Il paradosso delle Borse: indici sui massimi, ma gli investitori vedono nero
Wall Street sui massimi da 14 mesi e Francoforte al record, ma i sondaggi mostrano investitori pessimisti: ecco i tre motivi dello scollamento
di Morya Longo
4' di lettura
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Che Wall Street reagisse con una sbandata alla prospettiva che dopo lo stop della Fed possano arrivare altri due rialzi dei tassi è comprensibile. La serata con alti e bassi di mercoledì, con l’indice S&P 500 in positivo e negativo più volte ma piatto in chiusura, non sorprende. A stupire è invece un’altra cosa: che la Borsa di Wall Street si trovi tutt’ora sui massimi da 14 mesi, da aprile 2022, mentre l’umore tra gli investitori è ancora decisamente cupo e la curva dei rendimenti continua ad anticipare l’arrivo di una recessione. Questa è la vera sorpresa sui mercati. Perché da un lato gli investitori vedono ancora nero: l’indice del sentiment dei gestori globali elaborato da Bank of America è solo lievemente migliorato rispetto ai tempi della crisi bancaria di marzo, ma resta sui minimi dal crack di Lehman del 2008. Dall’altro però Wall Street è sui massimi, anche dopo la Fed, con una volatilità (misurata dall’indice Vix) bassissima.
Come dire: sembra che le Borse e gli investitori vivano in due mondi diversi. Com’è possibile? Le ragioni sono almeno tre e, tutte, rappresentano un po’ il segno dei tempi. Uno: il ruolo degli algoritmi, che “ragionano” in maniera diversa rispetto agli investitori umani. Due: la concentrazione degli scambi su pochi titoli giganteschi che da soli sostengono l’intero indice ma non rappresentano l’economia. Tre: il ritorno in Borsa dei piccoli risparmiatori Usa su alcuni titoli molto “social”. Così se si è spesso detto che Wall Street non rappresenta più l’economia reale, ora bisognerebbe aggiungere che non rappresenta nemmeno l’umore degli investitori istituzionali...
Borse vs investitori
Guardando le Borse si direbbe che il mondo vada a gonfie vele. Wall Street è ai massimi da 14 mesi e a -8,7% dal massimo storico toccato a gennaio 2022. Anche ieri, prima della Fed, l’indice S&P 500 era in rialzo. La Borsa di Francoforte non è da meno: sebbene la Germania sia entrata in recessione tecnica, il listino è sui massimi storici. Parigi è solo 3 punti percentuali sotto i record toccati lo scorso aprile. Le Borse dell’Eurozona 5 punti sotto. Mercati serafici, insomma. A confermarlo c’è anche un altro dato: l’indice della paura Vix, che misura la volatilià della Borsa di New York, è molto basso da tempo: ieri pre-Fed era a 14 punti, dai 23 di inizio anno e i 26 toccati a marzo durante la crisi bancaria statunitense.
Peccato che tanto ottimismo e tranquillità non si respiri tra gli investitori. Il sondaggio di Bank of America, realizzato in questi giorni tra 285 gestori di fondi internazionali, mostra un bicchiere decisamente mezzo vuoto. Non solo l’indice del sentiment (quindi del loro umore) è sui minimi dal 2008, eccezion fatta per il picco dello scorso marzo, ma la stragrande maggioranza di loro vede una recessione in arrivo. Solo il 14% è convinto che non ci sarà nei prossimi 12 mesi. Vero che il 64% di loro si aspetta comunque un “atterraggio morbido” dell’economia e solo il 26% teme la recessione dura, ma comunque si tratta di opinioni che fanno a pugni con Borse sui massimi. Per di più gli investitori sono ancora sottopesati sulle azioni. Allora perché le Borse salgono? Chi compra?
Il ruolo degli algoritmi
Il primo motivo di questo paradosso è legato al peso, in Borsa, degli algoritmi utilizzati in varie strategie di investimento: un’analisi fatta da Deutsche Bank qualche settimana fa mostra infatti che mentre gli investitori “umani” vendono azioni, i fondi basati su algoritmi stanno comprando tanto da portare la loro esposizione netta sul mercato azionario ai massimi dal dicembre 2021. «Questo è legato al fatto che l’indice Vix è basso - osserva Giuseppe Sersale di Anthilia -. I loro sistemi sono infatti strutturati in modo che aumentino l’esposizione azionaria quando la volatilità è bassa».



