La paura e la speranza. Thomas Hobbes e la nascita dell’idea moderna di giustizia
La figura del pensatore inglese è centrale nella storia delle idee e nella nostra concezione della vita in comune, del diritto, dello Stato, delle istituzioni e della loro natura più profonda
di Vittorio Pelligra
8' di lettura
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Come ha autorevolmente sostenuto Norberto Bobbio “Il pensiero politico di tutti i tempi è dominato da due grandi antitesi: oppressione-libertà, anarchia-unità”. Thomas Hobbes, un gigante del pensiero occidentale e con tutta probabilità il primo pensatore politico moderno nel vero senso della parola, appartiene decisamente alla schiera di coloro che hanno prediletto la seconda antitesi, il conflitto tra anarchia e unità. “L’ideale che egli difende – continua Bobbio - non è la libertà contro l’oppressione, ma l’unità contro l’anarchia. Hobbes è ossessionato dall’idea della dissoluzione dell’autorità, dal disordine che consegue alla libertà del dissenso sul giusto e sull’ingiusto, dalla disgregazione dell’unità del potere (…). Il male che egli paventa maggiormente, e contro il quale si sente chiamato a erigere la suprema e insuperabile difesa del proprio sistema filosofico, non è l’oppressione, che deriva dall’eccesso di potere, ma l’insicurezza, che deriva al contrario, se mai, dal difetto di potere” (Thomas Hobbes, Einaudi, 2004). Una insicurezza che è capace di mettere a repentaglio ogni cosa, innanzitutto, il primum bonum della vita, così come i beni materiali, e la stessa libertà individuale.
La società frutto del disegno umano
La prima rottura che il pensiero hobbesiano opera con la tradizione di chi lo aveva preceduto si ha con un cambiamento radicale di prospettiva. Mentre per Aristotele e le innumerevoli schiere dei suoi epigoni, le associazioni politiche, la polis, prima di tutto, sono frutto di un naturale télos, di una causa finale posseduta dall’uomo, essere politico per natura, a partire da Hobbes, al contrario, il mondo sociale acquista carattere convenzionale, è frutto cioè di un disegno umano, di una costruzione artificiale, un’opera delle scelte umane. L’implicazione più importante che deriva da questo approccio riguarda il fatto che tale costruzione, quindi, potrà essere modificata, ripensata, migliorata. Nella misura in cui le forme dell’associazione politica possono essere perfezionate, dovrà essere compito della ragione, della conoscenza e dell’ingegno umano operare in quella direzione.
Questo il compito ultimo della filosofia secondo Hobbes. Un compito che diventerà centrale per tutto il pensiero politico e sociale occidentale fino all’Illuminismo e oltre. Impressionati dai successi della scienza moderna – Hobbes durante i suoi viaggi conoscerà Galileo ed entrerà in contatto con il gruppo dell’Académie française di Mersenne – pensatori come Montesquieu, Rousseau, Beccaria, Bentham e Condorcet, spinti dalla stessa visione della perfettibilità delle istituzioni umane che Hobbes aveva introdotto, si daranno non solo il ruolo di pensatori ma anche quello di veri e propri riformatori sociali.
Hobbes fondatore della filosofia politica moderna
Questa tradizione modificò radicalmente la cornice culturale entro la quale è possibile, anche oggi, approcciare il tema della giustizia. “L’impatto più decisivo di quel modo di pensare l’idea di giustizia è stato quello di suggerire una nuova domanda, vale a dire: come possono gli esseri umani ridisegnare e ricostruire il terreno del mondo sociale in modo da rendere giusto quel terreno stesso?” (Johnston, D., A Brief History of Justice. Wiley & Sons, 2011). Che si fosse d’accordo o contrari a questo approccio, dopo Hobbes e fino ai giorni nostri, ignorare tale questione divenne impossibile.
Per avere una idea sia pure impressionistica dell’importanza che il pensiero di Hobbes continua ad esercitare ancora oggi basti considerare la scelta di John Rawls, il più importante filosofo politico del Novecento, di inaugurare per molti anni il suo corso all’Università di Harvard con una lezione sul pensiero del suo “collega” inglese. “Perché comincio un corso di filosofia politica con Hobbes? – si chiede Rawls (…) La ragione è che secondo me il Leviatano di Hobbes è il più grande libro di filosofia politica che sia mai stato scritto in lingua inglese. Quando dico questo non voglio dire è che è quello che si avvicina di più alla verità, o che è il più ragionevole. Piuttosto, voglio dire che tutto considerato – incluso il suo stile e il suo linguaggio, la sua portata, la sua acutezza e la sua stimolante vivacità di osservazione, la sua intricata struttura di analisi e di principi, e la sua presentazione di ciò che io ritengo sia un modo spaventoso di pensare alla società, che potrebbe quasi essere vero, e che è una possibilità effettiva e agghiacciante – se si sommano tutte queste cose, il Leviatano mi fa un’impressione smisurata”.









