Il miscredente, il professore e i troppi morti affogati nel nostro mare
La «simpatia» ha un ruolo centrale nelle teorie morali di David Hume e Adam Smith ma se per il primo il giudizio morale si fonda solo su un punto di vista esterno, per il secondo serve un’attiva assunzione della prospettiva di ogni singolo individuo
di Vittorio Pelligra
10' di lettura
I punti chiave
- Le critiche di Adam Smith al maestro Hume
- Il dialogo intellettuale tra due amici
- La fondazione naturalistica della morale
- Passioni e sentimenti
- Lo spettatore imparziale
- Le differenze (rilevanti) tra il miscredente e il professore
- Le due visioni della simpatia
- Mentalizzare ed empatizzare
- Tra contagio e proiezione
- Il truffatore e l’anziana
- Simpatia al centro delle due teorie morali
10' di lettura
«L’interesse è la prima obbligazione per il rispetto delle promesse» scrive David Hume nel “Trattato sulla natura umana”, volendo significare in questo modo che la giustizia e il vantaggio personale sono alla fine in armonia l’una con l’altro. I problemi sorgono nel momento in cui gli esseri umani, e capita spesso, non sono abbastanza “illuminati”; non capiscono, cioè, che l’essere giusti è, in definitiva, ciò che meglio protegge il loro interesse personale. Per questo abbiamo bisogno di un governo e della nascita della società civile, per stabilizzare le regole della giustizia e per comminare sanzioni a coloro che, colpevolmente, le trasgrediscono, facendo il male per gli altri e anche per sé. Attraverso tali sanzioni l’adesione ad una condotta viene fatta apparire più chiaramente come un nostro interesse immediato.
Le critiche di Adam Smith al maestro Hume
Questa visione così moderna dell’origine dell’idea di giustizia affascinò Adam Smith, padre fondatore della scienza economica, ma filosofo di formazione e soprattutto discepolo e grande amico di David Hume. Nella sua “Teoria dei sentimenti morali” (1759) Smith prende spunto da molte delle posizioni humiane e molte le critica radicalmente. Critica in particolare le idee relative alla nascita della giustizia sulla base del fatto che, come suggeriscono alcuni interpreti, non sono sufficientemente humiane.
Smith le ritiene troppo “raffinate” per essere coerenti con l’impianto generale del suo maestro. Hume, infatti, non presterebbe – secondo Smith – sufficiente attenzione ai sentimenti asociali ed in particolare alla passione del “risentimento” (Pack, S., Schliesser, E., “Smith's Humean Criticism of Hume's Account of the Origin of Justice”. Journal of the History of Philosophy 44, pp. 47–63, 2006). Ne discuteremo più avanti.
Il dialogo intellettuale tra due amici
Ora, prima di analizzare le differenze tra Hume e Smith concentriamoci brevemente sulle affinità che si possono ritrovare nel pensiero dei due amici. La “Teoria dei sentimenti morali” è un libro profondamente influenzato dal pensiero, dall’impostazione e perfino dagli stessi esempi che utilizza Hume sia nel “Tattato sulla natura umana” (1739) che nella “Ricerca sull'intelletto umano” (1748). Possiamo considerarlo come un dialogo intellettuale che si svolge con il maestro e che l’amico che pure Smith non menziona mai esplicitamente, neanche una volta, per ragioni che rimangono ancora oggi dibattute e misteriose.
La fondazione naturalistica della morale
Innanzitutto, è humiana la finalità principale che Smith assegna a “La teoria”: la fondazione naturalistica della morale che viene sganciata in questo modo da ogni genere di autorità sacra o religiosa. Per i due filosofi ciò che giusto o sbagliato non può derivare da un volere divino ma è generato dall’umanità. Scrive Smith: «Quel che è gradevole per le nostre facoltà morali è adatto, giusto e appropriato per l’azione; il contrario ingiusto, inadatto, e inappropriato.









