Da allora è molto probabile che la tendenza sia proseguita, con ulteriori posizioni corte liquidate – forse anche frettolosamente – quando la Fed si è mostrata ancora più «colomba» del previsto. Molti analisti non solo danno per scontato un taglio dei tassi di interesse Usa a luglio (che sarebbe il primo dal 2008), ma sono anche convinti che sarà di ben 50 punti base.
Nel nuovo scenario di politiche monetarie anche gli Etf sull’oro sono tornati ad attirare forti acquisti: il patrimonio complessivo, secondo Bloomberg, è aumentato di 32 tonnellate nella sola giornata di venerdì, un balzo che non si verificava dal 2016.
Nel caso dell’Spdfr Gold Trust, il più grande di questi strumenti finanziari, sempre venerdì c’è stato un aumento del 4,6% degli asset in gestione, per un valore di 1,6 miliardi di $. Si tratta in assoluto dell’incremento giornaliero più consistente nella storia del fondo, creato nel 2004.
La ricerca di beni rifugio contribuisce senza dubbio a spingere gli investitori verso l’oro. E non ci sono solo le tensioni in Medio Oriente. A dominare l’attenzione, alimentando l’avversione al rischio, c’è anche la ripresa delle trattative commerciali Usa-Cina: l’esito dei colloqui tra Donald Trump e Xi Jinping, durante il G20 del prossimo weekend, potrebbe modificare gli scenari dell’economia globale nei prossimi mesi.
Ad esercitare l’influenza maggiore nei confronti del lingotto sono comunque le banche centrali, le cui politiche – proprio di fronte ai rischi per la crescita – si stanno facendo sempre più accomodanti. La Fed in particolare è stata di forte sostegno alle quotazioni del metallo.