Lettera al risparmiatore

Johnson & Johnson: spinta sull’oncologia. L’incognita dei dazi

Primo trimestre oltre le stime: la diversificazione di prodotto contro il rischio recessione. Il nodo della concorrenza dei farmaci biosimilari

di Vittorio Carlini

(Imagoeconomica)

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Proseguire la spinta in settori fondamentali quali l’oncologia. Poi: contrastare, anche e soprattutto attraverso l’innovazione tecnologica, la concorrenza (ad esempio dei biosimilari). Infine: gestire - con gli stessi investimenti sulla base produttiva - il rischio dei dazi. Sono tra i focus di Johnson & Johnson a sostegno del business.

Oggetto sociale

Già, il business. Il colosso biotecnologico e farmaceutico divide il giro d’affari essenzialmente in due aree: l’Innovative medicine e il MedTech. Appannaggio della prima area (13,87 miliardi di dollari di ricavi nel primo trimestre del 2025) ci sono la realizzazione e vendita di farmaci per malattie complesse e croniche. Il segmento, a sua volta, comprende vari sotto settori: dall’oncologia (5,68 miliardi) all’immunologia (3,7 miliardi) fino alle neuroscienze (1,65 miliardi di fatturato sempre nel primo quarter dell’anno) e le malattie infettive (0,8 miliardi). La seconda area (8 miliardi), invece, progetta e vende dispositivi medici e strumenti chirurgici in senso lato. Qui esistono quattro sotto segmenti. In primis può ricordarsi la Chirurgia (2,4 miliardi di vendite tra gennaio e marzo) cui sono ricondotte le tecnologie usate durante gli interventi, sia in sala operatoria che in ambito ambulatoriale. Poi c’è il fronte dell’Ortopedia che ha generato 2,2 miliardi di dollari. Infine: da un lato, esiste il mondo del Cardiovascolare (dagli stent fino alle pompe cardiache); dall’altro, il fronte dell’Oftalmologia (Vision) dove sono presenti soluzioni quali lenti a contatto e strumenti per la chirurgia oftalmica.

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TRIMESTRI A CONFRONTO

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I risultati

Ebbene: nel primo trimestre del 2025 la multinazionale ha visto sia i ricavi che la redditività salire. Il fatturato consolidato è arrivato a 21,89 miliardi, in rialzo del 2,4% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente (+4,2% al netto delle valute transazionali). L’utile netto per azione rettificato (Eps), dal canto suo, è risultato di 2,77 dollari (erano stati 2,71 un anno prima). In entrambi i casi i numeri di conto corrente sono stati superiori alle stime di consensus.

Al di là di ciò, il gruppo ha indicato la guidance sul 2025. Rispetto ai ricavi operational, le stime - considerando l’effetto accrecsitivo dell’acquisizione di Intra Cellular Therapies (Itci) - sono salite, portando l’incremento atteso tra 3,3 e 4,3% (era tra 2,5-3,5 a gennaio). Le previsioni sul rialzo dell’Eps adjusted operational, invece, sono state portate - sempre in scia allo shopping di Itci che qui ha però un effetto diluitivo - tra 5,2 e 7,2% (erano tra 7,7 e 9,7% a gennaio). Stabile, infine, la guidance sull’Adjusted Eps reported.

RICAVI E SEGMENTI DI VENDITA

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Il rischio dazi

A fronte di un simile mix di numeri, la Borsa ha reagito debolmente. Il titolo ha ceduto lo 0,48%. Vero! Da inizio anno Johnson & Johnson è in rialzo dell’8,8% (+9,75% il total return) mentre Wall Street cede il 10,18%. Il segno che, nei giorni di maggiore parossismo dell’S&p 500, l’azienda - tenendo fede alla natura più stabile del mondo pharma - ha avuto maggiore forza relativa rispetto al mercato. Ciò detto, però, gli investitori si sono interrogati su alcune questioni.

Tra queste, il caos dei dazi voluto da Trump. Il tema è stato affrontato anche nella conference call con gli analisti. Il gruppo, allo stato attuale, ipotizza un impatto (circa 400 milioni) essenzialmente su MedTech. Ci sono, tra le altre, le tariffe su importazioni da Canada e Messico. Poi, seppure in minima parte, i maggiori oneri su acciaio ed alluminio.

Infine, elemento maggiormente rilevante, i dazi sulle soluzioni esportate in Cina e realizzate negli Usa. Ciò detto, però, dalla conference call pare trasparire una certa calma rispetto alla questione in oggetto. Sennonché, l’amministrazione Trump va concretizzando l’indagine sulla sezione 223.

Vale a dire: quella che riguarda potenziali dazi sul pharma stesso. Un contesto in cui potrebbero saltare fuori nuovi problemi per il mondo delle medicine. Riguardo a quest’ultimo fronte, la società in primis ha sottolineato che nel centro del mirino dovrebbero esserci maggiormente le medicine generiche.

