Il paradosso di Rousseau: si può liberamente scegliere di non essere liberi?
La vera virtù, intesa da Rousseau, è la capacità di anteporre il bene collettivo all’interesse individuale
di Vittorio Pelligra
8' di lettura
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Il 24 luglio 1749 il filosofo Denis Diderot, uno dei philosophes, gli animatori del progetto dell’Encyclopedie, viene arrestato a causa dei suoi articoli sgraditi al potere e incarcerato a Vincennes. L’amico Jean-Jaccques Rousseau andrà spesso a trovarlo durante la sua prigionia. In viaggio, in occasione di una di queste visite, il filosofo ginevrino ha una sorta di epifania. Aveva letto di un concorso indetto dall’Accademia di Digione sul tema “Se il miglioramento delle scienze e delle arti ha contribuito a migliorare i costumi”.
La lettura del titolo di quel concorso, per caso, su una rivista, durante uno di quei viaggi, ricorda ancora Rousseau, suscitò una vera e propria illuminazione: «Se mai qualcosa ha assomigliato a una ispirazione istantanea, è il mutamento che avvenne in me a questa lettura». Come egli stesso racconta ne Le Confessioni,
Russeau in antitesi con Voltaire
Si organizzano nella sua mente, in questa occasione, idee, intuizioni, anche solo vaghe sensazioni, su cui stava meditando da tempo intorno al ruolo che il processo di civilizzazione ha avuto nella creazione della dipendenza, della disuguaglianza e della miseria in cui l’umanità è caduta una volta abbandonato lo stato di natura. Perché l’uomo è buono e felice per natura ed è la civilizzazione la causa della sua corruzione e della sua infelicità. Sviluppando queste idee Rousseau assume una posizione antitetica rispetto a quella dei suoi amici philosophes, Voltaire tra tutti. Decide di partecipare al concorso dell’Accademia di Digione con un saggio intitolato Discours sur les sciences et les arts che gli varrà il primo premio.
Queste idee continueranno a sedimentarsi per anni diventando poi il nucleo centrale della sua prima opera importante, il Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini (1755). In quest’opera il filosofo ricostruisce la vicenda che ha portato l’umanità dallo stato di natura, selvaggio ma pacifico, verso la sua degradazione legata all’insorgenza della proprietà e della disuguaglianza, fino ad una nuova condizione - “la società civile” - caratterizzata dal conflitto, dalla povertà e dalla miseria.
«Tutti corsero incontro alle catene convinti di assicurarsi la libertà – perché, scrive ancora Rousseau - avevano senno sufficiente per avvertire i vantaggi d’una costituzione politica, ma non esperienza sufficiente per prevederne i pericoli; i più capaci di fiutare in precedenza gli abusi erano proprio quelli che contavano di profittarne, e perfino i saggi videro che bisognava risolversi a sacrificare una parte della loro libertà alla conservazione dell’altra, come un ferito si fa tagliare un braccio per salvare il resto del corpo (…) Questa fu, almeno è probabile, l’origine della società e delle leggi, che ai poveri fruttarono nuove pastoie e ai ricchi nuove forze, distruggendo senza rimedio la libertà naturale, fissando per sempre la legge della proprietà e della disuguaglianza, facendo d’una accorta usurpazione un diritto irrevocabile, e assoggettando ormai, a vantaggio di pochi ambiziosi, tutto il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria».









