Amore e giustizia: una diade inconciliabile?
La Pasqua è certamente un tempo di amore, il più alto amore, quello che ha come misura l’esperienza che Gesù vive di sentirsi abbandonato dal Padre.
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La Pasqua è certamente un tempo di amore, il più alto amore, quello che ha come misura l’esperienza che Gesù vive di sentirsi abbandonato dal Padre. Una esperienza che lacera la carne e l’anima. Un dolore, però, che nella paradossale logica dell’amore evangelico, redime. Un’esperienza che, per questo, nell’interpretazione Cristiana, rappresenta l’apice dell’amore di Dio per le sue creature. Eppure, questo dolore che si fa amore è un dolore ingiusto. È un dolore che arriva a causa di accuse ingiuste, di un processo ingiusto, di una condanna ingiusta. E allora può l’amore convivere con l’ingiustizia o amore e giustizia dovrebbero invece condurci nella stessa direzione? E’ la domanda, questa, che troviamo al cuore della riflessione del filosofo francese Paul Ricoeur, cuore dove si annida una dialettica sottile e radicale, quella che riguarda non tanto due mondi separati, ma due modalità dell’agire etico, due tensioni che si sfidano, si intrecciano, si correggono a vicenda. È possibile – si chiede Ricoeur – gettare un ponte tra la poetica dell’amore e la prosa della giustizia. Tra l’inno e la regola formale?” (Amore e giustizia, Morcelliana, 2019, p. 31). Il punto di partenza dell’analisi del filosofo francese è la cosiddetta questione del “chi?”. Chi è il soggetto e come si può passare dalla concezione antropologica dell’agire a quella etica, giuridica e politica della responsabilità dell’azione? Ricoeur affronta tale questione a partire dal concetto di “imputazione”. “Una rapida analisi semantica – spiega, infatti, Ricoeur - rivela l’anteriorità del concetto di imputazione rispetto a quello di responsabilità. In questo senso, esso non si riduce al suo rapporto con l’obbligo di riparare ai danni, come nel diritto civile, e a quello di subire la pena, come nel diritto penale. Prima di queste espressioni giuridiche dell’obbligazione – continua - vi è l’obbligazione di rendere conto e, prima ancora, vi è l’atto d’imputazione che consiste nel mettere sul conto di qualcuno un’azione, che, in seguito, può essere lodata o biasimata” (Persona, comunità e istituzioni, 1994, p. 8-9). Quello di “imputazione” è l’atto attraverso il quale all’atto attribuiamo l’azione al suo autore. La precondizione per poter chiedere conto di tale azione e per poter considerare qualcuno responsabile di tale azione. Questo gesto è il fondamento semantico che consente di dire che qualcuno ha fatto qualcosa, e quindi è responsabile. Da questa imputazione discende la responsabilità morale, giuridica e politica. Ricoeur insiste: rendere conto non è solo un fatto giuridico, ma un atto antropologico, un’espressione della nostra struttura etica più profonda. A partire da questo concetto originario, poi, l’etica di Ricoeur si sviluppa lungo tre assi intrecciati: la stima di sé, la sollecitudine per l’altro e la giustizia.
Il primo punto riguarda il fatto che l’individuo si riconosce come capace di agire, di promettere, di narrare la propria vita. Questa stima non è narcisismo, ma condizione per agire responsabilmente. “Qualunque sia il rapporto con gli altri e con le istituzioni – scrive al riguardo Attilio Danese - non ci sarebbe soggetto responsabile se non potesse stimarsi in quanto capace di agire intenzionalmente, ossia secondo delle ragioni riflesse. La stima di sé, così concepita, non è una forma raffinata di egoismo o di solipsismo. Il termine ‘sé’ e la per mettere in guardia contro la riduzione a un io centrato su sé stesso. Del resto, il sé verso cui si dirige la stima e il termine riflessivo di tutte le persone grammaticali (anche la seconda e la terza persona sono capaci di stima di sé, definita mediante l’intenzionalità e mediante l’iniziativa). (Persona e sviluppo nel tempo del post-liberismo, 1990, p. 77). Il secondo aspetto è quello che concerne la “sollecitudine per l’altro”, il movimento di sé verso gli altri. Nella relazione personale diretta, l’incontro con il volto dell’altro, evoca la dimensione dell’amore, della compassione, dell’amicizia. In un rapporto in cui l’altro non è mai strumento ma sempre fine. “Pur sottoscrivendo le analisi di Lévinas sul volto e sull’alterità – continua Danese - ossia sul primato dell’appello venuto dall’altro, Ricoeur preferisce fondare l’etica sulla nozione di reciprocità che istituisce l’altro come simile e l’io come il simile dell’altro. Senza reciprocità o, per impiegare un concetto caro ad Hegel, - senza ‘riconoscimento’, l’alterità si collocherebbe ad una distanza insormontabile” (Ibid.).