Poi - esprimendo comunque timori in merito ad eventuali interruzioni nelle catene di approvvigionamento - ha indicato che le aziende del settore devono collaborare con Washington al fine di mitigare le vulnerabilità. In tal senso, può ricordarsi che a marzo Johnson & Johnson ha annunciato 55 miliardi di dollari di investimenti negli Usa su produzione, R&D e tecnologie.

Un progetto quadriennale, alla cui conclusione tutti i farmaci avanzati usati negli Usa -indica sempre il gruppo - saranno sostanzialmente prodotti in America. In altre parole: l’obiettivo è risolvere il problema alla radice.

RICAVI E AREE DI PRODOTTI

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Biosimilari e concorrenza

Ma non è solo questione di dazi. Altro aspetto che interessa gli esperti è che c’è stata la frenata, sempre nel primo trimestre del 2025, di alcune marginalità. Ad esempio, il Gross margin. Johnson & Johnson, sul fronte in oggetto sottolinea alcuni aspetti. Il primo è il peso negativo che ha avuto la revisione della struttura di rimborso di Medicare Parte D su diversi farmaci. Inoltre: hanno inciso alcuni cambi valutari. Infine: c’è il fatto che Stelara - prodotto ad elevato margine - ha perso l’esclusiva. Di conseguenza, da una parte la concorrenza dei biosimilari si fa sentire; e dall’altra - frenando le sue vendite - la marginalità può subire un effetto negativo. In un simile contesto il gruppo, per il 2025, stima comunque il miglioramento dell’Adjusted pre - tax operating margin di circa 300 punti base.

Al di là di ciò, il tema generale della concorrenza - che si concretizza nell’avanzata dei biosimilari “contro” Stelara - rimane centrale. Da parte sua, la multinazionale - proprio in merito al caso in oggetto - ribadisce che - similmente a quanto accaduto con il farmaco Humira di AbbVie - la perdita di ricavi dovrebbe essere più graduale del previsto. Il che permette - tra le altre cose - di pianificare strategie per mitigare gli impatti negativi. Quali? Ad esempio, la transizione verso nuovi farmaci come Tremfya le cui vendite, nel primo quarter, sono salite a 956 milioni. È la sostituzione di vendite - che vengono a mancare - con altre generate da nuove molecole. Un progetto che fa leva anche sulla ricerca e sviluppo. Nel primo trimestre del 2025, Johnson & Johnson ha investito 3,2 miliardi in R&D ( 14,7% dei ricavi). Si tratta di un dato che è in calo rispetto sia quello dello stesso periodo del 2024 (16,6%) che alla percentuale sull’intero esercizio passato (19,4%). Ciò detto, però, devono ricordarsi gli investimenti in America che - tra le altre cose - consentiranno di rafforzare proprio la ricerca ed innovazione. Un contesto il quale- mantenendo elevata la diversificazione del portafoglio prodotti- permette anche alla società di vantare una certa resistenza rispetto al rischio di recessione.

Fin qui alcune valutazioni su R+&D, e dati di conto economico. Quali però i trend delle singole aree di business? Nell’Innovative Medicine - tra gennaio e marzo scorsi - oncologia (+17,9% la crescita reported) e Cardiovascolare ed altro (+22,3%) hanno dato il «la». Deboli, o in frenata, invece altri sotto settori quali, ad esempio, Neuroscienze (-8,6%) e Immunologia (-12,7%). Il mondo del MedTech, dal canto suo, è stato spinto - anche in scia allo shopping nel 2024 di Shockwave - dal cardiovascolare (+16,4) e dall’Oftalmologia (+1,7%). In frenata, dal canto suo, Ortopedia (-4,2%). Piatta, invece, Chirurgia (-0,8% l’andamento reported).

RICAVI E GEOGRAFIE

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Le cause per il borotalco

Infine: l’annoso caso del borotalco. Barron’s ricorda che Johnson & Johnsons ha dovuto affrontare cause legali derivanti dall’accusa secondo cui il suo borotalco per bambini, ritirato dal mercato, conteneva amianto ed era stato commercializzato senza informare i consumatori. Il gruppo - rigettando le accuse - ha cercato di proteggere i propri asset, trasferendo la responsabilità legale ad una controllata, e facendo poi sì - indica sempre Barron’s- che tale unità presentasse istanza di fallimento. Solo il mese scorso, però, un giudice federale del Texas ha rigettato l’ultimo tentativo. La multinazionale, da parte sua, ha anche indicato la volontà di stornare circa 7 miliardi di dollari da una precedente riserva per contenziosi legali. È chiaro che, al di là delle specifiche cause legali, lo scontro è tutt’altro che concluso. A fronte di un simile contesto, quale allora la situazione del titolo in Borsa? Per il terminale Bloomberg, il P/e sul 2025 è 14,8 mentre il P/book vale 4,98. Al di là dei singoli valori (il Price to book value non è basso) il risparmiatore - pure ricordando la cedola e il carattere d’investimento di lungo periodo di simili titoli- deve porre molta, molta cautela. Visti anche i chiari di luna di Trump.

L’andamento del titolo

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