Mind the Economy/Justice 100

Amore e giustizia: una diade inconciliabile?

La Pasqua è certamente un tempo di amore, il più alto amore, quello che ha come misura l’esperienza che Gesù vive di sentirsi abbandonato dal Padre.

di Vittorio Pelligra

10' di lettura

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La Pasqua è certamente un tempo di amore, il più alto amore, quello che ha come misura l’esperienza che Gesù vive di sentirsi abbandonato dal Padre. Una esperienza che lacera la carne e l’anima. Un dolore, però, che nella paradossale logica dell’amore evangelico, redime. Un’esperienza che, per questo, nell’interpretazione Cristiana, rappresenta l’apice dell’amore di Dio per le sue creature. Eppure, questo dolore che si fa amore è un dolore ingiusto. È un dolore che arriva a causa di accuse ingiuste, di un processo ingiusto, di una condanna ingiusta. E allora può l’amore convivere con l’ingiustizia o amore e giustizia dovrebbero invece condurci nella stessa direzione? E’ la domanda, questa, che troviamo al cuore della riflessione del filosofo francese Paul Ricoeur, cuore dove si annida una dialettica sottile e radicale, quella che riguarda non tanto due mondi separati, ma due modalità dell’agire etico, due tensioni che si sfidano, si intrecciano, si correggono a vicenda. È possibile – si chiede Ricoeur – gettare un ponte tra la poetica dell’amore e la prosa della giustizia. Tra l’inno e la regola formale?” (Amore e giustizia, Morcelliana, 2019, p. 31). Il punto di partenza dell’analisi del filosofo francese è la cosiddetta questione del “chi?”. Chi è il soggetto e come si può passare dalla concezione antropologica dell’agire a quella etica, giuridica e politica della responsabilità dell’azione? Ricoeur affronta tale questione a partire dal concetto di “imputazione”. “Una rapida analisi semantica – spiega, infatti, Ricoeur - rivela l’anteriorità del concetto di imputazione rispetto a quello di responsabilità. In questo senso, esso non si riduce al suo rapporto con l’obbligo di riparare ai danni, come nel diritto civile, e a quello di subire la pena, come nel diritto penale. Prima di queste espressioni giuridiche dell’obbligazione – continua - vi è l’obbligazione di rendere conto e, prima ancora, vi è l’atto d’imputazione che consiste nel mettere sul conto di qualcuno un’azione, che, in seguito, può essere lodata o biasimata” (Persona, comunità e istituzioni, 1994, p. 8-9). Quello di “imputazione” è l’atto attraverso il quale all’atto attribuiamo l’azione al suo autore. La precondizione per poter chiedere conto di tale azione e per poter considerare qualcuno responsabile di tale azione. Questo gesto è il fondamento semantico che consente di dire che qualcuno ha fatto qualcosa, e quindi è responsabile. Da questa imputazione discende la responsabilità morale, giuridica e politica. Ricoeur insiste: rendere conto non è solo un fatto giuridico, ma un atto antropologico, un’espressione della nostra struttura etica più profonda. A partire da questo concetto originario, poi, l’etica di Ricoeur si sviluppa lungo tre assi intrecciati: la stima di sé, la sollecitudine per l’altro e la giustizia.

Il primo punto riguarda il fatto che l’individuo si riconosce come capace di agire, di promettere, di narrare la propria vita. Questa stima non è narcisismo, ma condizione per agire responsabilmente. “Qualunque sia il rapporto con gli altri e con le istituzioni – scrive al riguardo Attilio Danese - non ci sarebbe soggetto responsabile se non potesse stimarsi in quanto capace di agire intenzionalmente, ossia secondo delle ragioni riflesse. La stima di sé, così concepita, non è una forma raffinata di egoismo o di solipsismo. Il termine ‘sé’ e la per mettere in guardia contro la riduzione a un io centrato su sé stesso. Del resto, il sé verso cui si dirige la stima e il termine riflessivo di tutte le persone grammaticali (anche la seconda e la terza persona sono capaci di stima di sé, definita mediante l’intenzionalità e mediante l’iniziativa). (Persona e sviluppo nel tempo del post-liberismo, 1990, p. 77). Il secondo aspetto è quello che concerne la “sollecitudine per l’altro”, il movimento di sé verso gli altri. Nella relazione personale diretta, l’incontro con il volto dell’altro, evoca la dimensione dell’amore, della compassione, dell’amicizia. In un rapporto in cui l’altro non è mai strumento ma sempre fine. “Pur sottoscrivendo le analisi di Lévinas sul volto e sull’alterità – continua Danese - ossia sul primato dell’appello venuto dall’altro, Ricoeur preferisce fondare l’etica sulla nozione di reciprocità che istituisce l’altro come simile e l’io come il simile dell’altro. Senza reciprocità o, per impiegare un concetto caro ad Hegel, - senza ‘riconoscimento’, l’alterità si collocherebbe ad una distanza insormontabile” (Ibid.).

