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Labriola: «Lasciate fondere le telco, da noi impegni sugli investimenti»

Il ceo Tim: «Tre operatori non sono un monopolio, l’Europa abbia coraggio». Dall’ex incumbent un bond di 500 milioni a tasso fisso con richiesta 7 volte superiore

di Andrea Biondi

Il ceo Tim, Pietro Labriola

2' di lettura

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Il messaggio che rimbalza da Bruxelles non lascia spazio a interpretazioni: le telco europee chiedono all’Unione regole nuove, meno vincoli e più coraggio. L’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, lo dice senza mezzi termini durante l’evento ConnectEurope organizzato dal Financial Times: «Lasciateci fondere e ci prenderemo impegni sugli investimenti».

Parole, quelle dell’ad Tim, che nei fatti rilanciano un tema che agita il settore da anni con la forza dell’urgenza.

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Alla base c’è un tema di visione industriale: «È necessario prendere decisioni importanti, e il tempo di farlo è ora». La fotografia del mercato, infatti, parla chiaro: in Europa si contano ancora troppi operatori, frammentati e ingessati da regole che non tengono il passo con le sfide globali. «Tre operatori non sono un monopolio. Stiamo chiedendo di passare da quattro aziende a tre» ha sottolineato Labriola puntando a smontare uno dei tabù che finora hanno frenato Bruxelles nell’accogliere le istanze del mondo delle Tlc europee.

Quella di Labriola ieri non è stata peraltro una voce isolata. Margherita Della Valle, ceo di Vodafone Group, non ha risparmiato colpi: «Abbiamo bisogno solo di due cambiamenti. Dobbiamo garantire che le nostre politiche di concorrenza, gli investimenti di valore, la concorrenza non sacrifichino in alcun modo la protezione dei consumatori. Inoltre, abbiamo bisogno di iniziare a rimuovere gli ostacoli al mercato unico». Il paradosso è tutto nei numeri che la ceo Della Valle cita: meno del 2% dei clienti europei può usare il 5G standalone, contro il 24% degli Stati Uniti e oltre l’80% della Cina. «Questo è il problema. Abbiamo bisogno di reti migliori», ha insistito la ceo, indicando la strada di investimenti su larga scala.

Ma l’Europa, osserva Labriola, resta ostaggio della propria burocrazia. Sul consolidamento «non sono ottimista, ne stiamo parlando da un anno», ha detto, ricordando come nel settore delle telecomunicazioni «siamo tutte società quotate in Borsa e dobbiamo generare profitti. Se la società quotata in Borsa genera profitti, il creditore darà più soldi da reinvestire in innovazione e tecnologia. Negli ultimi tre o quattro anni, forse anche qualcosa di più, questa formula non sta funzionando».

L’Europa che regolamenta troppo si trova, del resto, come contraltare altri continenti che corrono. Il messaggio è quindi chiaro: servono dimensioni industriali per reggere la sfida dei big americani e cinesi, dalle reti al cloud (su cui il ceo Tim dice che servono regole che permettano ai Paesi di mantenere la propria sovranità), fino all’intelligenza artificiale.

Ieri intanto un segnale positivo, per Tim, è arrivato dai mercati. La società ha collocato (come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri) con successo un bond senior unsecured da 500 milioni di euro, a tasso fisso, in cinque anni, accolto con una domanda sette volte superiore all’offerta (oltre 250 investitori istituzionali). «L’emissione – puntualizza Labriola – conferma la solidità del percorso che abbiamo intrapreso. Il rendimento, pari al 3,625%, si colloca al di sotto dell’attuale costo medio del debito e lo spread sul tasso di riferimento è il più basso fra quello di tutti i bond emessi dal nostro Gruppo negli ultimi 15 anni. Va ricordato che, grazie alla riduzione dell’indebitamento, in due anni abbiamo più che dimezzato il rendimento rispetto all’ultima emissione obbligazionaria».

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