Lettera al risparmiatore

JPMorgan Chase, il business diversificato difende la redditività

La presenza i vari settori, dalle carte di credito al mercato dei capitali, rende l’attività più resistente. L’incognita delle nuove regole per Basilea III

di Vittorio Carlini

 JPMorgan Chase & Co a Park Ave, New York

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Da una parte le aspettative del mercato. Dall’altra la diversificazione, e resistenza, del business. Sono tra gli angoli visuali da cui può analizzarsi l’attività di JPMorgan Chase.

Il conto economico

Il gruppo bancario statunitense, di recente, ha pubblicato i dati trimestrali. Ebbene: proprio i conti aziendali rappresentano un evento utile per cogliere la rilevanza delle attese degli investitori e dell’impatto di queste sulla società (soprattutto in Borsa). L’istituto di credito guidato da Jamie Dimon, nel terzo quarter del 2024, ha riportato numeri contabili caratterizzati da direzioni opposte. I ricavi sono aumentati mentre la redditività è calata. In particolare la prima riga di conto economico (le cosiddette “revenue managed”) è salita a 42,65 miliardi di dollari, in aumento del 6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’utile netto, invece, si è attestato a 12,9 miliardi. Il valore implica la discesa del 2% (sempre rispetto ad un anno prima) ed è conseguenza soprattutto del balzo (+125%) degli accantonamenti per perdite sui crediti (3,1 miliardi di dollari).

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TRIMESTRI A CONFRONTO

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Le aspettative

Si tratta di numeri che - ad una prima sommaria visione - potrebbero non impressionare troppo il risparmiatore. Principalmente a causa della discesa dei profitti. Sennonché - ecco che entrano in gioco le aspettative - il mercato era in attesa di numeri peggiori. Il consensus in primis prevedeva l’utile netto più in basso a quota 11,57 miliardi di dollari. Inoltre -a livello di ricavi - il margine d’interesse, voce contabile essenziale nel conto economico di una banca, è risultato di 23,5 miliardi (+3%) a fronte dei 22,7 miliardi previsti dagli analisti. Insomma: l’istituto di credito è riuscito a sorprendere gli operatori e, di conseguenza, il titolo è balzato in borsa. Nel giorno della pubblicazione della trimestrale JPMorgan Chase è salito del 4,4%. Vero! Nella seduta successiva il titolo ha leggermente ritracciato (-0,36%). E, tuttavia, non può negarsi che l’incremento giornaliero - per un settore maturo quale quello finanziario - è importante.

Si dirà: non c’è nulla di strano, così accade normalmente. La realtà è più complicata. Nel recente passato è accaduto -soprattutto nell’ambito delle azioni hi tech legate all’Intelligenza artificiale - che aziende contraddistinte da ricavi e redditività in forte rialzo (Nvidia) fossero punite dagli investitori. Il motivo? I numeri erano leggermente discrepanti (in negativo) rispetto alle attese degli operatori. Una piccola defaillance la quale, però, non viene lasciata passare. Certo: nei comparti ad alta crescita, da un lato, il mercato - in particolare quando il titolo ha corso parecchio - coglie sempre ogni occasione per portarsi a casa la plusvalenza; e, dall’altro, i modelli di valutazione sono immediatamente ri-tarati sulle nuove prospettive. E, tuttavia, il valore operativo del consensus - nel momento in cui le Borse statunitensi viaggiano sui massimi - è ben visibile. Così come è sotto gli occhi di tutti che il medesimo meccanismo si è concretizzato alcuni giorni fa riguardo alle trimestrali di altre banche Usa. Un esempio? Bak of America (BofA). L’istituto ha visto la redditività netta scendere del 12%. In particolare, l’utile per azione è stato di 81 centesimi (a fronte dei 90 centesimi di un anno prima). Ciononostante, visto che le previsioni raccolte da FacSet indicavano 76 centesimi, BoFA in Borsa è salita dello 0,55%. Differente - va sottolineato - il comportamento di Citigroup. Il gruppo guidato da Jane Fraser - seppure anche lui con i profitti in ribasso ma meno delle stime - è scivolato a Wall Street del 5,15%. Un caso che spoglia le stime di mercato sui conti del vestito di market mover? La risposta è negativa. Citigroup è impegnata in un importante piano di trasformazione. Quindi, nel caso in oggetto, il risparmiatore deve tenere in conto - come dovrebbe fare sempre - della singola storia aziendale.

