Intervista

Monti (Edison): «Transizione energetica? l’Italia fatica, ma solo al Sud progetti per 100 miliardi»

L’ad: «In cinque anni azzerato il debito e raddoppiato il Mol, di cui oltre metà decarbonizzato. Ora è il momento di attuare le strategie di lungo periodo»

di Cheo Condina

NICOLA MONTI AD EDISON

4' di lettura

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Il blackout spagnolo? «Più si fanno rinnovabili più il sistema diventa complesso: il suo sviluppo va affrontato a 360 gradi, puntando su rinforzi di rete, accumuli, pompaggi e su un mix produttivo che contempli anche fonti programmabili come gas e nucleare». La transizione energetica italiana? «Procede nella direzione giusta, seppur con fatica. Richiederà grandi investimenti, circa 100 miliardi soltanto al Sud, dove noi contiamo di farne 5». Il nuovo triennio alla guida di Edison? «In 5 anni abbiamo più che raddoppiato il Mol, di cui oltre la metà è decarbonizzato, e azzerato il debito: ora mettiamo definitivamente a terra le strategie di lungo periodo».

Nelle scorse settimane Nicola Monti è stato confermato Ceo di Foro Buonaparte: con Il Sole 24 Ore fa il punto sul percorso di sviluppo della società energetica più antica d’Europa e spazia a tutto campo tra i principali temi d’attualità: il blackout spagnolo, il nucleare e il nodo della transizione green.

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Partiamo dalla Spagna. Non trova che ci sia stato un po’ di “sciacallaggio” nei confronti delle rinnovabili?

Sono d’accordo. Le cause del blackout non le conosciamo, ma sappiamo che più si fa produzione intermittente più il sistema diventa complesso e il suo sviluppo va gestito rafforzando tutte le tessere del mosaico: dai rinforzi di rete ai sistemi di accumulo come batterie e pompaggi, dai meccanismi di remunerazione della flessibilità offerta dagli impianti a gas al mix energetico. Forse l’Italia svilupperà le rinnovabili più lentamente della Spagna, anche perché le procedure di richiesta delle autorizzazioni hanno poco filtro e sovraccaricano le strutture di valutazione, ma diversamente da Madrid è più attrezzata perché ha saputo investire meglio nelle infrastrutture a supporto delle fonti green.

Tra questi ci sono gli accumuli, batterie e pompaggi idroelettrici, su cui il Pniec fissa un obiettivo complessivo di 6 GW. Qual è la vostra posizione?

Sui pompaggi va costruito un quadro normativo adeguato: diversamente dalle batterie durano fino a 100 anni, abilitano una filiera completamente italiana, svolgono un servizio per i territori che li ospitano rendendo disponibile l’acqua per l’agricoltura nelle stagioni siccitose. Inoltre vanno a inserirsi in bacini esistenti, dove si può aumentare la capacità di accumulo idrico, fondamentale soprattutto per il Sud Italia, fino a quattro volte tanto nel progetto che stiamo sviluppando a Villarosa, in Sicilia. Il Mezzogiorno è un elemento chiave in questo quadro.

Ne discuterete, nei prossimi giorni, nel Forum Internazionale “Verso Sud” organizzato da TEHA Group.

La transizione porterà circa 100 miliardi d’investimenti al Sud tra generazione, accumuli, reti ed efficienza energetica, noi come Edison contiamo di farne 5. Sarà un volano per economia e occupazione.

Lei parla anche di giusto mix per la produzione elettrica.

Per gestire in sicurezza il sistema elettrico servono un carico di base e la flessibilità a complemento delle fonti interrompibili. Per il primo elemento, se vogliamo decarbonizzare la produzione, servono il nucleare o la cattura della CO2: tra i due in ottica futura l’industria nucleare sembra quella con più prospettive.

Si potrebbe obiettare che sul nucleare lei è di parte, considerato il progetto avviato in Italia con Edf e il gruppo Ansaldo sugli Smr. Con la legge delega il Paese ha mosso il primo passo formale, ma i tempi sembrano ancora lunghi.

Per avere un quadro legislativo completo servirà un anno, poi le centrali andranno autorizzate e realizzate; in parallelo andrà anche concluso e ingegnerizzato il progetto sugli Smr, costruendo e gestendo il rapporto con il territorio. Insomma, ci vorranno almeno 10 anni per avere la prima produzione nucleare domestica, se non ci saranno intoppi.

Non teme un referendum?

Se si spiegheranno bene le cose, credo che il buon senso prevarrà sull’ideologia.

Un altro tema cruciale è quello del combustibile

L’Italia deve fare una scelta strategica che integri la tecnologia di produzione con la gestione della filiera del combustibile. Una partnership tecnologica con la Francia potrebbe permettere di costruire una piattaforma integrata europea per gli Smr valorizzando al tempo stesso la filiera tricolore. La newco appena costituita dovrà fare queste valutazioni integrate. Il nucleare è in ogni caso una delle poche opzioni di tecnologia decarbonizzata su cui l’Europa può costruirsi una leadership.

Nel frattempo, lei è stato confermato ceo per un altro mandato. Quali sono gli obiettivi del prossimo triennio?

Dal 2019 al 2022 abbiamo riorientato il portafoglio sulla transizione energetica, gestito l’emergenza Covid, aumentando l’Ebitda e azzerando il debito. Nel secondo triennio abbiamo affrontato la crisi energetica, l’alta volatilità dei prezzi e definito i nuovi obiettivi strategici al 2030 e al 2040. Ora, anche se permangono grandi incertezze a livello geopolitico, dobbiamo mettere a terra queste strategie agendo su tre pilastri: produzione a basse emissioni di energia elettrica e flessibilità, filiera gas e mercato finale ossia Edison Energia e i servizi di Edison Next.

Sul gas invece che strategia avete?

Alcuni contratti di lungo termine andranno rinegoziati, vogliamo mantenere una quota del 20% del mercato italiano e al tempo stesso aumentare la flessibilità del portafoglio riducendo la dipendenza dai contratti via tubo e aumentando la quota di gas liquefatto. Proprio ieri abbiamo annunciato le prime consegne del gas americano di Venture Global a Piombino, un contratto che doveva partire nel 2021: per questo abbiamo in essere un arbitrato che dovrebbe andare a sentenza entro la fine del 2025.

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