La Fed di Trump

Stephen Miran: dai dazi alla voglia di controllo sulla Federal Reserve

Il nuovo membro ad interim della Fed è diventato famoso con la pubblicazione nell’estate del 2024 del report “A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”

di Vittorio Carlini

Stephen Miran, nuovo membro ad interim della Fed. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

4' di lettura

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“A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System”. È il report - non troppo amato da economisti ed accademici - che ha reso famoso Stephen Miran (nominato membro ad interim della Federal reserve). Soprattutto perché lì dentro - già nell’estate del 2024 - si potevano trovare un po’ tutte le linee guida che stanno indirizzando l’attuale politica economica e commerciale di Donald Trump.

La sopravvalutazione strutturale del dollaro

Il punto - o uno dei punti - di partenza di Miran, è che il dollaro, grazie al suo ruolo di moneta di riserva mondiale, tende a mantenersi su valori superiori al suo equilibrio naturale.

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Il biglietto verde è utilizzato in misura dominante negli scambi internazionali, negli investimenti e come bene rifugio nei momenti di incertezza. Questa fiducia diffusa da parte di governi, banche centrali e operatori privati genera una domanda costante di valuta statunitense. Il risultato è un cambio persistentemente alto rispetto ad altre monete.

Per l’economia americana, una valuta troppo forte comporta vantaggi e svantaggi. Se da un lato riduce i costi dei beni importati per i consumatori statunitensi, dall’altro penalizza le imprese esportatrici, i cui prodotti diventano più costosi e meno competitivi sui mercati esteri. Il rovescio della medaglia è un flusso commerciale sbilanciato: le importazioni superano stabilmente le esportazioni, alimentando un disavanzo cronico. Detto diversamente: è la sopravvalutazione strutturale del dollaro alla base del grande deficit commerciale statunitense.

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I dazi doganali

A fronte di un simile contesto, Miran e i suoi collaborati ritengono che l’imposizione dei dazi possa essere una leva strategica per riequilibrare il sistema commerciale internazionale. Nella loro visione, gli effetti si articolano su due piani: nell’immediato e nel lungo termine.

Nel breve periodo, la valuta del Paese esportatore potrebbe essere deprezzata in misura proporzionale alla tariffa applicata. Così facendo, l’aumento del prezzo finale in dollari del bene importato può essere del tutto annullato. In questo caso - al di là che l’impatto inflazionistico risulta nullo - l’effetto sul cambio della valuta statunitense rimarrebbe limitato: il dollaro - in teoria - non si indebolisce, almeno non subito, e questo va nella direzione opposta a quella auspicata dai fautori della misura.

La prospettiva di lungo termine si basa - da parte sua - su un meccanismo valutario più complesso. Ogni importazione pagata in dollari implica che questi vengano poi scambiati con la valuta locale del fornitore estero. Questo flusso costante di biglietti verdi in uscita non determina automaticamente un indebolimento del dollaro, poiché la sua funzione di riserva di valore internazionale ne alimenta la domanda globale: gran parte dei dollari usciti rientra sotto forma di investimenti.

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Riducendo - invece - le importazioni attraverso dazi mirati, si limita la quantità di dollari che circolano all’estero e, di conseguenza, la necessità di convertirli in altre valute. Ed è questo cui punta Miran: con meno domanda internazionale per la moneta americana, la pressione al rialzo sul tasso di cambio si attenua, aprendo la strada a una graduale svalutazione.

I Plaza Accord

In questa logica, le tariffe non sono solo uno strumento economico ma anche un mezzo di pressione politica, utile per spingere altri Paesi ad accordi multilaterali che prevedano interventi coordinati sui mercati valutari. Un precedente storico spesso citato è l’intesa del 1985 (”Plaza Accord”) tra le principali economie industrializzate, nota per aver ridimensionato un dollaro eccessivamente forte tramite azioni congiunte. All’epoca l’operazione ebbe successo, ma oggi le condizioni geopolitiche sono molto diverse: mancano sia il consenso internazionale sia il contesto di cooperazione che rese possibile quell’esperimento.

Indipendenza della Fed? Si, no... forse!

Infine i rapporti tra politica e banche centrali, in particolare la Fed. Miran, rispetto a questo fronte, ha espresso più volte una visione critica sull’attuale livello di indipendenza della Federal Reserve, sostenendo che sia sopravvalutato e che la banca centrale sia già, in parte, integrata nell’azione dell’esecutivo. In un articolo su Barron’s ha affermato che la separazione tra politica fiscale e monetaria è già in parte erosa, e che «se è vero che le persone determinano la politica, allora la Fed è già integrata con il resto del potere esecutivo».

Secondo Miran, la Fed - paradossalmente per difenderne l’indipendenza che lui considera essenziale - dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) il nuovo membro della Fed propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni al renderli rimuovibili dal presidente (”at his will” e non più per giusta causa) fino a dare diritto di voto sulla politica monetaria a tutti i 12 presidenti delle banche regionali.

Non solo: c’è un altro punto interessante. Le Federal Reserve Bank regionali dovrebbero essere riconosciute quali istituzioni pubbliche. In un simile contesto i membri dei consigli di amministrazione delle Riserve regionali, sarebbero designati dai governatori degli stati compresi nel distretto della banca. Una sorta di “check and balance” rispetto alla prerogativa molto forte riconosciuta in capo al Presidente Usa. Insomma: l’idea di fondo sarebbe un “federalismo monetario”: più voce ai rappresentanti regionali, ma scelti da autorità pubbliche (i governatori statali) invece che da interessi bancari privati, e con una catena di responsabilità più chiaramente legata al sistema democratico.

Sennonché: simili idee delineano un approccio - per l’appunto- che può definirsi paradossale. Da una parte, la Fed - è l’indicazione- ha esteso il proprio mandato oltre la politica monetaria, entrando in ambiti politici come l’allocazione del credito, la regolamentazione bancaria e questioni sociali. E, questo avrebbe favorito il “groupthink”, errori di politica monetaria e un indebolimento dell’accountability. Dall’altra, per consentire il maggiore controllo democratico, vengono proposti molteplici riforme che dovrebbero “strappare” la banca centrale americana alla deriva autocratica attuale. Di fatto, però, una simile revisione metterebbe in discussione uno dei principi cardine della Fed moderna: l’autonomia decisionale rispetto al potere politico. Un potere politico che -lo si vede un po’ in tutto l’Occidente -ha derive sempre più autocratiche. Alla fine, quindi, più che una “democratizzazione” della Fed, dovrebbe parlarsi del passaggio di un potere sotto il controllo di un altro. E, quest’ultimo - l’Esecutivo -non è certo attualmente al centro dell’idea di Democrazia liberale come l’abbiamo vissuta anni addietro.

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