Con Project Vault gli acquisti diventeranno molto più intensi: lo stanziamento di quasi 12 miliardi di dollari – di cui 10 miliardi dalla Ex-Im Bank, sempre più centrale nelle politiche dell’amministrazione Trump – è enorme, anche rispetto alle reali esigenze di stoccaggio, riflette David Fickling, analista di Bloomberg, secondo cui una somma così grande è «ampiamente sufficiente per acquistare ogni singolo grammo di minerali critici consumati in un anno fuori dalla Cina».
L’Aie stima che basterebbero 800mila dollari per mettere da parte scorte di gallio pari a sei mesi di importazioni di tutti i Paesi dell’Ocse (sia pure con qualche accortezza nella conservazione, visto che il gallio fonde ad appena 30 gradi di temperatura). Il costo di una scorta analoga di terre rare e magneti si aggira intorno a 90 milioni, secondo lo stesso studio, e a circa 300 milioni nel caso dell’idrossido di litio (di nuovo un po’ delicato, perché tende a evaporare e patisce l’umidità).
Acquisti come quelli che si propongono gli Stati Uniti rischiano di lasciare a bocca asciutta tutti gli altri Paesi, oppure di forzarli a sviluppare un’ulteriore forma di dipendenza da Washington come unica possibilità per diversificare dalla Cina.
È successo qualcosa di simile con il gas, quando abbiamo sostituito le forniture russe con il Gnl «made in Usa». E si va in questa direzione anche con il petrolio venezuelano: di nuovo disponibile per chiunque, ma solo a patto di acquistarlo da intermediari Usa.
L’Europa peraltro non ha una sua scorta strategica di minerali, diversamente da Giappone e Corea del Sud. E secondo uno studio della Bce già adesso compra terre rare soprattutto attraverso intermediari statunitensi: a rifornirsi direttamente in Cina sono solo pochissime aziende di grandi dimensioni, tra cui Airbus e BASF. La competizione per gli acquisti in futuro rischia di diventare sempre più accanita, costringendo a scendere a compromessi (sui prezzi o su altro).