Lettera al risparmiatore

Intesa, l’obiettivo è rilanciare le commissioni a sostegno dei ricavi

Focus sull’attività assicurativa. La possibile nuova ondata di Npl non è vista come un problema particolare dall’istituto, grazie agli accantonamenti e alla gestione attiva dei crediti

di Vittorio Carlini

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6' di lettura

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Rilanciare i ricavi da commissione. Poi: proseguire nella spinta con il bancassurance. Ancora: continuare nell’integrazione di Ubi Banca. Sono tra le strategie di Intesa a sostegno del business.

Margine d’intermediazione

Già, il business. Questo, a livello della top line complessiva nel conto economico, è definito dal margine d’intermediazione. Proventi operativi che nel 2020 hanno avuto la maggiore contribuzione da due voci contabili: il margine d’interesse e le commissioni nette. Il “Net interest income” (al netto dell’apporto di Ubi Banca) è stato di 7,07 miliardi, in rialzo dello 0,9% rispetto al 2019. Le commissioni nette dal canto loro (sempre considerando Intesa “stand alone”) si sono assestate a 7,582 miliardi (-4,8%).

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L’ultimo dato, va sottolineato, è anche e soprattutto l’effetto della volatilità sui mercati e dei lockdown che, ad esempio, hanno inciso sulle “fee” dell’attività di banca commerciale. Nel quarto trimestre, quando l’onda lunga delle due variabili indicate ha perso forza, le commissioni nette (“stand alone”) sono cresciute del 14,6% rispetto al “quarter” precedente (-1,5%, invece, anno su anno).

I ricavi da commissione

Al di là del valore dei singoli numeri Intesa, con riferimento ai proventi operativi, punta al miglioramento della traiettoria delle commissioni nette. L’istituto di credito, al netto di eventi eccezionali e non auspicabili, stima i ricavi del 2021 in aumento rispetto al 2020. Un andamento che ha tra i principali driver proprio le “fee”. C’è da stupirsi? Evidentemente no. I tassi di mercato rasoterra, o negativi, rendono più difficile estrarre rendimento dagli attivi. Un contesto dove, seppure l’impegno sul lending continua ad essere elevato, il margine d’interesse resta sotto pressione. Tanto che gli esperti, rispetto ad Intesa, si attendono il “Net interest income” in linea, o leggermente superiore, a quello del 2020.

Il risparmio gestito

Di conseguenza, uno dei focus è per l’appunto sulle commissioni. In tal senso tra le volontà c’è quella di trasformare l’eccessiva liquidità depositata dagli utenti sui conti correnti del gruppo in “Asset under Management”(“AuM”), spingendo così le “fee” da risparmio gestito. A fronte di un simile programma il risparmiatore, però, esprime un dubbio. Cioè: l’incertezza sul futuro, dovuta anche alla situazione economico-sanitaria che rimane difficile, può costituire un ostacolo alla strategia.

Intesa, pure consapevole della situazione e al netto di nuovi gravi peggioramenti della pandemia, professa fiducia. Già nel quarto trimestre, viene ricordato, c’è stata la forte ripresa delle commissioni da risparmio gestito. Non solo. Nella prima parte del 2021 è gradualmente previsto il lancio di nuovi prodotti. Soluzioni che, dice sempre l’istituto, consentono al cliente retail, da un lato, di entrare ad un livello basso nella curva del rischio; e, dall’altro, di eventualmente aumentare successivamente il rapporto rischio/rendimento. In ipotesi si può pensare ad un prodotto che dapprima sia a capitale garantito e poi diventi una soluzione più strutturata. La prospettiva è che, anche grazie alla normalizzazione della situazione con le vaccinazioni, si possa avere la progressiva trasformazione della liquidità in eccesso in asset gestiti.

IL CONTO ECONOMICO DEL 2020

Dati in milioni di Intesa “stand alone” e al netto dell'impairment dell'avviamento della Banca dei territori. Fra parentesi
variazione percentuale sul 2019. Note: (*) attività e passività finanziarie al fair value; (**) includendo la combinazione
con Ubi Banca

IL CONTO ECONOMICO DEL 2020

Bancassurance

Ma non è solamente il risparmio gestito. La spinta delle commissioni è legata alla stessa banca commerciale. Vale a dire: dalle “fee” per i mutui a quelle sulle attività transazionali (ad esempio, carte di pagamento) fino alle commissioni nel Corporate & investment banking (tra le altre su operazioni di debt o equity capital market).

Senza dimenticare, poi, il mondo assicurativo. Qui, a ben vedere, il focus è articolato. Cioè: la leva del bancassurance da un lato aiuta il trend delle commissioni attraverso le “fee” di collocamento dei prodotti, dall’altro costituisce una voce a sé stante sempre più rilevante sia per i ricavi che la redditività.

Si tratta di un fronte su cui Intesa vuole proseguire l’espansione, soprattutto nel comparto della protezione e danni “non motor”. Qualche esempio? Le polizze sulla salute oppure sulla casa. È un settore in Italia sottopenetrato il quale, anche tenendo conto della nuova clientela in arrivo grazie all’operazione con Ubi Banca, vede un focus rispetto al retail. Seppure la volontà è anche quella di maggiormente espandersi nel mondo delle Pmi.