I multipli di Borsa

Già, la singola storia aziendale. Quella in Borsa di JPMorgan Chase narra di un titolo che, secondo il teminale Bloomberg e al 16/10/2024, negli ultimi sei mesi ha guadagnato il 24,1% (+25,6% il total return). Nel biennio, invece, l’andamento semplice e quello con il dividendo re-investito fa segnare un rialzo rispettivamente del 93 e 13,5%. In un simile contesto non stupisce troppo che - in linea di massima - l’istituto di credito abbia multipli più alti dei concorrenti. Non tanto rispetto al rapporto tra prezzo e utile. Qui il P/e prospettico sul 2024 di Dimon&Co è di 12,4 volte. Vale a dire: più, o meno, in linea con quello di Wells Fargo (11,85) o di BofA (12,9). Differente, invece, il discorso riguardo al “Price to Book vale”. In questo caso il rapporto tra prezzo e capitale proprio di JPMorgan Chase (sempre proiettato su fine anno) è di 1,9 volte mentre Wells Fargo e BofA vantano rispettivamente i valori di 1,26 e 1,18. Vero! Si parla sempre di dati contenuti. E, però, il risparmiatore deve considerare i diversi livelli di valutazione.

L’andamento del business

Fin qua alcune suggestioni riguardo aspettative di mercato e multipli in Borsa. È rilevante, tuttavia, anche l’andamento del business. Su questo fronte bisogna, dapprima, rammentare che l’istituto divide l’attività in 3 aree (il bilancio ne riporta quattro ma, nelle presentazioni, il Corporate e Investment baking sono unite). La prima è il cosiddetto Consumer e Community Banking (CCB). Appannaggio di esso ci sono, tra le altre cose, i servizi bancari per retail e Pmi quali: conto correnti, depositi, mutui, carte di credito, prestiti auto e banking online. Alla fine del 2023, secondo il terminale Bloomberg, vale circa il 43,1% dei ricavi. La seconda, invece, è il Corporate e Investment Banking (30,2%). È un’area (CIB) anch’essa che comprende diversi busines: dal mercato dei capitali (sia debt che equity) ai prestiti aziendali (ad esempio large corporate) fino a servizi - quali gestione di liquidità aziendale o trade finance - e trading o intermediazione finanziaria. Infine, terza divisione (AWM), c’è l’Asset e Wealth management (12,2%). Qui, essenzialmente, ci sono gestioni patrimoniali e investimenti per clienti individuali (importanti) o istituzionali. Ebbene: nel terzo trimestre una spinta alla redditività è arrivata dal CIB che ha riportato un utile in rialzo di 5,7 miliardi, in rialzo del 13% rispetto ad un anno prima. Resistenti, seppure in calo con redditività netta, le altre due aree. L’AWM ha visto i profitti in aumento sul secondo quarter del 2024 (+7%) ma in diminuzione sul terzo del 2023 (-5%). Il CCB, dal canto suo, è stato caratterizzato dal profitto di 12,9 miliardi (-2%). «Al di là dei singoli numeri - sottolinea Giacomo Calef, country manager di NS Partners - deve sottolinearsi che la diversificazione di JPMorgan è una caratteristica che, da una parte, permette all’istituto di essere comunque resiliente alle dinamiche del ciclo economico»; e, che dall’altra, contribuisce alla solidità della stessa azienda, «la quale è ben posizionata per cogliere l’eventuale ripresa congiunturale».

LE DIVISIONI

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Accantonamenti per i crediti

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La situazione è più complicata. «Nel terzo trimestre - rimarca Carlo De Luca, capo AM di gamma capital markets - c’è stato il forte incremento degli accantonamenti per perdite sui crediti». È un trend che mostra come la banca, anche a fronte di una recessione che non può totalmente escludersi, « stia rafforzando le riserve per coprire potenziali problemi futuri. Specialmente sulle carte di credito, dove il debito dei consumatori sale a causa dell’inflazione e del graduale esaurimento dei risparmi accumulati durante la pandemia». Sul tema in oggetto JPMorgan, nella conference call, ha indicato di non essere particolarmente preoccupata. L’aumento degli accantonamenti, è l’indicazione, viene visto come una risposta normale alla ripresa delle attività di credito e non come un segnale di deterioramento della qualità del medesimo.

I requisiti di capitale

Infine, ma non meno importante, la questione dei requisiti patrimoniali. Com’è noto sono in arrivo le nuove regole della cosiddetta Basilea III. Un contesto in cui, l’eventuale incremento dei ratio, può ridurre la capacità di erogare il credito in capo agli istituti bancari. La Fed, in settembre, ha rivisto al ribasso l’aumento medio previsto. Bisognerà ora attendere, presumibilmente dopo le lezioni presidenziali, quale sarà l’approccio definitivo. Ciò detto JPMorgan, in linea con quanto già indicato nell’Investor day del maggio scorso, indica di essere in grado di gestire la situazione. Il gruppo, considerando le stesse nuove regole, afferma di avere un eccesso di capitale di 30 miliardi di dollari. Una “ricchezza” che non sarà usata in maniera “aggressiva”. Potrebbe essere sfruttata per sostenere la crescita del business o per un’acquisizione, dopo lo shopping di First Republic nel 2023. Il tutto, però, sempre con pazienza.

REQUISITI PATRIMONIALI

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Per approfondire

L’andamento del titolo

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