Il terzo elemento costitutivo di questa triade è quello della “giustizia”. La giustizia riguarda il “terzo”. Quando un soggetto, cioè - lo sconosciuto, il cittadino, l’altro anonimo – entra in gioco, allora non basta più la sollecitudine. Serve una struttura impersonale che assicuri l’equità e che trascenda l’informalità delle relazioni personali per darsi forma istituzionale. Se la sollecitudine è la risposta che deriva dall’incontro con il volto dell’altro, cosa fare quando l’altro un volto non ce l’ha? Quando parliamo di milioni di sconosciuti o di persone che non sono ancor nate? Lì, dice Ricoeur, entra in gioco la giustizia come istituzione. L’etica, per essere efficace in una società complessa, deve incarnarsi in forme oggettive, regole, leggi, procedure. Mentre l’amore è personale e quindi parziale, la giustizia tende all’universalità. C’è una bellezza fragile e potente nell’idea di giustizia di Ricoeur. Non è la freddezza imparziale della bilancia che pesa diritti astratti con la benda sugli occhi, né la rigidità delle leggi blindate in codici senza volto. La sua giustizia è una giustizia umanizzata, una tensione costante tra il rigore dell’equità e la dolcezza dell’amore, tra l’oggettività delle istituzioni e il calore della sollecitudine. La giustizia non è il primo nome dell’etica, ma è ciò che arriva quando l’amore da solo non basta più. Non perché sia inferiore o secondaria, ma perché l’amore è parziale, mentre la giustizia vuole essere universale. L’amore si rivolge a un “tu” preciso: all’amico, all’amato, al vicino. La giustizia, invece, si rivolge ai “terzi” sconosciuti che pure reclamano qualcosa da noi, pur non essendoci mai incontrati.
Arriva dunque il punto nel quale “All’esame separato delle ragioni dell’amore e della giustizia deve ora seguire la loro dialettica” (Amore e giustizia, p. 31). Questo passaggio così critico dall’amore alla giustizia non implica quindi un avvicendamento, ma rappresenta piuttosto un movimento dialettico. “L’amore non è un sostituto della giustizia. Domanda di più della giustizia. Chiede di andare fino al fondo della sua pretesa universale, rompendo le barriere culturali e storiche del suo campo effettivo di applicazione, fino in fondo alla sua cura per la singolarità insostituibile delle persone, all’incontro della sua tendenza a sussumere i casi particolari sotto delle regole, fino in fondo al suo progetto di fare prevalere la sollecitudine della cooperazione sull’equilibrio degli interessi ben compresi.” (Persona, comunità e istituzioni, p. 12).
La sollecitudine è la categoria intermedia, il ponte tra l’amore personale e la giustizia istituzionale. Non è solo un sentimento, ma una modalità di relazione che implica attenzione, responsabilità, reciprocità. Essa nasce nel volto dell’altro, come in Lévinas, ma trova in Ricoeur un’espressione più articolata: la sollecitudine riconosce l’altro come capace, come soggetto degno di stima, e lo accompagna fino alla dimensione pubblica della cittadinanza e del diritto. Perché per Ricoeur l’etica non può fermarsi al “faccia a faccia”. Se restassimo solo nell’orbita dell’amore, del dialogo personale, dell’empatia, l’etica si chiuderebbe in una cerchia troppo ristretta. Ed ecco che compare il “terzo”, il luogo dell’alterità impersonale: colui che non posso amare ma a cui devo giustizia.









