Forniture a rischio

In Europa sempre meno gas (dalla Russia e non solo). Prezzi raddoppiati da giugno

Le forniture da Mosca sono crollate al punto che a giugno per la prima volta abbiamo importato di più dagli Usa. A breve il Nord Stream si fermerà del tutto per manutenzioni. Nel frattempo gli arrivi di Gnl rallentano, uno sciopero riduce l’export dalla Norvegia e c’è apprensione per i flussi dal Nord Africa

di Sissi Bellomo

Afp

4' di lettura

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Sempre meno gas raggiunge l’Europa, non solo dalla Russia – dove tra una settimana il Nord Stream si fermerà del tutto per manutenzioni – ma anche da molti altri fornitori chiave per il continente, a partire dalla Norvegia dove martedì 5 inizia uno sciopero che minaccia di ridurre del 13% le esportazioni di di combustibile.

Anche gli arrivi di Gnl nel frattempo stanno rallentando (comprese le spedizioni dagli Stati Uniti, dopo l’esplosione al terminal Freeport) e si teme che presto diminuiscano ulteriormente a causa di maggiori acquisti in Asia, che potrebbero allontanare le navi metaniere dal Vecchio continente.

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Infine ci sono crescenti motivi di inquietudine per le forniture di gas dal Nord Africa: la Libia è sprofondata nel caos, con conseguenze sempre più gravi sull’industria degli idrocarburi, mentre l’Algeria – oggi primo fornitore dell’Italia e nostra maggiore speranza per sostituire il gas russo – ha iniziato a ridiscutere i contratti coi clienti per spuntare maggiori profitti.

Prezzi raddoppiati da giugno

È questo lo scenario in cui oggi si muovono i prezzi. E al Ttf non c’è tregua: il gas solo nella giornata di lunedì 4 è rincarato di oltre il 10%, varcando anche la soglia di 160 euro per Megawattora, con punte vicine a 165 euro. Sono valori quasi doppi rispetto a metà giugno, quando Mosca ha iniziato a chiudere i rubinetti del suo principale gasdotto, quello che raggiunge la Germania attraverso il Mar Baltico.

Lo stop del Nord Stream

La capacità del Nord Stream – di cui Gazprom non riesce a revisionare alcune turbine a causa delle sanzioni – ora è ridotta del 60%, ma si sa già che tra l’11 e il 21 luglio si arriverà a un fermo totale per le manutenzioni ordinarie, che ogni anno vengono effettuate nel periodo estivo: un intervento di routine, programmato con largo anticipo (come accade anche per altre pipeline, non solo russe), che in tempi “normali” non farebbe tremare i mercati.

Ma questi purtroppo non sono tempi normali. E oggi il timore è che le manutenzioni durino più del previsto o addirittura che Mosca sfrutti l’occasione per non riattivare più i flussi, magari sostenendo di non riuscire a procurarsi qualche pezzo di ricambio.

Il sorpasso del Gnl Usa

Le forniture via gasdotto dalla Russia sono già crollate a 4,86 miliardi di metri cubi a giugno, appena il 14% del fabbisogno di Ue e Gran Bretagna, contro una quota del 31% per il Gnl e del 26% per la Norvegia, calcola Tom Marzec-Manser di Icis, secondo cui a luglio (ammesso che lo stop di Nord Stream duri davvero soltanto dieci giorni) da Gazprom arriveranno solo 3,62 bcm.

Per la prima volta nella storia il mese scorso abbiamo importato più dagli Stati Uniti, sotto forma di Gnl, che dalla Russia via gasdotto. Un sorpasso storico, di cui però c’è poco da rallegrarsi. «Il crollo delle forniture russe sollecita lo sforzo di ridurre la domanda Ue per prepararsi a un inverno difficile», ha commentato via Twitter Fatih Birol, presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Proprio a giugno peraltro l’export di gas «made in Usa» ha iniziato a diminuire, anche verso l’Europa (dove gli arrivi erano triplicati nei primi mesi dell’anno rispetto al 2021). Dati preliminari di Refititiv Eikon indicano che dai terminal americani sono salpate in tutto 90 navi metaniere, con 6,42 milioni di tonnellate di combustibile a bordo, un calo dell’11% rispetto a maggio.

Il Vecchio continente è rimasto la destinazione preferita, attirando il 61% dei volumi complessivi. Ma la fermata del terminal Freeport Lng, dopo l’incendio dell’8 giugno, durerà a lungo: venerdì 1 la data del riavvio parziale è stata di nuovo rinviata di un mese, da settembre a ottobre. E l’Asia sta tornando sul mercato a caccia di Gnl.

Metaniere in Asia

Anche in questo caso, almeno in parte, c’è lo zampino della Russia. Mosca ha infatti trasferito improvvisamente il controllo dell’impianto Gnl Sakhalin-2 a un’altra società: una sorta di esproprio che costringe i soci stranieri a rinegoziare ogni accordo. I partner sono Shell (con una quota del 27,5% che ora le sarà ancora più difficile vendere, come aveva anticipato di voler fare) e le giapponesi Mitsui e Mitsubishi con il 22,5%.

Tokyo ora è in una posizione molto difficile, perché da Sakhalin-2 otteneva ben 3,5 milioni di tonnellate l’anno di Gnl a prezzi competitivi: il Governo non si fida che le forniture dureranno a lungo e ha detto che per precauzione saranno accelerati gli acquisti sul mercato spot.

Sul mercato asiatico il prezzo del combustibile ha già iniziato a salire, complice anche lo sciopero che da fine giugno ha fermato l’impianto australiano Prelude Lng (sempre di Shell, da 3,6 milioni di tonnellate l’anno). Andando verso l’inverno potrebbe innescarsi una spirale rialzista pericolosa: una sorta di gara al rilancio tra Europa e Asia, per accaparrarsi gas che non basta per tutti.

La Russia, non dimentichiamolo, è anche un importante fornitore di Gnl, con il 7% della produzione mondiale, che in parte vende tuttora anche in Europa.

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