Lettera al risparmiatore

JP Morgan, il motore è la diversificazione. Focus sul rischio credito

L’istituto ha più che controbilanciato con investment banking e ricavida trading la frenata sui mutui. Pressing sui costi. In Borsa multipli elevati

di Vittorio Carlini

(Imagoeconomica)

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La diversificazione. Una condizione, in finanza, che da un lato ha valenza positiva perché consente di ridurre, e controbilanciare, i rischi; e che, dall’altro, è difficile da realizzare. Soprattutto, con riferimento al business aziendale.

Le aree d’attività

Ebbene: JP Morgan Chase è uno dei casi in cui l’articolazione dell’attività pare - a detta di diversi analisti - per l’appunto un atout. La riprova? La offre l’andamento del peso delle varie aree di business sui ricavi. Secondo il terminale Bloomberg, la Consumer & Community Banking (Ccb) nel 2022 valeva circa il 42% del giro d’affari. Nel 2023 l’incidenza è leggermente calata e, lo scorso esercizio, si è assestata al 40,27%. La Commercial & Investment Bank (Cib), invece, quattro anni fa aveva generato il 46,3% dei ricavi mentre a fine del 2024 è valsa il 39,5% dei medesimi. Infine: l’Asset & Wealth Management (Awm). Quest’ultima divisione, sempre in chiusura del 2022, era stata contraddistinta dall’incidenza del 13,8% e al 31/12/2024 ha prodotto il 12,1% dei ricavi. Insomma: a prescindere dal puntuale trend dei pesi delle singole divisioni - rispetto al quale rileva la stessa dinamica del cosiddetto Corporate cui è ricondotto il portafoglio proprio dell’istituto -, i numeri indicano come i segmenti principali siano sufficientemente bilanciati. Certo! Potrebbe obiettarsi: un’articolazione in “sole” tre divisioni non è poi così accentuata. In realtà, il dubbio è impreciso. Alle suddette tre aree, infatti, vengono ricondotte attività diverse. Così, appannaggio del Ccb ci sono, tra le altre cose, i servizi bancari per retail e Pmi quali: conti correnti, depositi, mutui, carte di credito, leasing auto e banking online. Nell’ambito, invece, del Cib possono ricordarsi i business del mercato dei capitali (sia reddito fisso che azionario), i prestiti alle grandi aziende, i servizi (ad esempio la gestione della liquidità delle imprese) e l’intermediazione finanziaria. Alla terza area infine, l’Awm, sono riportate le gestioni patrimoniali e gli investimenti per clienti individuali (importanti) o istituzionali. A fronte di un simile scenario ben si comprende - quindi - perché vari analisti considerano l’articolazione di JP Morgan un aspetto positivo della medesima.

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TRIMESTRI A CONFRONTO

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I dati trimestrali

La condizione descritta, a ben vedere, è stata confermata negli stessi dati del terzo trimestre del 2025. L’istituto, in generale, ha riportato ricavi e redditività in rialzo. La prima riga di conto economico ha raggiunto quota 46,43 miliardi di dollari, in rialzo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2024. L’utile per azione (Eps) diluito è stato di 5,07 dollari a fronte dei 4,37 realizzati un anno prima. In entrambi i casi i numeri sono risultati superiori alle attese del mercato. Non solo. La banca guidata da Jamie Dimon ha indicato che, sull’intero 2025, il margine d’interesse dovrebbe assestarsi intorno a 95,8 miliardi mentre, sul 2026, il Net interest income - al netto dei proventi da mercato - è atteso intorno ai 95 miliardi (92,2 la previsione sull’esercizio in corso). In un simile contesto il titolo ha reagito positivamente in Borsa, guadagnando il 2,3% nella seduta di pubblicazione dei numeri.

RICAVI E DIVISIONI

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Le divisioni

Già, i numeri. Ma quali le loro cause all’interno delle diverse aree di business? Guardando al Consumer & Community Banking, la crescita da una parte è stata trainata dalla maggiore redditività sui depositi; e, dall’altra, dalle commissioni legate alla gestione del risparmio. Lo spread ancora favorevole tra tassi attivi e passivi, nonostante l’avvio della stretta di politica monetaria ad opera della Fed, ha sostenuto il margine d’interesse. Allo stesso tempo, la banca ha beneficiato del buon andamento del risparmio gestito e del rafforzamento della leadership nella raccolta retail negli Stati Uniti. Positivo anche il business delle carte di credito e del leasing, che ha beneficiato di un aumento della spesa dei consumatori e della solidità del mercato automobilistico. Negativo, invece, il comparto dei mutui residenziali (-3%), penalizzato da una domanda ancora debole e da margini più bassi. Sul fronte del Corporate & Investment Bank, invece, c’è stata la ripresa delle operazioni di investment banking e all’ottima performance dei mercati finanziari. In particolare, in quest’ultima divisione, il trading su obbligazioni (+21%) ha mostrato risultati solidi, mentre quello azionario ha registrato una crescita (+33%) grazie al ritorno di attività dei fondi e dei clienti istituzionali. Positiva anche la performance dei servizi di custodia e amministrazione titoli, che hanno beneficiato dell’aumento dei volumi e della ripresa delle Borse globali. Infine: l’Asset & Wealth Management. Qui ha giovato l’aumento delle commissioni di gestione e il buon andamento dei mercati finanziari. Le masse gestite (+18%) e il patrimonio complessivo dei clienti (+20%) sono saliti, grazie ai flussi netti positivi e alla fiducia della clientela privata e istituzionale. La banca poi, più in generale, ha continuato ad ampliare la rete di consulenti e investire in tecnologia per rafforzare la piattaforma digitale dedicata allo stesso wealth management.