Il pressing sui costi

Fin qui alcune suggestioni rispetto ai proventi operativi e alla sfida per rilanciare le commissioni. Altro fronte però, scendendo lungo le voci di bilancio, resta quello del pressing sui costi. Nel 2020 gli oneri operativi sono calati, rispetto al 2019, del 3,4%. In particolare sono diminuite sia le spese amministrative (-5,4%) che quelle per il personale (-3,8%). In aumento invece gli ammortamenti (+3,5%), soprattutto per gli investimenti legati alla crescita (ad esempio nell’It). Si tratta di numeri che “plasticamente” mostrano la strategia, da una parte, di continuare a ridurre i costi e avere maggiori efficienze (il cost/income è al 52%); e, dall’altra, di volere spingere sullo sviluppo aziendale. Un approccio che nel 2020, contraddistinto dalla pandemia, ha portato ad un utile netto (escludendo le componenti relative all’aquisizione di Ubi Banca e l’apporto della medesima per 5 mesi) di 3,083 miliardi. Il valore è inferiore a quello del 2019 (sarebbe superiore, al netto delle rettifiche di 2,16 miliardi per i futuri impatti da Covid). Ciò detto, il numero è comunque maggiore rispetto al target indicato dall’istituto stesso.

GLI ONERI OPERATIVI

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L’operazione straordinaria

Dalla redditività all’integrazione con Ubi Banca. Qui Intesa dice di essere in linea, se non in anticipo, con la tabella di marcia.

Entro aprile verrà effettuata la fusione per incorporazione di Ubi nel gruppo di Ca’ de Sass e il completamento dell’integrazione informatica. In generale l’istituto ha incrementato le sinergie annunciate in precedenza (erano indicate in circa 700 milioni). Oggi la stima ne prevede oltre 1 miliardo. Di questi più di 700 milioni derivano dai costi mentre oltre 300 milioni sono sinergie previste dai ricavi.

Tutto facile come bere un bicchiere d’acqua, quindi? La realtà è più complessa: il risparmiatore ricorda che in tutte le operazioni straordinarie c’è l’ “execution risk”. Un aspetto che può creare delle problematiche. Intesa rigetta con forza il dubbio. Dapprima, viene ricordato, l’istituto ha un track record positivo nelle integrazioni. Le precedenti più complesse operazioni con gli istituti veneti, è l’indicazione, ne sono la riprova. Inoltre, tiene a precisare Intesa, Ubi Banca è una realtà di qualità sia sotto il profilo delle strutture che delle persone. Il che, come mostra lo stesso rispetto della tabella di marcia, agevola l’integrazione. Per Intesa, quindi, non c’è alcun problema sul tema in oggetto.

L’asset quality

Infine la qualità del credito. Al 30/12/2020 lo stock dei crediti deteriorati lordi (senza considerare Ubi Banca) si è assestato a 20,5 miliardi (10,3 miliardi quelli netti). Il dato si confronta con i 31,3 miliardi di Npl lordi di fine 2019 ed è in anticipo di un anno rispetto all’obiettivo del piano d’impresa 2018-2021 (26,4 miliardi). Considerando, invece, anche Ubi banca i deteriorati lordi sono 20,9 miliardi. Insomma: c’è un miglioramento dell’asset quality (Npl ratio netto in calo al 2,3% includendo Ubi). Sennonché il risparmiatore esprime un timore. Nel 2021, ad esempio per il venire meno delle moratorie alle imprese, ci sarà l’onda lunga dei deteriorati. Il che inciderà sulla qualità del credito delle banche, Intesa compresa. L’istituto, su questo fronte, professa tranquillità. Certo i flussi dei deteriorati, soprattutto nella seconda metà dell’anno, aumenteranno. Tuttavia, viene ricordato, il gruppo ha realizzato accantonamenti per 2,164 miliardi proprio in funzione dei potenziali futuri impatti sul rischio di credito da Covid. Inoltre, è l’indicazione, molte delle Pmi clienti dell’istituto hanno una struttura finanziaria solida. Ancora: la banca, da tempo, concretizza la gestione pro-attiva del credito attraverso Pulse. Un programma che, grazie ad analisi predittive, consente da un lato di individuare eventuali problematicità; e, dall’altro, di amministrarle in modo da evitare che i prestiti “in bonis” diventino deteriorati. Dal che non è visto alcun particolare problema su questo fronte.

I CREDITI DETERIORATI

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Prospettive

Detto ciò quali allora le prospettive sul 2021? Intesa, considerando anche Ubi, conferma l’utile netto oltre 3,5 miliardi; il costo del rischio di credito inferiore ai 70 punti base; il Cet 1 Fully loaded pro-forma non inferiore al 13%.

DOMANDE&RISPOSTE

Qual è la dinamica delle attività finanziarie della clientela?

Nel 2020 le attività finanziarie della clientela si sono assestate a 1.010 miliardi (escludendo Ubi Banca). Il dato è in rialzo del 5,1% rispetto ad un anno prima. Nell’ambito delle attività finanziarie della clientela, la raccolta diretta bancaria ammonta a 457 miliardi (escludendo l’apporto di 68 miliardi di Ubi Banca). Il totale della raccolta diretta assicurativa e riserve tecniche è pari a 173 miliardi.

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