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Il rilancio di Nike sta richiedendo più tempo di quanto sperato a causa di una combinazione di fattori sia interni sia esterni. Lo ha sottolineato il ceo del gruppo dell’abbigliamento sportivo Elliott Hill presentando i conti del terzo trimestre (chiuso a febbraio) e le indicazioni per i prossimi mesi. Il gruppo stima un calo delle vendite “low single digit” fino alla fine del 2026 e stima una flessione del 2-4% nel trimestre in corso, un calo superiore alle previsioni degli analisti. Le stime includono una contrazione del 20% delle vendite in Cina dopo il -7% del terzo trimestre. Nel terzo trimestre Nike ha registrato ricavi per 11,27 miliardi di dollari (stabili sull’anno precedente) e un utile netto in calo del 35% a 520 milioni di dollari.
Nel trading after-hours a New York dopo la diffusione dei dati, il titolo ha perso il 9,1% alle ore 20. Dall’inizio dell’anno fino alla chiusura di martedì, la performance segnava già un calo del 17%.
Nel trimestre in corso, i ricavi sono attesi in calo tra il 2% e il 4%, mentre per il resto dell’anno solare la contrazione dovrebbe attestarsi su un livello a bassa singola cifra, ha comunicato il management agli investitori durante la conference call sui risultati di martedì sera. Gli analisti interpellati da Bloomberg prevedevano invece una crescita del 2% nel trimestre e un’accelerazione più marcata nei periodi successivi.
«Si tratta di un lavoro complesso e alcune componenti stanno richiedendo più tempo del previsto» ha dichiarato il ceo di Nike Elliott Hill, aggiungendo poi: «Ma la direzione è chiara, l’urgenza è concreta e le fondamenta si stanno rafforzando».
Il gruppo di sportwear, impegnato a riconquistare la leadership di mercato dopo un prolungato calo delle vendite, si trova ad affrontare venti contrari su scala globale. Nike registra livelli elevati di scorte in Europa e Medio Oriente e interruzioni del traffico commerciale legate al conflitto in corso, fattori che potrebbero generare maggiore volatilità operativa. Criticità che, insieme alla debolezza in Greater China e in altre aree, hanno oscurato la solidità dei risultati in Nord America.