REDDITIVITÀ E DIVISIONI

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Dubbi e criticità

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La realtà è più complicata. In primis, per l’appunto, c’è la frenata del business dei mutui. Vero! Proprio la diversificazione dell’attività ha permesso di controbilanciare la dinamica negativa. E, però, il segnale non è positivo. Tanto che lo stesso Dimon ha indicato come l’istituto punti a «ridurre i costi dei mutui di 30–40 punti base» per rilanciare il mercato senza aumentare il rischio di credito. Di più. Altro fronte di attenzione riguarda gli impieghi alle imprese. Durante la call sui numeri trimestrali con gli analisti, la banca ha segnalato un aumento degli accantonamenti per prestiti corporate e alcuni casi isolati di frode in finanziamenti garantiti, citando in particolare il default della società automobilistica Tricolor Auto Group. Un fatto che, come riportato da Reuters, ha comportato circa 170 milioni di dollari di perdite in capo a JP Morgan. Quella JP Morgan la quale, complessivamente e con riferimento proprio alla qualità del credito, ha fatto salire - nel terzo trimestre - gli accantonamenti per perdite su prestiti a 3,4 miliardi, con 2,6 miliardi di “loss” nette effettive e l’incremento netto delle riserve per 810 milioni. L’istituto ha spiegato come l’aumento del “costo del credito” rifletta, da un lato, le rettifiche isolate legate a frodi in prestiti garantiti; e, dall’altro, «un approccio prudenziale» per anticipare l’impatto di un possibile peggioramento del ciclo economico. Ciò detto, tuttavia, gli analisti di Bloomberg Intelligence osservano che la crescita delle riserve «potrebbe segnalare una fase di normalizzazione del credito più rapida del previsto». Detto diversamente: si sta uscendo dalla situazione eccezionalmente positiva, e l’erogazione dei prestiti sta tornando a comportarsi come in un ciclo economico normale, con più insolvenze e meno qualità. Chiaro quindi che - nonostante le tranquilizzazioni dell’istituto - ad oggi il risparmiatore fai-da-te ha l’obbligo di porre molta attenzione alla dinamica in oggetto. Non problematico, invece, appare l’ andamento dei costi operativi. Certo! Alcuni analisti hanno rimarcato l’incremento (+11%) delle spese nel Cib o nello stesso Ccb (+7%). E, però, su questo fronte non può negarsi come - complessivamente e sempre nel terzo trimestre del 2025 - la voce “Noninterest expense” sia salita meno (+8%) dei ricavi (+9%). Una dinamica la quale - giocoforza - ha agevolato il Cost/income dell’istituto.

QUALITÀ DEL CREDITO

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Dinamiche in Borsa

Fin qua alcune suggestioni su business e dinamiche aziendali. Quali, invece, i multipli in Borsa della società? Secondo Seeking Alpha, il rapporto al 2025 tra il prezzo e il valore di libro (Price to book value forward) è di 2,4 volte. Cioè: un dato superiore a quello del comparto di riferimento. Inoltre, il Dividend yield attuale (vale a dire la somma delle cedole pagate negli ultimi 12 mesi divisa per il prezzo del titolo) è di 1,86%. Una percentuale che è inferiore a quella del settore usato come paragone. D’altro canto, il momentum «è forte - dice sempre Seeking Alpha - e le revisioni sugli utili promettenti». Rispetto a quest’ultime, infatti, «si sono concretizzati 16 miglioramenti sull’Eps», riflettendo «l’ottimismo sulle prospettive future della redditività dell’istituto». In un simile scenario, il risparmiatore deve - evidentemente - agire con molta cautela e valutare - come sempre - la propria propensione al rischio. L’investimento nei capitali di rischio necessita, dapprima e in generale, la domanda: quanto si è disposti a perdere? Dopodiché, possono farsi tutti i ragionamenti sulle strategie possibili.

L’andamento del titolo

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