Il salto di qualità: la condivisione degli abbonamenti
Con la condivisione degli abbonamenti si è però nel mezzo di una storia diversa, perché riguarda account veri e propri che promettono l’accesso alla piattaforma reale. Anche perché Netflix, come Disney Plus, Dazn, Spotify sono tutti servizi della on demand economy che consentono la fruizione multipla del servizio, con un solo abbonamento. È la “concurrency”.
Queste modalità di offerta del servizio hanno dato vita sulla rete anche a piattaforme di distribuzione che si pongono come esempi di sharing economy (che guadagnano con le commissioni) per consentire di condividere con utenti interessati il proprio abbonamento sfruttando la modalità dell’abbonamento “in famiglia”. Legali? In punto di diritto sì perché nelle sottoscrizioni si ricorda che gli account devono essere condivisi in ambito familiare. Che poi questo accada è un altro paio di maniche.
Il mercato parallelo
Ma il vero nodo sta nel mercato parallelo che impazza sui social. Anche perché, come spiega Alberto Mattiacci, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese alla Sapienza che sta avviando un Osservatorio sulla pirateria audiovisiva, «c’è una novità evidente. Con il passaggio del calcio, che è il contenuto pregiato, dal satellite allo streaming la sensazione è che tutti i fenomeni di uso fraudolento siano in aumento. La rete sembrerebbe essere più permeabile rispetto al criptaggio satellitare e c’è il tema della moltiplicazione dell’uso degli account».
E così è semplice imbattersi in un canale Telegram che conta oltre tremila iscritti in cui si propongono account a prezzi stracciati con tanto di post promozionale. Per il pagamento, nella fattispecie, si chiede un buono Paysafecard o un buono Amazon, che rimangono alternative valide (e presumibilmente più sicure) ai metodi di pagamento digitale tradizionale. L’autore del post scrive, senza troppa remora, «a pagamento avvenuto vi mando le credenziali (mail e password) da inserire su app ufficiale». Che poi dopo il pagamento si riceva o meno l’account pattuito (quindi un’email e una password), è tutto da vedere.
Perché l’impressione è che si tratti di vere e proprie truffe. Soprattutto da quando è stata eliminata, di fatto, l’opzione del mese di prova gratuito. Infatti fino a qualche tempo fa molti criminali informatici sfruttavano questa possibilità e, con software in grado di generare numeri di carte di credito, vendevano abbonamenti mensili ottenuti grazie al mese di prova. Passato il mese, gli account svanivano. Oppure il venditore inviava nuove credenziali valide, dopo aver eluso il sistema con nuovi numeri di carta di credito chiaramente falsi.