto morale è già immerso in una rete di significati che ne orienta le scelte. Perciò, ogni teoria della giustizia che ignori tale contesto è destinata a fallire nella prassi. Nel pensiero comunitarista, il termine “comunità” non è riducibile a un semplice fatto sociologico o geografico. Esso indica, piuttosto, un orizzonte etico, un ambiente normativo nel quale gli individui trovano significato, orientamento e riconoscimento. La comunità è, dunque, il luogo in cui si forma il giudizio morale. Essa custodisce una tradizione, un linguaggio comune, e soprattutto una narrazione collettiva, che permette agli individui di situare la propria vita in una storia più ampia. Questo aspetto narrativo è fondamentale perché per il filosofo scozzese ogni essere umano è il personaggio in una storia. La morale non si sviluppa per mezzo di regole astratte, ma attraverso l’appartenenza a una vicenda comune, fatta di pratiche, virtù, sfide e fini condivisi.
Come abbiamo letto nella citazione d’apertura, secondo MacIntyre il nostro lessico comprende parole come “dovere”, “obbligo”, “giustizia”, ma avendo perso i contesti che le rendevano significative, oggi tali virtù appaiono praticamente e operativamente prive di senso. Questa è la conseguenza principale del fallimento del progetto illuminista, che ha tentato di fondare l’etica su basi razionali universali, escludendo storia e tradizione. Occorre riconoscere, quindi, che nessun codice morale può essere compreso a fondo se non all’interno di pratiche sociali stabili, che a loro volta sono sorrette da una tradizione narrativa. Le pratiche (come la medicina, l’educazione, l’arte) generano beni interni e richiedono l’esercizio delle virtù, intese non tanto come meri attributi personali, ma piuttosto come disposizioni relazionali che permettono agli individui di eccellere nel contesto delle pratiche condivise. Esercitare la virtù, l’areté (ἀρετή), nella sua etimologia prima, non significa, infatti, essere buoni ma, piuttosto, eccellenti. Per questo definiamo “virtuoso” un pianista. Proprio quando esercita la sua arte al massimo grado di eccellenza. L’uomo virtuoso è colui che sa di essere parte di una storia, che agisce all’interno di una comunità e che riconosce il proprio télos, cioè il suo fine che si esplica all’interno di un contesto narrativo condiviso.
Ricordando la storia della caduta dell’Impero Romano, MacIntyre sottolinea che un momento decisivo di quella vicenda si ebbe quando “uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità”. Anche oggi vediamo segni che prefigurano la caduta dell’impero ed è per questo che nel celebre finale di Dopo la virtù il filosofo invoca l’arrivo di un “nuovo San Benedetto”, che possa guidare “la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano di là dalle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”. Queste comunità nuove non sono utopie, ma realtà locali e resistenti: famiglie, scuole, cooperative, parrocchie, ordini monastici, in cui la tradizione può essere custodita e reinterpretata. Sono luoghi educativi, dove l’etica non è teoria, ma forma di vita. Non c’è etica senza contesto. Non c’è giustizia senza narrazione. E non c’è identità senza comunità. In questa prospettiva, il comunitarismo di MacIntyre non ci appare nostalgia del passato, ma una profezia per il futuro.









