In Amazzonia il banco di prova della nuova cooperazione globale
Dal 10 al 21 novembre a Belém i Grandi dovranno valutare gli impegni nella riduzione delle emissioni, come smobilizzare l’assegno per i Paesi in via di sviluppo e verrà lanciato un nuovo fondo contro la deforestazione
di Chiara Bussi
3' di lettura
I punti chiave
- Le attese di un cambio di passo
- I fondi ai Paesi in via di sviluppo
- La deforestazione
- Global mutirão
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Ritorno in Brasile. Qui dal 10 al 21 novembre si alza il sipario sulla Cop 30, la Conferenza delle parti dell’Onu sul clima. I leader si ritroveranno a Belém, nel cuore dell’Amazzonia 33 anni dopo il vertice di Rio del 1992, la prima conferenza mondiale sull’ambiente. Il summit segna anche il ventesimo anniversario dall’entrata in vigore del protocollo di Kyoto sul clima e il decimo dell’Accordo di Parigi.
Le attese di un cambio di passo
«Alla luce delle ricorrenze e del luogo simbolico, e soprattutto dell’esito atteso, la definirei la Cop del passaggio alla sostanza», dice Arvea Marieni, esperta del Consiglio Europeo per l’Innovazione (Eic) e ambasciatrice del Patto europeo per il clima. «La serie di anniversari - fa notare - mette nero su bianco l’impasse in cui la comunità internazionale è bloccata da oltre 30 anni. Senza un quadro di regole condivise la situazione non può che evolvere in una escalation. Il primo obiettivo del vertice è offrire un’opportunità per dimostrare che la comunità internazionale può ancora mostrarsi unita, ricordando come la realtà delle crisi ecologiche imponga collaborazione ». Tanto che il padrone di casa, il presidente del Brasile Lula da Silva, l’ha definita «la Cop della verità».
Tra i punti in agenda c’è la verifica degli Ndc (national determined contributions), ovvero gli impegni di ciascun Paese nella riduzione delle emissioni di gas serra. «Quelli presentati finora per il 2035 - sono decisamente insufficienti: gli impegni attuali ci indirizzano verso un aumento di 2,5-2,9 gradi centigradi. Se consideriamo le politiche già attuate la traiettoria supera di molto i 3 gradi», ben oltre il limite posto dagli Accordi di Parigi.
«C’è un divario abissale - spiega l’esperta - tra gli obiettivi dichiarati e le politiche concrete messe in campo. Gli Ndc resteranno lettera morta senza un quadro di politiche industriali o di mercato economicamente vantaggiosi anche per le economie di sviluppo. La dichiarazione finale esprimerà preoccupazione, ma il vero lavoro si gioca altrove: nell’armonizzazione delle politiche a partire da un carbon price minimo globale».
I fondi ai Paesi in via di sviluppo
L’altro tema è la finanza climatica. Il vertice di Baku del 2024 si è concluso con l’accordo che prevede 300 miliardi di dollari entro il 2035 dai Paesi più “ricchi” a quelli in via di sviluppo. È stata inoltre istituita una roadmap di attività “da Baku a Berlém” con il compito di capire come arrivare a mobilitare 1.300 miliardi di dollari all’anno. «Mi aspetto passi avanti in questa direzione – spiega Marieni - ma non nei termini tradizionali del chi dona quanto. Il vero problema comune è il modello di business della transizione. Il progresso verrà non dal dibattito sterile sui 300 miliardi ma dal riconoscere che la finanza climatica oggi si costruisce attraverso l’architettura delle regole di mercato». Il vero nodo da sciogliere a Belém sarà il tentativo di sbloccare l’articolo 6 che è lo strumento per mobilitare i capitali privati. «Senza di esso – rileva Marieni – non raggiungeremo mai le somme necessarie. Ue e Cina hanno un interesse convergente a far nascere questo mercato, seppur per ragioni competitive diverse. La loro cooperazione rappresenta l’unico modo per evitare che l’inerzia americana affondi tutto».