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Il terzo elemento costitutivo di questa triade è quello della “giustizia”. La giustizia riguarda il “terzo”. Quando un soggetto, cioè - lo sconosciuto, il cittadino, l’altro anonimo – entra in gioco, allora non basta più la sollecitudine. Serve una struttura impersonale che assicuri l’equità e che trascenda l’informalità delle relazioni personali per darsi forma istituzionale. Se la sollecitudine è la risposta che deriva dall’incontro con il volto dell’altro, cosa fare quando l’altro un volto non ce l’ha? Quando parliamo di milioni di sconosciuti o di persone che non sono ancor nate? Lì, dice Ricoeur, entra in gioco la giustizia come istituzione. L’etica, per essere efficace in una società complessa, deve incarnarsi in forme oggettive, regole, leggi, procedure. Mentre l’amore è personale e quindi parziale, la giustizia tende all’universalità. C’è una bellezza fragile e potente nell’idea di giustizia di Ricoeur. Non è la freddezza imparziale della bilancia che pesa diritti astratti con la benda sugli occhi, né la rigidità delle leggi blindate in codici senza volto. La sua giustizia è una giustizia umanizzata, una tensione costante tra il rigore dell’equità e la dolcezza dell’amore, tra l’oggettività delle istituzioni e il calore della sollecitudine. La giustizia non è il primo nome dell’etica, ma è ciò che arriva quando l’amore da solo non basta più. Non perché sia inferiore o secondaria, ma perché l’amore è parziale, mentre la giustizia vuole essere universale. L’amore si rivolge a un “tu” preciso: all’amico, all’amato, al vicino. La giustizia, invece, si rivolge ai “terzi” sconosciuti che pure reclamano qualcosa da noi, pur non essendoci mai incontrati.

Arriva dunque il punto nel quale “All’esame separato delle ragioni dell’amore e della giustizia deve ora seguire la loro dialettica” (Amore e giustizia, p. 31). Questo passaggio così critico dall’amore alla giustizia non implica quindi un avvicendamento, ma rappresenta piuttosto un movimento dialettico. “L’amore non è un sostituto della giustizia. Domanda di più della giustizia. Chiede di andare fino al fondo della sua pretesa universale, rompendo le barriere culturali e storiche del suo campo effettivo di applicazione, fino in fondo alla sua cura per la singolarità insostituibile delle persone, all’incontro della sua tendenza a sussumere i casi particolari sotto delle regole, fino in fondo al suo progetto di fare prevalere la sollecitudine della cooperazione sull’equilibrio degli interessi ben compresi.” (Persona, comunità e istituzioni, p. 12).

La sollecitudine è la categoria intermedia, il ponte tra l’amore personale e la giustizia istituzionale. Non è solo un sentimento, ma una modalità di relazione che implica attenzione, responsabilità, reciprocità. Essa nasce nel volto dell’altro, come in Lévinas, ma trova in Ricoeur un’espressione più articolata: la sollecitudine riconosce l’altro come capace, come soggetto degno di stima, e lo accompagna fino alla dimensione pubblica della cittadinanza e del diritto. Perché per Ricoeur l’etica non può fermarsi al “faccia a faccia”. Se restassimo solo nell’orbita dell’amore, del dialogo personale, dell’empatia, l’etica si chiuderebbe in una cerchia troppo ristretta. Ed ecco che compare il “terzo”, il luogo dell’alterità impersonale: colui che non posso amare ma a cui devo giustizia.

