Ken Fisher: spazio per incassare i benefici del boom dell’oro
Forti oscillazioni e pochi fondamentali, investire nell’oro è tanto imprevedibile quanto il gioco delle sedie
di Ken Fisher
3' di lettura
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L’oro continuerà a brillare? Con un rialzo del 40,6% al 10 novembre, quest’anno l’oro sta superando le azioni globali – e persino i notevoli guadagni del FTSE MIB – nonostante le recenti oscillazioni. I timori per la guerra commerciale, la persistente paura dell’inflazione e il celebre tesoro aureo della Banca d’Italia sono tutti fattori che alimentano il fascino di questo metallo prezioso. Ma attenzione: per guadagnare con l’oro è necessario un buon timing di mercato. Se avevate investito nell’oro prima della sua ascesa, ottimo. La fortuna non guasta mai. Ma ora ripensateci.
Lo scenario
Non sto cercando di anticipare le quotazioni dell’oro. Nessuno è in grado di farlo in modo affidabile. Ho imparato ad astenermi dal farlo più di 50 anni fa (e io di previsioni tendo a farne parecchie). Nonostante gli innumerevoli miti, l’oro è una materia prima imprevedibile ed estremamente volatile, priva di utili, adattabilità, dividendi e, udite, udite, priva di uno scopo funzionale d’investimento. A lungo termine, dal 1974, anno in cui di fatto furono revocate le restrizioni sullo standard aureo negli Stati Uniti, l’oro ha messo a segno rendimenti annualizzati del 9,2% in euro e lire. Le azioni italiane hanno mostrato un andamento simile, mentre quelle globali hanno registrato un guadagno annualizzato dell’11,8%.
Rendimenti a lungo termine più bassi dovrebbero essere accompagnati da una volatilità significativamente inferiore. Nel caso dell’oro, non è così. Considerate le deviazioni standard a un anno (ovvero la misura in cui i rendimenti annui si discostano dalle medie). Quella dell’oro è stata del 18,8% dal 1974. Le azioni globali hanno registrato una volatilità nettamente inferiore, pari al 15,4%.
La volatilità dell’oro
Una volatilità relativa elevata comporta sporadici guadagni consistenti e netti cali, intervallati da lunghi periodi di assenza di variazioni significative. È così che si comporta l’oro. Volete un esempio? Nel 1980, la quotazione aurifera ha raggiunto un picco di 850 dollari. Poi è precipitata, riportandosi su quel massimo solo nel 2008: ben 28 anni dopo! Un periodo costellato da brusche ascese e crolli duraturi. L’oro si è dimostrato una copertura inefficace contro l’inflazione, che durante tutta questa fase ha eroso il suo valore. Facciamo un altro esempio in euro: nel 2012 l’oro ha raggiunto i 1.384,73 euro. Poi nel 2013 è crollato del 37,0%, recuperando questa perdita solo nel 2019.
Come si vede, nel caso dell’oro il timing è fondamentale. Siete in grado di individuare la tempistica esatta? In pochi lo sono. In ogni caso, con così pochi dati fondamentali le basi concrete su cui formulare previsioni sono davvero limitate. Le oscillazioni dell’oro sono dettate quasi esclusivamente dai cambiamenti del sentiment, ossia dall’umore degli investitori.


