Climate change

Guterres: «Il mondo ha fallito sull’obiettivo 1,5 gradi». Aspettative al ribasso sulla Cop30 in Brasile

Al vertice di Belem, il segretario generale delle Nazioni Unite ammette la sconfitta: impossibile evitare un aumento delle temperature globali superiore alla soglia già nei prossimi anni. Starmer: «Il consenso è perso». Assenti lo statunitense Trump, il cinese Xi e l’indiano Modi. Lula: «Forze estremiste» diffondono menzogne sul cambiamento climatico

di Gianluca Di Donfrancesco

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (a destra), e il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva (a sinistra)(EPA)

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Pronti, via: con la parata dei rappresentanti dei Governi di tutto il mondo, Stati Uniti a parte, è cominciato lo show della Conferenza Onu sul cambiamento climatico in Brasile: la «Cop della verità», come la presenta il padrone di casa, Inacio Lula. Come per tutte le Cop degli ultimi anni, l’atmosfera della vigilia è quella del “punto di svolta”. Come mai in epoca recente, le aspettative sono però al ribasso.

I temi in agenda nella conferenza di Belem sono tanti e critici: dall’implementazione dell’Accordo di Parigi del 2015, che a dieci anni di distanza arranca, agli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, nella doppia sfida della transizione energetica e dell’adattamento a un clima che già cambia, travolgendo vite ed economie.

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Quello che si profila è però un risultato autoreferenziale, come già nelle ultime tre Cop, utile magari a salvare il processo negoziale, ma senza segnare progressi significativi alla lotta al riscaldamento globale. Ci sarà da combattere anche per difendere il principio dell’abbandono graduale delle fonti fossili e le linee rosse dell’Accordo di Parigi, vale a dire l’obiettivo di contenere in più possibile vicino a 1,5 gradi e ben sotto 2 gradi l’aumento delle temperature globali a fine secolo, rispetto al periodo pre-industriale.

In base agli impegni attuali, si viaggia verso un aumento prossimo ai 3 gradi e a trent’anni dalla prima Cop le emissioni di gas serra sono aumentate di un terzo, anziché scendere. Il superamento della soglia di 1,5 gradi è ormai scontato, già nel breve periodo: «Abbiamo fallito», ha detto a Belem il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha esortato i Governi a non «rimanere prigionieri» degli interessi dell’industria fossile.

Assenze di peso

I riflettori della sfilata dei leader, che si svolge in due giorni e si chiude il 7 novembre, sono però puntati soprattutto sulle sedie vuote. A partire da quella di Donald Trump, il presidente che ha portato gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi, oltre i confini del negazionismo climatico e dentro un’inedita era di revanscismo petrolifero.

Trump e i suoi repubblicani non si accontentano di spingere il più possibile la produzione di greggio, gas e carbone, principali responsabili delle alterazioni climatiche (per avere un’idea delle conseguenze sulla vita delle persone, si veda alla voce “uragano Melissa”). Né si accontentano di smontare in casa propria programmi di investimenti e strategie green, anche del settore privato. Nella sua crociata contro la transizione verde, il presidente americano minaccia apertamente gli Stati che si impegnano nella decarbonizzazione, Europa compresa, alla quale impone massicci (e irrealistici) acquisti di combustibili fossili, con il ricatto dei dazi.

Nel suo intervento, Lula ha messo in guardia dalle «forze estremiste» che diffondono menzogne. Più diretto il presidente cileno, Gabriel Boric, che ha accusato esplicitamente Trump di mentire quando liquida il climate change come «la più grande truffa» della storia.

Altra assenza di peso è quella di Xi Jinping, presidente della Cina bifronte: prima per gas serra, ma anche per investimenti nelle rinnovabili. Non partecipa nemmeno il premier indiano, Narendra Modi.

L’Europa difende l’Accordo di Parigi

Presenti i vertici dell’Unione europea, con Ursula von der Leyen e Antonio Costa, che hanno rischiato di arrivare in Brasile senza un piano aggiornato sul clima. Solo in extremis e con grande fatica, i Ventisette sono riusciti a trovare un compromesso al ribasso. Con il lancio del Green Deal, nel 2019, Bruxelles aspirava a un ruolo guida nell’industria e nella finanza green. Covid, crisi dell’energia, errori di valutazione e ritardi, e soprattutto il cambio degli equilibri politici, hanno ridimensionato quella visione. La Ue è anche la grande area economica che più ha ridotto le emissioni di gas serra nel 2024 (-2,5% rispetto al 2023). Rispetto al 1990, il taglio è del 37,2%. Senza rinunciare alla crescita economica: nello stesso periodo, il suo Pil è aumentato del 71%.

A Belem, von der Leyen ha assicurato che «l’Europa mantiene la rotta», aggiungendo che questa deve essere la Cop che difende i target dell’Accordo di Parigi e l’impegno a triplicare le rinnovabili entro il 2030.

Tra i leader europei che hanno risposto all’appello ci sono il francese Emmanuel Macron, il tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer, che con realismo ammette: «Il consenso generale sull’emergenza climatica è perso». La premier Giorgia Meloni ha inviato il suo vice, Antonio Tajani, a ripetere il suo mantra: «No all’ideologia, la difesa dell’ambiente deve mettere la persona al centro». E in nome della neutralità tecnologica, Tajani ha annunciato una iniziativa con Brasile e Giappone per quadruplicare la produzione di biocarburanti entro il 2035.

A margine del vertice, il Brasile, che ha la presidenza della Cop30, ha presentato un ambizioso piano per moltiplicare fino a 1.300 miliardi di dollari l’anno i finanziamenti per il clima dal 2025 e ha lanciato un fondo per le foreste pluviali, che si propone di raccogliere 125 miliardi, ma che ha già incassato il no del Regno Unito.

Archiviata la parata dei leader, dal 10 novembre scendono in campo i negoziatori, quelli chiamati a produrre risultati concreti. La chiusura è prevista per il 21, salvo drammi dell’ultima ora e proroghe per salvare il salvabile. Anche questa ormai una stanca consuetudine.

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