Da una parte, scrive Attilio Danese nell’Introduzione a Persona, comunità e istituzioni, “L’amicizia fa da figura paradigmatica di un rapporto interpersonale animato dalla sollecitudine. In essa, infatti, si suppone l’uguaglianza, si esige la reciprocità, si stabilisce la

reversibilità. L’altro interpella l’io, che risponde con una sollecitudine che sancisce la stessa stima di sé; il tu convoca, l’io risponde responsabilmente”. Dall’altra “È il terzo elemento dell’interazione, però, che impedisce che l’io debba tutto sé stesso all’altro e dunque anneghi nel tu. Giustamente a tal proposito nota Lévinas: ‘Se io fossi solo con l’altro, gli dovrei tutto. Ma c’è il terzo [...] Il terzo è altro rispetto al prossimo, ma anche un altro prossimo, ma anche un prossimo dell’Altro e non unicamente il mio simile’. Nello stesso tempo, è la presenza del volto che impedisce al terzo di prendersi tutto e sovrastare con la sua neutralità la dimensione personale” (p. 19). I due processi, perciò, sono in un rapporto dialettico di verifica reciproca. La giustizia è quindi quel dispositivo normativo che traduce la sollecitudine in diritti, in regole, in eguaglianza. Ma è più di questo perché non dimentica i volti dei singoli. Agisce con la benda sollevata e la spada inguainata. La sfida di Ricoeur è mantenere, nel cuore stesso dell’istituzione, la memoria dell’amore. La giustizia non deve cancellare la sollecitudine, ma istituzionalizzarla, renderla equa, stabile, diffusa. “Dove trovare il paradigma di una tale tensione vivente? – Si chiede il filosofo nella parte finale del suo Amore e Giustizia – Mi pare possa essere cercato nel frammento Discorso della montagna in Matteo e nel Discorso della pianura in Luca – risponde – dove, in un solo e medesimo contesto, il comandamento “nuovo” – amare i nemici – e la “regola d’oro” si trovano giustapposti” (p. 32). Da una parte l’“economia del dono”, dell’amore sovrabbondante e dell’eccedenza e dall’altra la logica della reciprocità giusta, dell’equivalenza. L’imperativo dell’amare il nemico ha una natura sovra-etica, dice Ricoeur, perché nasce dall’amore gratuito di Dio che è salvezza dalla schiavitù d’Egitto. “Poiché ti è stato donato, dona a tua volta (…) in forza di questo poiché, il dono si rivela esser fonte di obbligazione” (p. 35). Mentre il movimento dell’amore al nemico è un movimento direzionale – ama perché sei stato amato. Un movimento tipico della reciprocità indiretta, la logica dell’equivalenza incarnata dalla “regola d’oro” si muove in maniera bi-direzionale o circolare – ama chi ti ha amato. Questa è la logica equivalente della reciprocità diretta dove le parti in gioco – l’agente e il paziente, ciò che si fa e ciò che viene fatto, l’agire e il subire – benché insostituibili sono dichiarati interscambiabili, reversibili.

