La Cina vende i titoli di Stato Usa: 113 miliardi di dollari in sette mesi
Pechino, mentre aumentano le tensioni con Washington, ha accelerato le cessioni: dismesso il 10% del portafoglio
di Vittorio Carlini
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Pechino, dopo che in maggio aveva rotto all’ingiù la soglia psicologica dei 1.000 miliardi di dollari, continua nella dismissione dei titoli di Stato americani. Secondo l’ultimo dato del Dipartimento del Tesoro Usa, riferito al mese di giugno, la somma di Treasury detenuta dalla Cina si è assestata a 967,8 miliardi di dollari. Si tratta di una diminuzione dell’esposizione non da poco. Esattamente un anno prima, il 30 giugno 2021, i governativi statunitensi nelle mani dell’ex Regno di Mezzo valevano 1.061,8 miliardi.
Accelerazione in febbraio
Successivamente, nel novembre 2021, sono arrivati a quota 1.080,8 miliardi. Di lì in poi, mese dopo mese, la Cina ha venduto. La strategia, tra il 30 settembre 2021 e metà 2022, ha portato alla cessione di 113 miliardi in titoli (oltre il 10% del portafoglio ai valori di novembre). La prima accelerazione, a ben vedere, si è avuta in febbraio. In quel momento Pechino possedeva 1.054,8 miliardi di dollari in Treasury. Il mese successivo, mentre l’invasione russa dell’Ucraina infuriava sempre di più, il controvalore è calato a 1.039,6 miliardi. Gli ulteriori colpi, poi, ci sono stati in aprile e maggio quando le dismissioni hanno raggiunto il valore rispettivamente di 36,2 e 22,6 miliardi di dollari. Insomma: al gigante asiatico il debito pubblico a stelle e strisce piace sempre meno.
La ragioni della geopolitica
Quali, allora, le cause di una simile situazione? La risposta più gettonata tra gli esperti è in chiave geopolitica. In particolare: a fronte della stessa guerra in Ucraina e del rischio di un conflitto per Taiwan, la Cina pare allontanarsi dall’America. «La crescente tensione tra Washington e Pechino, in particolare rispetto all’isola di Formosa - spiega Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte -, ha aumentato le distanze tra i due Paesi». Proprio in questi giorni si susseguono le notizie dell’incremento del numero di aziende cinesi, le cui azioni sono scambiate a Wall Street, che intendono abbandonare la quotazione in America.
«La diminuzione dei Treasury in mano all’ex Regno di Mezzo, insomma, può rappresentare il segnale della volontà di Pechino di ridurre ulteriormente i legami con gli Usa. Anche perché, nell’ipotesi non auspicabile che la situazione degeneri, i governativi statunitensi, in mano alla Cina, potrebbero», analogamente a quanto accaduto alla Russia, «fin’anche essere congelati». Vero! I dati più recenti sui possessori dei titoli di Stato risalgono a giugno quando l'andamento dell'inflazione statunitense, e quindi le previsioni sulla velocità della stretta monetaria da parte della Fed, erano ancora molto aggressive. Quindi, bisognerà aspettare il report riferito a luglio per capire la reale evoluzione della situazione. Ciò detto, però, la validità di fondo della valutazione rimane. Nonostante le diplomazie siano al lavoro, i contrasti tra America e Cina si leggono anche attraverso la gestione del portafoglio in titoli di Stato Usa da parte di Pechino.
E quelle della finanza
Al di là di ciò, non va dimenticato che possono sussistere motivazioni più strettamente finanziarie. Cause, soprattutto legate alla dinamica dei tassi e dei cambi valutari, che sono avallate in particolare dagli esperti cinesi. In tal senso, da inizio anno, il Treasury a 10 anni si è deprezzato. In febbraio il rendimento viaggiava intorno al 2% (a marzo è scivolato fino all’ 1,7%) mentre in giugno lo yield è arrivato a toccare quota 3,48%. Chiaro che, in un simile contesto, il detentore del governativo, al fine di limitare l’impatto della svalutazione degli asset, può essere stato indotto a vendere.


