La sintesi di San Tommaso e la destinazione universale dei beni
L’Aquinate concilia l’aristotelismo e la teologia di impronta agostiniana, ragionando su concetti come giustizia e proprietà con un doppio sguardo: soggettivo e collettivo
di Vittorio Pelligra
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Quando nel XIII secolo i testi di Aristotele iniziarono a riemergere e a circolare nelle università europee vi arrivarono accompagnati dai commentari dei filosofi islamici. Questo fatto accentuò il senso di distanza e incompatibilità dell'aristotelismo con la tradizione teologica cristiana che in quegli anni aveva l'impronta inequivocabile del pensiero di Agostino di Ippona.
Le divergenze aumentarono col passare del tempo fino a sfociare in una aperta condanna dell'aristotelismo da parte dei pensatori agostiniani diffusi sia tra i domenicani ma, soprattutto, tra i francescani. Solo una figura come quella di Tommaso d'Aquino avrebbe potuto sanare, anche se a caro prezzo, la separazione teoretica tra Agostino e Aristotele e quella culturale tra la scuola teologica e filosofica domenicana e quella francescana.
L’influsso di Alberto Magno e la «libertà» dall’auctoritas
Un ruolo centrale ebbe nella sua formazione di giovane studioso la frequentazione con Alberto Magno di cui fu studente a Colonia tra il 1248 e il 1252. Il Doctor Universalis – così veniva chiamato Alberto – aveva intrapreso un'azione di valorizzazione della teologia agostiniana attraverso il ricorso alle sue fonti originarie neoplatoniche, contribuendo in questo modo a rinvigorire la tradizione filosofica del vescovo di Ippona. Il secondo tratto dell'approccio di Alberto è la sua relativa libertà nei confronti dell'autorità aristotelica che venne messa più volte messa in discussione soprattutto con riferimento alle sue opere di botanica e astronomia. Questa libertà si fondava su un'altra caratteristica del metodo di Alberto, e cioè quella di riferirsi quanto più possibile alle opere originali di Aristotele piuttosto che a quelle dei suoi commentatori. Occorreva che Aristotele parlasse con la propria voce non distorta dall'interpretazione di alcuno.
Per queste ragioni, quando Tommaso d'Aquino si trovò davanti al compito di affrontare queste due tradizioni filosofiche così diverse e, per certi versi, incompatibili, egli era già abituato a comprenderle entrambe dall'interno, per così dire. Come ci ricorda Alasdair MacIntyre al riguardo «Forse nessun altro nella storia della filosofia si è mai trovato in una situazione del genere, e le domande che, di conseguenza, deve essere stato indotto a formulare puntavano verso una concezione della verità, indipendente da ognuna delle due tradizioni» (Who's Justice, Which Rationality?, 1988, p. 168).
Il concetto di giustizia in Tommaso d’Aquino
Anche Tommaso, nella sua ampia, sistematica e articolata discussione dell'idea di giustizia parte dal concetto tradizionale inteso come «volontà costante e perpetua di riconoscere a ciascuno il suo diritto» (Ulpiano), ma inserisce il tema nella discussione delle virtù e della legge naturale. Giustizia, infatti, per Tommaso è «un habitus dal quale derivano certe operazioni dei giusti, e mediante il quale essi operano e vogliono le cose giuste». Una concezione molto simile a quella aristotelica ma integrata dalla dimensione dell'intenzionalità, legata alla teoria della voluntas agostiniana. La giustizia nasce dalla volontà di fare il bene, associata alla “parte più nobile dell'anima” come la definisce Tommaso, in opposizione alle spinte egoistiche. Ecco perché la giustizia è una questione di virtù e tutte le virtù sono collegate ad essa.