La conciliazione, la sintesi dialettica tra la logica dell’abbondanza e quella dell’equivalenza sembra davvero impossibile. Ad attestarlo sembrano esserci perfino le parole di Gesù che mentre esorta all’amore sovrabbondante condanna quello equivalente. “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso” leggiamo infatti in Luca 6, 32-35. “Tale apparente condanna della Regola d’oro non può non inquietarci – scrive Ricoeur - poiché la regola di giustizia può essere considerata come una rideclinazione in termini formali della Regola d’oro”. Una rideclinazione che trova il suo compimento nel secondo principio di giustizia di John Rawls: il principio di differenza secondo cui ogni possibile forma di disuguaglianza può essere ritenuta legittima solo se va primariamente a vantaggio di coloro che sono più svantaggiati. “Questa formula – chiosa Ricoeur – equivale ad eguagliare le parti per quanto lo permettano le disuguaglianze imposte dall’efficienza economica e sociale” (p. 38). Ma se la logica della sovrabbondanza mette in crisi quella della reciprocità e la regola di giustizia è figlia, per così dire, di quest’ultima, avremmo allora una giustizia sociale screditata e contraria, in fondo, alla logica dell’amore vero, contraria al “comandamento nuovo”. Ma perché, allora, sia il “comandamento nuovo” che la Regola d’oro compaiono entrambi contigui sia nel Discorso della Montagna che nel Discorso della Pianura? È possibile un’altra interpretazione – scrive Ricoeur – secondo la quale il comandamento d’amore non abolisce la Regola d’oro, ma la reinterpreta nel senso della generosità, come un canale non solo possibile ma necessario di un comandamento che, in forza del suo statuto sovra-etico, accede alla sfera etica solo al prezzo di comportamenti paradossali ed estremi (…) a chi ti percuote una guancia, porgi anche l’altra” (p. 39). È lo stesso “estremismo” di Francesco, di Gandhi, di Martin Luther King. Può la giustizia sociale incarnare la stessa logica? “Se la sovra-morale – risponde Ricoeur – non deve scivolare in non-morale, o addirittura in immoralità – ad esempio in viltà -, deve passare attraverso il principio di moralità, riassunto nella Regola d’oro e formalizzato dalla regola di giustizia. Ma l’affermazione reciproca non è men vera” (p. 40).

Ricoeur ci dice quindi che dalla logica della sovrabbondanza non proviene una critica alla regola della reciprocità ma ad una delle sue possibili interpretazioni, quella che vede la reciprocità solo come uno scambio di equivalenti, un do ut des, “io do affinché tu dia”. Ma la logica della sovrabbondanza – “dona poiché ti è stato donato” – corregge l’affinché della massima utilitaristica “e salva – conclude il filosofo - la Regola d’oro da un’interpretazione sempre possibile” (ibid.). Ma l’analisi non termina qui. Occorre sviluppare il secondo polo della tensione dialettica. Se è vero, infatti, che la logica della sovrabbondanza mette in crisi e “raddrizza”, per così dire, la logica della reciprocità, non è forse possibile che quest’ultima possa mettere in crisi e dunque “raddrizzare” anche la regola di giustizia? Ricoeur ne è convinto. “Così come la Regola d’oro, lasciata a sé stessa, s’abbassa al rango di massima utilitaristica, nello stesso modo la regola di giustizia, lasciata a sé stessa, tende a subordinare la cooperazione alla competizione, o piuttosto ad attendere dal solo equilibrio di interessi rivali il simulacro della cooperazione” (p. 42). Se questo senso di giustizia non sarà “toccato e segretamente sorvegliato” dalla poetica dell’amore, dalla logica della sovrabbondanza, dalla profezia del “comandamento nuovo”, allora il rischio che esso diventi nient’altro che una “variante sottilmente sublimata dell’utilitarismo” sarà più che concreto. “Solo l’affinità segreta con il comandamento d’amore salva il secondo principio di giustizia di Rawls da questa ricaduta in un irriflesso utilitarismo” (p. 42).

Giungiamo quindi ad una conclusione che supera l’antinomia inziale tra le due logiche dell’azione sociale attraverso la creazione di una tensione dialettica che non elimina il contrasto ma che rende la giustizia “il medio necessario dell’amore”. “Proprio perché l’amore è sovra-morale – scrive Ricoeur – esso entra nella sfera pratica ed etica solo sotto la guida della giustizia (…) attraverso l’azione sinergica di amore e giustizia”.

Qual è la conclusione di questa operazione? Quale la rilevanza pratica di questa operazione di mediazione dialettica tra la logica dell’amore e quella della giustizia? La constatazione del fatto che l’espressione di un equilibrio tra le due logiche – sul piano individuale, ma anche su quello giuridico sociale e politico – è perfettamente praticabile. Ma Ricoeur va ancora oltre definendo “perfettamente ragionevole, benché difficile e interminabile” il compito di incorporare in maniera tenace “via via un grado supplementare di compassione e generosità in tutti i nostri codici – dal codice penale alle norme di giustizia sociale”. Un augurio che di questi tempi non posso che fare mio.

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